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del 18/12
UNA TIGRE NEL MOTORE!
Tre stagioni, solo tre stagioni, ma molto intense, la stessa intensità che ci metteva in ognuna delle 115 partite disputate con la maglia del Milan. La brevità dell’esperienza rossonera non gli ha, tuttavia, impedito di diventare una delle leggende del nostro club, dal momento che è stato un elemento insostituibile di quella che è stata la squadra di club più forte di tutti i tempi, quella guidata da Arrigo Sacchi. Quella squadra era piena di giocatori di grande talento, ma senza la presenza e l’apporto di Angelo Colombo, non sarebbe stata quel meccanismo perfetto che per un triennio incantò le platee di tutto il mondo. I compagni lo adoravano perché i suoi polmoni erano sempre a disposizione della squadra per tutti i 90 minuti della partita, i tifosi lo adoravano perché gli riconoscevano un impegno ed una dedizione assoluta: a nessuno è mai passata per la mente l’idea che Angelo Colombo avesse terminato una gara senza aver dato tutto. E’ opportuno precisare che Colombo non era solo “quantità”; Colombo era un centrocampista che univa alla corsa delle qualità tecniche di buonissimo livello, oltre ad essere un centrocampista dalle ottime capacità di inserimento e dalle buone doti realizzative. Il fatto che fosse un giocatore completo l’aveva già fatto vedere prima di arrivare al Milan. Dopo essere cresciuto nel Monza (prima nelle giovanili e poi in prima squadra dal 1979 al 1984), nella stagione 1984/85 fu portato in serie A, ad Avellino, da Pier Paolo Marino. Quella stagione lo lanciò definitivamente ad alto livello; sotto la guida dell’allenatore irpino Angelillo, Colomba giocò dietro le punte Ramon Diaz, argentino, e Geronimo Barbadillo, peruviano. In quel ruolo fece benissimo, disputando tutte e 30 le partite e realizzando ben 6 gol. Durante quel campionato gli mise addosso gli occhi il Direttore Sportivo dell’Udinese, un certo Ariedo Braida, che lo portò in Friuli nell’estate del 1985. A Udine disputerà due stagioni, anche se ad un livello leggermente inferiore alle aspettative. Ma ormai “l’Angelo biondo” aveva fatto l’incontro che gli avrebbe cambiato la sua vita da calciatore. Infatti, Ariedo Braida, passato nel frattempo al Milan, non fece fatica a portarlo a Milano per metterlo a disposizione del nuovo allenatore Arrigo Sacchi, colui stava mettendo in piedi il progetto del nuovo Milan berlusconiano. Oggettivamente Colombo arrivò tra lo scetticismo generale, o perlomeno quasi tutti pensavano che avrebbe potuto rappresentare solo un buon rincalzo dell’undici titolare. E l’inizio, effettivamente, non fu dei più semplici. Sacchi era un tecnico emergente ed innovativo, molto attento ai particolari e molto esigente. Fu proprio il tecnico di Fusignano a raccontare un aneddoto relativo a Colombo per mettere in risalto i grandi progressi che il centrocampista di Mezzago aveva compiuto grazie “al lavoro e all’umiltè”. Uno dei primi giorni del ritiro estivo Sacchi interruppe l’allenamento per urlargli “caro Colombo, fare pressing non significa correre molto, ma significa correre bene”. Fu la svolta. Per niente scoraggiato da quelle parole, Angelo lavorò duramente fino a diventare un giocatore imprescindibile di quel Milan. La corsa instancabile della sua folta chioma bionda lungo la fascia destra diventò un simbolo di quel Milan vincente, al punto che divenne celebre il soprannome che gli affibiò il cantore delle storie rossonere, Carlo Pellegatti: Angelo Colombo, “la littorina della Brianza”!
Colombo fa il suo esordio in estate in Coppa Italia (il 23 agosto 1987 contro il Bari), ma per essere lanciato da titolare dovrà aspettare la terza giornata di campionato. Il Milan, reduce dalla sconfitta interna contro la Fiorentina, va a Cesena, e Sacchi decide di buttare dentro Colombo nell’undici titolare al posto di Bortolazzi. Il Milan gioca una grande partita ma non va oltre lo 0-0, tuttavia proprio al termine di quella gara il tecnico rossonero stupirà tutti dichiarando “oggi ho capito che il Milan vincerà lo scudetto”. Angelo Colombo si prese la maglia da titolare numero 4 e la conservò per tre anni interi!
Il Milan 1987/88 quello scudetto lo vinse per davvero, completando con la rimonta sul Napoli un percorso entusiasmante, fatto di risultati eccezionali accompagnati da un gioco spettacolare. Il contributo di Colombo fu importantissimo anche sul piano realizzativo. Alla nona giornata, contro il “suo” Avellino, segnò il gol che diede l’avvio alla vittoria rossonera (finì 3-0); alla 16ma giornata segnò il gol decisivo (1-0) che permise al Milan di battere il Pisa. Ma il gol più importante Colombo lo segnò il 3 gennaio 1988 alla 13ma giornata. A Milano arrivava il Napoli di Maradona capolista, e la gara si mise subito male, a causa del gol di Careca al 10’. Fu proprio Angelino Colombo a segnare con un gran destro il gol del pari che diede avvio alla strepitosa rimonta del Milan che travolse i partenopei per 4-1. Quel giorno, probabilmente, ci fu la piena consapevolezza di tutto l’ambiente milanista che si poteva veramente vincere l’undicesimo scudetto come aveva detto quel “folle” di Sacchi. Ma al di là dei gol, l’apporto di Colombo alla conquista del tricolore fu gigantesco.
Il meccanismo rossonero era praticamente perfetto, e lo diventò ancor di più con l’arrivo di Rijkaard. Nella stagione 1988/89 comincia l’epopea “europea” del Milan, e Colombo ne sarà una colonna. Al di là dl campionato (30 presenze su 34 e 3 gol), Angelo giocherà da titolare tutte e nove le partite che porteranno il Milan alla conquista della terza Coppa dei Campioni della sua storia. Quello della finale contro lo Steaua a Barcellona, è ricordato da Colombo come “il momento più bello della mia esperienza in rossonero”.
Ma la corsa di Colombo non si ferma lì! La stagione successiva (1989/90) sarà quella del bis in Coppa dei Campioni. Ancora una volta per “la littorina” sarà un percorso completo: sarà presente in tutte le partite di quella edizione di Coppa dei Campioni, e disputerà proprio in finale contro il Benfica a Vienna la sua ultima partita con la maglia del Milan. E’ il 23 maggio 1990, e con la Coppa tra le mani Angelo Colombo saluta per sempre (da calciatore) il Milan.
Oltre ai trofei ricordati in precedenza, il palmares con la maglia rossonera sarà arricchito da una Supercoppa Italiana, una Supercoppa Europea ed una Coppa Intercontinentale.
Nell’estate del 1990, a 31 anni, lascia il Milan e va al Bari di Salvemini per sostituire un altro Angelo, Carbone, che nel frattempo prendeva il suo posto al Milan (con fortune un po’ diverse). Due stagioni in Puglia e poi l’inattività per due anni prima di togliersi lo sfizio di giocare un anno (1994/95) nel campionato australiano con la maglia del Marconi Stallions.
Dopo il ritiro il Milan non si è dimenticato di Colombo e lo ha richiamato per farlo lavorare nel suo settore giovanile, per cinque anni come allenatore e per cinque anni come responsabile e coordinatore. Ora, con grande entusiasmo, ha deciso di fare il salto passando dai bambini ai grandi, e nell’attesa di arrivare ai massimi livelli, ha cominciato con l’allenare in serie D il Montebelluna.
Naturalmente, non possiamo che fare ad Angelo il nostro “in bocca al lupo”, con la speranza di vederlo presto su una panchina prestigiosa.
Per ora lo ringraziamo per tutto quello che ha fatto: anche se sono state solo tre stagioni, vedere la faccia di Angelo in tutte le foto dei trionfi (tanti) del Milan sacchiano, ci ha dato l’impressione di aver vestito quella Maglia per una vita e lo ha fatto entrare nella leggenda.
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del 11/12
MISSIONE MONDO!
Puntuale come sempre, nel mese di Dicembre si assegna il titolo di Campione del Mondo per Club, quello che oggi è chiamato Mondiale per Club e che fino al 2003 era la mitica Coppa Intercontinentale. Inutile e superfluo ricordare che la Coppa Intercontinentale veniva assegnata alla vincente della sfida tra la squadra Campione d’Europa per club (la vecchia Coppa dei Campioni, attuale Champions League) e la squadra vincitrice della Coppa Libertadores (che designa i campioni del Sudamerica). Le prime edizioni assegnavano il titolo attraverso due partite di andata e ritorno che si disputavano nei rispettivi continenti, ma dopo l’edizione del 1969, a causa del clima intimidatorio e poco sportivo che si “respirava” in Sudamerica, si decise di disputare il trofeo in gara unica da disputarsi in campo neutro, a Tokyo.
La gara “unica” giapponese, ha sempre rivestito un fascino particolare, soprattutto per chi ha avuto la fortuna di disputarla e viverla. Per “quelli” che non hanno mai avuto l’opportunità di disputarla si tratta di un insignificante “torneo dell’amicizia”, ma per chi a Tokyo ci è arrivato, rappresentava l’opportunità di “quadrare il cerchio”, e cioè di fregiarsi del titolo di campione del mondo dopo essersi laureato campione del proprio continente. Che non si trattasse di un torneo di scarso valore, lo dimostrava l’accanimento feroce con cui le squadre si giocavano la vittoria (soprattutto quelle sudamericane), segno tangibile che tutti, una volta arrivati lì, ci tenevano molto a mettere quella coppa in bacheca.
Fu proprio attraverso un’autentica battaglia che il Milan conquistò la sua prima Coppa Intercontinentale, quella epica della Bombonera contro l’Estudiantes (a cui abbiamo già dedicato una puntata a parte lo scorso anno) nel 1969. Da allora i rossoneri non avevano più avuto la possibilità di disputarsi il trofeo, e quindi, non avevano mai avuto la possibilità di mettersi in viaggio per il Giappone. La voglia era tanta, soprattutto per il “fascino” che quella gara esercitava. Quando nei primi anni 80 Canale 5 trasmise la finale tra la Juventus e l’Argentinos Juniors (vinta dai bianconeri ai calci di rigore dopo una partita spettacolare), noi italiani scoprimmo quelle immagini patinate che arrivavano dall’Oriente, ma, soprattutto, scoprimmo “le trombette” dei tifosi giapponesi, un suono incessante per tutta la durata della partita che dava la sensazione che si giocasse in un gigantesco alveare. Quella sera nacque il sogno di vedere almeno una volta il Nostro Milan giocare quella finale. In quegli anni per un milanista un “sogno” sembrava destinato a rimanere tale, visto che nella prima metà degli anni ottanta eravamo impegnati a fare la spola tra la serie A e la serie B, e d il massimo dell’ambizione poteva essere una qualificazione in Coppa Uefa. Quando nel 1986 Silvio Berlusconi divenne proprietario del Milan, la “mission” dichiarata fu quella di “riportare, in pochi anni, il Milan sul tetto del mondo”. Mamma mia! Che peso che avevano quelle parole: significava che il Nostro Milan avrebbe dovuto vincere prima lo scudetto, poi la Coppa dei Campioni e quindi, dulcis in fundo, la Coppa Intercontinentale. Ecco, proprio la Coppa Intercontinentale avrebbe dovuto essere la ciliegina sulla torta di una scalata inimmaginabile ed impensabile anche per il più fanatico dei milanisti. Ed invece, come promesso, nel giro di un paio d’anni il Milan conquistò in sequenza prima il suo 11° scudetto e poi la sua terza Coppa dei Campioni. Arrigo Sacchi aveva appena dato l’avvio alla costruzione di quella che sarebbe diventata la squadra di club più forte di tutti i tempi. Subito dopo il fischio finale di Milan-Steaua, la mente corse alla possibilità di prolungare quel momento magico con la disputa delle competizioni supplementari rappresentate dalla Supercoppa Europea e dalla Coppa Intercontinentale. La possibilità di incrementare il bottino era allettante. Dopo la conquista della Supercoppa Europea contro il Barcellona, nel mese di Dicembre del 1989 (precisamente il giorno 17) il Milan avrebbe dovuto incontrare all’Olympic Stadium di Tokyo i colombiani dell’Atletico National di Medellin. Quando arrivò la notizia che a contenderci il titolo mondiale sarebbe stato il Medellin, tutti tirammo un sospiro di sollievo per il fatto che non avremmo dovuto affrontare le blasonate e temute squadre brasiliane e argentine.
Come poteva una onesta squadra colombiana impensierire la corazzata di Sacchi? Col tempo cominciarono a trapelare le prime notizie! I colombiani erano guidati da Francisco Maturana, una sorta di santone del calcio del suo paese, che disponeva la sua squadra a zona. Il suo giocatore più rappresentativo era il portiere, tale Higuita, di cui si raccontava di tutto: un estremo difensore che prediligeva l’uso dei piedi a quello delle mani, che si spingeva spesso fuori dall’area con la palla al piede, e che spesso si incaricava di tirare anche i calci di punizione. Il quadro che ne veniva fuori faceva pensare più ad un personaggio goliardico che ad un portiere di calcio. Insomma, non ci sarebbe dovuto essere match!
Il 17 dicembre puntammo la sveglia alle 4 del mattino, e nel cuore della notte ci mettemmo davanti alla tv con la convinzione di dover sbrigare una formalità. Invece, come spesso accade nel calcio, per più di due ore sembrò di vivere un autentico incubo.
Arrigo Sacchi, privo di Ruud Gullit, inizialmente schierò questa formazione:
 Giovanni Galli, Tassotti Maldini, Fuser, Costacurta, Baresi, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Ancelotti, Massaro.  
Maturana rispose con: Higuita, Escobar, Gomez, Herrera, Cassiani, Pèrez, Arango, Alvarez, Arboleda, Garcia, Trèllez.
L’incubo era rappresentato dal fatto che sembrava che il Milan giocasse contro sé stesso, allo specchio. Stesso modulo, stesso “credo”, stessa applicazione, stessa attenzione ai minimi particolari. Venne fuori una delle partite più “equilibrate” della storia del calcio. I colombiani adottarono un atteggiamento speculare che aveva come obiettivo quello di portare il Milan ai calci di rigore; consapevoli della loro inferiorità, i sudamericani lasciarono il pallino del gioco al Milan, badando esclusivamente a difendersi  attraverso una attenta copertura di tutte le zone del campo. Il brillante Milan di Sacchi fu irretito per tutti i 90’ dei tempi regolamentari, non riuscendo praticamente mai ad impensierire il famoso Higuita. Sacchi provò a dare una svolta mandando in campo Evani e Simone al posto di Fuser e Massaro. Niente di fatto, equilibrio totale anche nei supplementari. Tra l’incredulità, la rassegnazione ed il sonno, i calci di rigori ci sembravano inevitabili. Ma al 119’ il lampo: dopo due ore di gioco, Marco Van Basten interruppe il tran-tran con uno scatto che sembrava quello giusto! Un difensore colombiano, nell’unica circostanza in cui fu sorpreso, fu costretto a commettere il fallo praticamente al limite dell’area. Punizione. Intorno al pallone ci sono diversi milanisti, mentre Renè Higuita dispone la barriera. Nessuno, nel frattempo, ha chiesto la  distanza all’arbitro Fredriksson! Chicco Evani, accortosi che la barriera non copriva bene il palo, decide di provare la battuta a sorpresa. Il tiro, rasoterra, aggirò la barriera e si insaccò nell’angolino basso alla destra del sorpresissimo portiere colombiano. Finalmente! Come d’incanto l’incubo si trasformò in un dolcissimo sogno, e finalmente si potè lanciare l’urlo di liberazione che squarciò il silenzio dell’alba.
Le immagini ci mostrarono lo scatto di Adriano Galliani, in cappotto, verso il centro del campo per andare ad abbracciare i “suoi ragazzi” che rincorrevano Evani. Per fortuna si arrestò in tempo. Altrettanto storico l’abbraccio di Silvano Ramaccioni ad un invasato Arrigo Sacchi. Non ci fu neanche il tempo di riprendere a giocare. Il fischio finale dell’arbitro sancì la conquista del Milan del titolo Intercontinentale.
Una gioia immensa, la realizzazione di quanto promesso dal nostro Presidente: il Milan, dopo vent’anni, era tornato sul tetto del Mondo. E non sarebbe neanche stata l’ultima. La banda di Sacchi si sarebbe ripresentata sullo stesso campo anche l’anno successivo, per completare un altro slam internazionale. Dopo la seconda Coppa Campioni consecutiva (contro il Benfica) e la seconda Supercoppa Europea consecutiva (contro la Samp), arrivò anche la seconda Coppa Intercontinentale consecutiva ai danni dei paraguayani dell’Olimpia di Asuncion. Finì 3-0 con gol di Rijkaard (doppietta) e Stroppa e con una partita memorabile di Marco Van Basten.
Pazzagli, Tassotti, Maldini (sostituito al 25’ da F.Galli per infortunio), Carbone, Costaurta, Baresi, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit e Stroppa furono gli uomini che fecero l’ennesima impresa di quello splendido ciclo sacchiano: il Milan, sotto la guida del tecnico di Fusignano, vinse tutte le finali alle quali partecipò! Ma quello che più rimase negli occhi di tutti fu il modo con cui tali vittorie arrivarono, attraverso un gioco di grandissima qualità.
Per fortuna i viaggi giapponesi del Milan non finirono lì, ma questa è già un’altra storia.
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del 04/12
MOMENTI DI GLORIA
E’ notizia di poche ore fa l’assegnazione del Pallone d’Oro 2009 al fuoriclasse argentino del Barcellona Lionel Messi. Un successo annunciato da tempo, un trionfo meritato, ma soprattutto un plebiscito senza precedenti: pensate che “la pulce” ha ricevuto la bellezza di 473 punti sui 480 possibili. Nessuno aveva mai ottenuto tanto. E’ il trionfo personale di Messi, ma nello stesso tempo è il trionfo di una squadra, il Barcellona, in grado di dominare la stagione su tutti i fronti: sono ben tre gli azulgrana ai primi quattro posti della classifica (oltre a Messi anche Xavi ed Iniesta, rispettivamente terzo e quarto), mentre l’unico “intruso” è il portoghese Cristiano Ronaldo (arrivato secondo e vincitore uscente). La classifica di quest’anno (come quella del 2008), si è caratterizzata per la totale assenza di calciatori italiani in grado di arrivare nelle prime posizioni, così come sono praticamente assenti i calciatori che militano nelle squadre del campionato italiano (attualmente ci giocano solo Julio Cesar, Maicon Eto’o e Diego).
Questa “latitanza” non è una cosa usuale, dal momento che l’Italia è in testa alla classifica per nazionalità del club dei vincitori, vale a dire che per ben 17 volte e mezzo il Pallone d’oro è stato vinto da calciatori che appartenevano a club del campionato italiano. Viene equamente diviso ( ½ e ½ ) tra due club il trofeo vinto da un calciatore che ha militato in due club durante l’anno solare. Si tratta di una chiara dimostrazione dell’importanza del nostro calcio nella storia di questo trofeo, molto ambito e prestigioso ma nello stesso tempo discusso e discutibile.
Ed allora è proprio alla storia che vogliamo dare un’occhiata, soprattutto perché in questa storia il nostro Milan occupa un posto importante.
Cominciamo con il dire che il Pallone d’Oro è stato istituito nel 1956 dalla rivista francese France Football, con l’intento di premiare annualmente il calciatore europeo che più di ogni altro si è distinto durante tutto l’anno solare. Successivamente, a cominciare dal 1995, si decise che potevano concorrere alla vittoria del trofeo anche calciatori extra europei. Addirittura, a partire dal 2007, possono concorrere alla vittoria anche calciatori che militano al di fuori dei club associati all’Uefa, quindi a qualsiasi club della FIFA. A decidere la classifica generale sono 96 giornalisti sportivi di tutto il mondo che nel mese di dicembre scelgono il vincitore. I criteri per l’assegnazione del premio tengono conto delle prestazioni individuali e della squadra di appartenenza, il talento ed il fair play del calciatore, oltre alla carriera ed alla personalità.
Diciamo subito, che molto spesso la scelta del vincitore ha lasciato qualche perplessità, dal momento che i giurati hanno spesso privilegiato i calciatori che ricoprivano ruoli dal centrocampo in su, trascurando calciatori dediti alla difesa che erano altrettanto meritevoli. Che Franco Baresi e Paolo Maldini non abbiano mai vinto questo trofeo negli anni in cui trascinavano, con la fascia da capitano, il Milan ai trionfi in giro per il mondo è un autentico scandalo.
Nonostante questa grave mancanza, i calciatori del Milan si sono sempre ben comportati nella storia del premio. Il primo calciatore rossonero (ed anche italiano) a conquistare il trofeo fu Gianni Rivera; il capitano rossonero lo conquistò nel 1969, anno in cui trascinò il Milan alla conquista della Coppa dei Campioni (vinta contro l’Ajax) e della Coppa Intercontinentale (contro l’Estudiantes). Nella classifica finale, il Golden Boy con 83 punti battè in volata un altro italiano, “Rombo di tuono” Gigi Riva che di punti ne conquistò 79.
Dopo un lungo digiuno, è con l’avvento dell’era Berlusconi che i giocatori del Milan cominciano a monopolizzare “il premio”. Un po’ a sorpresa, il primo a portare a casa il riconoscimento fu l’olandese Ruud Gullit nel 1987. Giunto al Milan dal PSV Eindhoen, Ruud si guadagnò il premio grazie ad una prima parte di stagione strepitosa col Milan di Sacchi. Sicuramente influì sui giurati anche la grandezza del personaggio, ed il suo costante impegno nella lotta contro l’apartheid al fianco di Nelson Mandela.
Da un olandese ad un altro. Dopo Ruud Gullit, cominciò l’epoca del grandissimo Marco Van Basten, capace di vincere per ben tre volte. Nel 1988 a spingere Marco verso il trionfo furono le spettacolari prodezze con cui trascinò la nazionale olandese alla conquista del Campionato Europeo per Nazioni. Col Milan aveva vinto lo scudetto, ma bisogna onestamente ammettere che fu il trionfo con la Nazionale ad assegnargli la vittoria. A riprova di ciò, oltre a Van Basten, gli altri due gradini del podio furono occupati dai suoi compagni Gullit e Rijkaard. Van Basten concesse il bis nel 1989, anno in cui trionfò col Milan in Coppa dei Campioni. Van Basten, oltre a realizzare due reti nella finalissima di Barcellona, fu anche il capocannoniere di quell’edizione della Coppa. Sarà ancora Marco Van Basten a trionfare nell’edizione del 1992. Furono le prodezze di Coppa a spingere al successo il centravanti rossonero, nonostante la prima parte dell’anno non proprio brillante. Van Basten ebbe la capacità di influenzare molto i giurati verso la fine dell’anno (in prossimità dell’assegnazione del premio), soprattutto grazie ad un poker di gol rifilato al Goteborg in una fredda sera di Novembre. Se non fosse stato per un ritiro prematuro, probabilmente Marco avrebbe potuto incrementare il suo bottino di Palloni d’Oro. Nonostante ciò, con tre trionfi, Van Basten è il giocatore, insieme a Cruijff e Platini, ad aver vinto più volte il premio.
Nel 1995 a trionfare è George Weah. Il liberiano fu il primo calciatore non europeo a vincere il premio, oltre ad essere l’unico calciatore africano ad esserci riuscito. Big George fece una grande prima parte di anno col Paris Saint Germain, e completò l’opera con un ottimo inizio di stagione con la maglia del Milan. Nonostante l’assenza di trofei internazionali vinti, Weah riuscì ad impressionare i giurati grazie alla grande visibilità che gli offrì il Milan di Capello. Non c’è dubbio che  anche “l’aspetto politico e simbolico” ebbe il suo peso.
Passano 9 anni, e finalmente arriva il tanto atteso trionfo di Andry Schevchenko. Dopo essere già arrivato sul podio negli anni 1999 e 2000, nel 2004 centra il meritato successo. Forse l’avrebbe già meritato prima (ad esempio nel 2003), ma dopo aver trascinato il Milan alla conquista della Champions nel 2003, alla vittoria dello scudetto nel 2004 ed aver trascinato a suon di gol la nazionale ucraina, la giuria non potè non assegnargli la vittoria.
L’ultimo della serie, nel 2007, è stato Ricardo Kakà, autentico trascinatore del Milan alla conquista della sua settima Coppa dei Campioni. Kakà realizzò in quella edizione ben 10 reti, mettendo a segno delle autentiche perle, soprattutto nella doppia sfida contro il Manchester United. La vittoria in Supercoppa Europea (con 1 gol) e nel Mondiale per Club (con 1 gol) legittimarono il suo successo.
Oltre a questi, c’è da sottolineare che hanno indossato la maglia del Milan anche altri vincitori del più ambito trofeo individuale d’Europa. Hanno giocato, infatti, col Milan anche JP Papin, Paolo Rossi, Roberto Baggio, Rivaldo, Ronaldo e Ronaldinho. Da menzionare, inoltre, che oltre ai 7 trionfi, i giocatori rossoneri hanno conquistato “il podio” altre 9 volte: 1 con Rivera, 1 con Gullit, 1 con Baresi, 2 con Rijkaard, 2 con Maldini e 2 con Shevchenko.
Segnaliamo che il primo vincitore del trofeo è stato l’inglese Stanley Matthews (del Blackpool) nel 1956, che Franz Beckenbauer e Michel Platini sono stati i calciatori  a conquistare il maggior numero di podi (5), che Messi è il primo calciatore Argentino a conquistare il premio, che Ronaldo è stato il più giovane vincitore (a 21 anni e 3 mesi) e che Lev Yashin è stato l’unico portiere premiato.
Ricapitolando, il Milan è al terzo posto assoluto nella classifica delle squadre che hanno conquistato più Palloni d’Oro: a precederci solo la Juventus (8 e ½) ed i Barcellona (7 e ½). Staccate tutte le altre. Una ulteriore e chiara dimostrazione della conclamata vocazione internazionale del nostro club. Un potenziale vincitore in squadra ce l’abbiamo anche ora; sta a lui, nel futuro, trascinare il Milan verso nuovi trionfi e sé stesso sotto l’Arco di Trionfo di Parigi.
Vai Pato, il futuro di questa manifestazione è tuo!
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del 27/11
(S)VISTE E RIVISTE!
E’ indubbio che l’argomento che ha tenuto banco nel mondo del calcio in questo periodo è stato lo scandalo del gol di Gallas che ha permesso alla Francia di avere la meglio sull’Eire del Trap negli spareggi per la qualificazione a Sudafrica 2010. Naturalmente lo scandalo è rappresentato dal fatto che quel gol è stato propiziato da un assist di Thierry Henry che aveva nettamente addomesticato il pallone con una mano. Tutto il mondo si è preoccupato di discutere dell’argomento, al punto che addirittura i rispettivi governi si sono mossi per perorare, in maniera accalorata, la causa dell’accusa e della difesa. Alla fine di tutto, ciò che è rimasto è il disagio dei francesi, il disappunto del resto del mondo (disappunto sia nei confronti del giocatore che dell’arbitro), e l’inflessibilità della Fifa (a norma di regolamento) nel non far ripetere la partita.
Chiaramente quello di Henry non è stato il primo, e non sarà l’ultimo, episodio discusso ad aver deciso una partita di calcio, sia per le sviste arbitrali che per l’assenza del tanto invocato fair play!
Prendendo spunto dalla vicenda Henry, l’editorialista del Times, Bill Edgard, ha stilato la classifica dei dieci episodi più discussi verificatisi nei mondiali di calcio. Ecco la classifica di Edgar.
1) Il famoso gol segnato con “la mano de Dios” da Diego Maradona, nei Mondiali dell’86, nella caldissima e sentitissima sfida tra l’Argentina e l’Inghilterra;
2) l’uscita a valanga del portiere tedesco Schumacher che travolge il povero Battiston (svenuto a terra e coi denti rotti) in Germania-Francia dei Mondiali 1982;
3) la testata di Zidane a Materazzi durante la finale di Germania 2006 tra l’Italia e la Francia. Qui non viene sottolineata una svista, ma la mancanza generale di fair play;
4) il colpo di mano di Joe Jordan (proprio lui, lo squalo rossonero) durante un Galles-Scozia, valido per le qualificazioni ad Argentina ’78, “punita” con un rigore per la Scozia;
5) il colpo di karate di David in Cile-Italia (1962) con gli azzurri massacrati di botte dai cileni, ma beffati dalle espulsioni dell’arbitro Aston;
6) l’autorete del colombiano Escobar contro gli USA ai Mondiali statunitensi del 1994. A seguito di quell’autogol, il povero Escobar venne ucciso a Medellin da un pazzo che aveva perso molti soldi in scommesse (qui francamente non si capisce molto il nesso).
7) la eclatante vittoria della Germania Ovest contro l’Austria che mandò a casa l’Algeria (Spagna 1982);
8) lo scandalo doping di Maradona al termine di Argentina-Grecia ai Mondiali del ’94;
9) il gol concesso e poi annullato ai francesi contro il Kuwait ai Mondiali dell’82 che provocò la “discesa” in campo dello sceicco che chiese il ritiro della sua squadra e provoca una baraonda;
10) la reazione di Rattin in Inghilterra-Argentina del ’66 che si rifiutò di uscire dal campo per ben 8 minuti dopo una espulsione subita.  
Stiamo parlando di una ipotetica classifica su cui si può discutere, soprattutto se si pensa da questa graduatoria è stato escluso (volutamente?) il gol “fantasma” con cui gli inglesi vinsero il loro primo ed ultimo titolo mondiale. Potere del campanile!
Il Times si è concentrato maggiormente su episodi che evidenziano una mancanza di sportività dei protagonisti. Ma l’episodio-Henry è, al di là della mancanza di fair play, anche una clamorosa “svista” arbitrale. Ed allora, a proposito di sviste, prendiamo spunto anche noi dal caso del giorno per mettere in fila dieci dei maggiori torti arbitrali subiti dal nostro Milan nel corso degli anni. Essendo il frutto esclusivo di ricordi personali, questa classifica contiene episodi significativi degli ultimi quarant’anni. Ciò determina la necessità di dare qualche istruzione per l’uso. Innanzitutto abbraccia un arco temporale parziale della secolare storia rossonera, e conseguentemente lascia fuori qualche episodio che, probabilmente, meriterebbe di entrare nella lista. Così come c’è da sottolineare che l’ordine con cui presenteremo i dieci episodi non è da ritenersi come una classifica assoluta di importanza.
Allora partiamo!
1)Non si può che cominciare con il gol annullato ai rossoneri il 10/11/88 in Stella Rossa-Milan, valida per il ritorno degli ottavi di finale della Coppa dei Campioni della stagione 1988/89. Nel tentativo disperato di sventare la minaccia, un difensore jugoslavo si produsse in un clamoroso autogol. La palla, varcata la linea di porta di un paio di metri (!), venne ricacciata fuori da un altro difensore bianco-rosso. Nell’incredulità generale, né l’arbitro Pauly, né il guardalinee, assegnarono al Milan un gol importantissimo ai fini del passaggio del turno. Servirà, infatti, una battaglia epica (finita ai rigori) per eliminare i belgradesi. Di gol-fantasma se ne sono visti a decine negli anni, ma nessuno si è mai avvicinato a questo!
2)Altro giro altra corsa. Nella stessa edizione della Coppa Campioni, nella gara di andata delle semifinali disputata contro il Real Madrid al Santiago Bernabeu il 05/04/1989 sul risultato di 1-0 per le merenghe viene annullato un regolare gol a Gullit per un fuorigioco inesistente. La difesa del Madrid viene presa d’infilata dai rossoneri, e sull’assist di Donadoni l’attaccante olandese era nettamente dietro la linea della palla. Fuorigioco inesistente, ma la bandierina del guardalinee va su. A quei tempi (ma non solo a quei tempi) a Madrid andava così.
3)28 Maggio 2003, finale di Champions League a Manchester tra Milan e Juventus. Dopo un inizio scintillante dei rossoneri il gol sembra ormai nell’aria. Puntualmente il solito Shevchenko trafigge Buffon con un secco rasoterra, ma l’arbitro Merk annulla il gol per fuorigioco di Rui Costa. Le immagini dimostrarono chiaramente che il portoghese, su tiro di Sheva, era al di là di tutti ma in situazione chiaramente passiva: si disinteressa del pallone e non copre la visuale del portiere bianconero. Incredibile. Si soffrirà fino ai rigori, e Sheva avrà comunque l’onore di apporre il sigillo sulla vittoria.
4)Ancora un Juventus-Milan (e non sarà l’ultimo). 20/02/1972, diciannovesima giornata del campionato 1971/72. La partita è uno scontro direttissimo per la conquista del titolo. Il difensore bianconero Morini commette un evidentissimo fallo da rigore su Bigon. Tutto il Comunale di Torino si accorge del fallo, tranne l’arbitro Concetto Lo Bello. La partita termina 1-1 (Bigon e Salvadore i marcatori), ed in serata, alla Domenica Sportiva, si compie un evento senza precedenti e mai più ripetuto: Lo Bello interviene in trasmissione ed ammette candidamente “Era rigore, ho sbagliato”. Sapete come recita la classifica al termine di quella stagione? Juventus punti 43 (campione d’Italia), Milan 42. Una beffa atroce.
5)A proposito di beffa atroce e della famiglia Lo Bello. Alla 33ma e penultima giornata del campionato 1989/90 il Milan, appaiato in classifica col Napoli di Maradona, si presenta al Bentegodi di Verona. Dopo il primo tempo i rossoneri conducono grazie ad un gol di Simone, ma nella ripresa si scatena l’inferno. Qui la svista non sarà una sola. Con la partita in mano, al Milan vengono negati due rigori evidenti, il primo per fallo su Massaro ed il secondo per fallo su Van Basten. Due falli solari, ma niente. Il sig. Rosario Lo Bello (figlio di Concetto) decide che non è successo niente in entrambe i casi. Il Milan si innervosisce, subisce due gol, chiude in 8 per le espulsioni di Van Basten, Rijkaard e Costacurta, oltre a quella di Arrigo Sacchi. Il Napoli vince a Bologna ed addio scudetto! Scandalo.
6)Torniamo indietro col tempo ma rimaniamo in compagnia della famiglia Lo Bello. Campionato 1972/73, 26ma giornata. Il 21/04/1973 all’Olimpico di Roma si gioca lo scontro diretto tra il Milan capolista (punti 39) e la Lazio seconda (punti 37). Primo tempo di dominio laziale, concretizzato dall’autogol di Schnellinger e dal gol di Chinaglia. Nella ripresa si scatena il Milan, in gol prima con Rivera (11’) e poi nel finale con Chiarugi. Apoteosi, ma l’arbitro, Don Concetto, annulla per un fuorigioco che le immagini dimostreranno non esserci. Nereo Rocco viene espulso, e Rivera lancerà pesanti accuse all’arbitro siracusano. Ricorderete tutti come finisce la stagione: il Milan cede lo scudetto per un punto alla Juventus nel giorno della “Fatal Verona”.
7)Qui più che di svista bisogna ricorrere al dolo. Il 17/04/2005 allo stadio Franchi di Siena si gioca Siena-Milan, coi rossoneri impegnati nella strenua lotta per lo scudetto contro la Juventus. Dopo 9 minuti il Milan va in gol con Shevchenko, servito (ampiamente dietro la linea del pallone) da Hernan Crespo. Il segnalinee Baglioni, alza la bandierina e Collina annulla. Il Milan perde la partita 2-1. Tutto quello che ne conseguirà (Moggiopoli) è storia stranota.
8)Dedicato a chi dice che la Coppa dei Campioni del 1988/89 l’abbiamo vinta grazie alla nebbia di Belgrado. Abbiamo già citato Belgrado e Madrid, ma non è finita. Nella gara di andata dei quarti (01/03/89), il signor Rosa Dos Santos ed il suo assistente chiudono gli occhi e non vedono un pallone chiaramente entrato in rete su colpo di testa di Rijkaard. Gol-fantasma (ancora!) non visto e Werder Brema-Milan termina 0-0. La qualificazione ce la suderemo faticosamente al ritorno, ma quel gol grida vendetta. Se tre indizi fanno una prova, vuol dire che qualcuno cercava (per fortuna invano) di impedire al Milan di vincere quella Coppa.
9)Ancora Torino ed ancora la Juventus. In piena Calciopoli (ma all’epoca chi lo sapeva!!!) l’arbitro Bertini di Arezzo decide di impedire al Milan di espugnare Torino. Il 18/12/2004 (16ma giornata) il Milan domina la Juve, ma l’arbitro decide di non concedere un solare calcio di rigore per fallo su Crespo. Concederà il bis sul fallo di Zebina su Kaladze, e concluderà l’opera negando il vantaggio su Kakà che puntava dritta la porta di Buffon. Inguardabile!
10)E chiudiamo con i cugini. Questa è storia recente. Il 16/02/2009 (24ma giornata) l’arbitro Rosetti decide che i nerazzurri possono giocare anche con le regole di altri sport. La partita la sblocca un bel colpo di mano di Adriano che supera Abbiati. Quella sera abbiamo capito che i nostri sospetti degli ultimi anni erano fondati: quando gioca l’Inter tutto è concesso.
Sono sicuro che ognuno di voi ha tra i suoi ricordi altri episodi che meriterebbero di stare in hit parade, ma non importa. Questo in fondo era solo un gioco! Siamo perfettamente consapevoli che ogni squadra ha subito delle sviste e dei torti e che ogni tanto anche noi abbiamo goduto di qualche svista a favore, e non ci piace cercare negli errori arbitrali alcun tipo di alibi. Tuttavia, se qualcuno ha da segnalarci qualche episodio dimenticato ci scriva pure, lo valuteremo!
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del 20/11
IL GRANDE BARONE LIDDAS!
Qualche giorno fa (precisamente il 5 Novembre) ricorreva il secondo anniversario della scomparsa del grande Nils Liedholm, e questa è l’occasione, quindi, per dedicargli questa puntata di Terza Pagina. Quando parliamo di Liedholm, parliamo di un vero “pezzo di Milan”, di un monumento che ha rappresentato qualcosa di indelebile e di incancellabile per la storia della nostra società. Il fatto di aver vinto cinque dei diciassette scudetti del Milan (quattro da giocatore ed uno da allenatore) è solo uno dei suoi primati. Il Barone fu, innanzitutto, il perno del Gre-No-Li, il famoso trio svedese che trascinò il Milan tra la fine degli anni Quaranta ed i primi anni Cinquanta, e di cui Nils rappresentò il punto di equilibrio. E’ stato il primo della meravigliosa stirpe di Capitani che hanno fatto la storia del Milan dal dopoguerra in poi: Nils Liedholm, Cesare Maldini, Gianni Rivera, Franco Baresi e Paolo Maldini. Il primo di cinque autentici monumenti, due dei quali (Baresi e Maldini junior) sono stati scoperti e lanciati in serie A proprio da Liddas. Fu l’allenatore che riuscì a regalare al Milan lo scudetto più desiderato e prestigioso, quello della Stella, riuscendo a mantenere la promessa fatta al suo collaboratore tecnico, Nereo Rocco, che più di ogni altro ci teneva a quel trionfo e che non arrivò a godersi quel momento in quanto il destino se l’era portato via qualche mese prima. Nel maggio del 1979 alzando lo sguardo al cielo dirà “Caro Paròn, te l’avevo detto che ci avremmo pensato noi…”. E’ stato, e resterà per sempre, il primo allenatore del presidente più vincente della storia del Milan, Silvio Berlusconi. Col nuovo patron rossonero non fu molto fortunato  a livello di risultati, ma è innegabile che il Milan berlusconiano gli abbia voluto bene e non abbia mai perso occasione di riconoscergli quanto dovuto. Le cose fin qui dette basterebbero per capire la grandezza del personaggio, ma Nils Liedholm è stato molto di più ancora. Una cosa su tutte va sottolineata: Liedholm è stato uno dei pochi personaggi della storia del calcio a non subire, in quasi sessant’anni di carriera, un solo coro contro o un insulto: amato dai tifosi milanisti, rispettato da tifosi, giocatori e tecnici delle squadre avversarie. Da calciatore era elegante e corretto al tempo stesso, nonostante fosse, anche, un instancabile corridore (tra i suoi soprannomi, Brera l’aveva ribattezzato “Zatopek”): pensate che nelle 359 presenze ufficiali in serie A con la maglia del Milan non è stato mai ammonito. Da allenatore ebbe sempre uno stile ed un aplomb tipicamente scandinavo, un garbo innato, un’umanità, una lealtà, un’eleganza che non lo abbandonò mai, anche nelle circostanze più impensabili. Mai una polemica, mai una frase fuori posto, neanche quella domenica del 1981 in cui l’arbitro Paolo Bergamo annullò per fuorigioco la rete regolarissima segnata al Comunale di Torino dal difensore Maurizio Turone, negano alla sua Roma il secondo scudetto. Per quell’episodio ancora oggi tra romanisti e juventini non corre buon sangue, ma sapete cosa dichiarò il Barone nel dopo partita? “Abbiamo buttato alle ortiche un’occasione unica. Si doveva e si poteva vincere. Si deve considerare che la Roma, come società, è giovane di tradizioni. Se questo è stato un peso e se –tecnico e giocatori- siamo stati ingenui, può darsi. Bisogna tuttavia riflettere che siamo stati battuti dalla Juventus, un club nobile con giocatori d’esperienza, quasi una Nazionale. Abbiamo fatto il nostro dovere fino in fondo, ma dobbiamo guardare al futuro. In un paio d’anni diventeremo perfetti”. Capito? Roba da far impallidire gli addetti ai lavori di oggi, capaci solo di cercare alibi e di gridare ai complotti ed allo scandalo. I giornalisti lo rispettavano e lo stavano ad ascoltare con attenzione e curiosità, dal momento che, tra una disamina ed un’altra, era capace di raccontare aneddoti che lo riguardavano (spesso al limite del mitologico) e di regalare delle autentiche “chicche” che incantavano gli interlocutori. A chi gli chiedeva quale fosse stata la sua miglior partita, rispondeva “Quella in cui marcavo Alfredo Di Stefano”, ed a chi gli faceva notare che in quella partita “l’argentino aveva segnato tre gol” lui rispose “sì, ma ha toccato solo tre palloni”!   Ed ancora quando disse “abbiamo preso quel jocatore perché sa fare tutto: jocare a destra, a sinistra, al centro, stare in panchina o in tribuna”.  Ed a lui si deve la frase passata alla storia “Si joca meglio in dieci che in undici” con cui rispose ad un giornalista che gli faceva notare che la sua squadra aveva strappato un risultato positivo nonostante l’inferiorità numerica. Col suo modo di fare era in grado di far sorridere anche i suoi calciatori per spiegargli delle scelte tecniche dolorose. Nel gennaio del 1985 il Milan è di scena a Roma per giocare contro la Lazio. Le due squadre hanno già consegnato le distinte ufficiali all’arbitro, ma a causa di una nevicata senza precedenti, le due squadre vengono informate che la partita è rinviata al giorno dopo. Tutta la squadra è convinta che la formazione sarà la stessa, ma Liedholm ne conferma dieci undicesimi, sostituendo Incocciati con Virdis. Quando Incocciati chiede spiegazioni, “Mister, perché ieri ero in formazione ed oggi no?”, la risposta di Liddas fu “Ecco appunto, tu già jocato ieri, oggi joca Pietro che è più riposato…”. Per la cronaca, la partita (a cui assistetti personalmente) finì 1-0 per noi con gol di Virdis. Liedholm non “abbandonava” mai i suoi giocatori, e per proteggerli  agli esordi o per smorzare le possibili critiche usava sempre paragonarli  a grandi del passato: “Mandressi è il Rensenbrink giovane”, “Antonelli è il nuovo Cruijff”, “Baldieri mi ricorda Paolo Rossi”.  
Al di là del suo modo di fare Liedholm fu uno splendido giocatore ed un grandissimo allenatore.
In Italia giunse nel 1949 quando aveva ormai 27 anni, e quando era già un calciatore affermato. L’anno prima, infatti, aveva già condotto la sua nazionale alla conquista della medaglia d’oro alle Olimpiadi. Era molto considerato in patria, al punto che il suo CT disse che “una squadra di 11 Liedholm sarebbe imbattibile”.  Al Milan giocò per 12 stagioni consecutive, diventando il Capitano che trascinò il Milan alla conquista di quattro scudetti, due Coppe Latine ed una finale di Coppa dei Campioni (persa ai supplementari contro il Real Madrid nel 1958). Centrocampista di classe purissima, era dotato di una grandissima precisione nei passaggi, tanto che divenne celebre l’aneddoto secondo cui “Una volta San Siro mi tributò un applauso lungo cinque minuti: avevo sbagliato un passaggio dopo anni. La mia prima stecca alla Scala del calcio”. Tra i suoi ricordi più belli, da ricordare che disputò, da capitano,  la Finalissima della Coppa del Mondo con la maglia della Svezia contro il Brasile, segnando tra l’altro il gol del provvisorio 1-0 (vincerà il Brasile 5-2). Giocò al Milan (e solo nel Milan) fino all’età di 39 anni (nel 1961), arretrando il suo ruolo con l’avanzare dell’età e finendo la carriera come libero. Nils è il quarto giocatore più anziano a scendere in campo con la maglia del Milan (l’ultima gara la disputò all’età di 38 anni, 7 mesi e 13 giorni): lo precedono solo Paolo Maldini, Albertosi e Costacurta. In totale furono 394 presenze e 89 gol. E pensare che al momento della partenza per l’Italia, sembra avesse detto a suo padre “Tranquillo papà: un anno, massimo due, e poi torno”.  Invece in Svezia non ci tornerà più!
Una volta smesso di giocare, intraprese una altrettanto splendida carriera di allenatore, ed è proprio in questa veste (per ovvi motivi anagrafici) che abbiamo avuto modo di godere di questo splendido personaggio. Fu un vero mago, sia ad alti livelli che in serie B (portò in serie A il Verona ed il Varese, e salvò incredibilmente il Monza in quella che definì “…la più grande impresa della sua vita!”). La carriera ad alti livelli cominciò poco dopo che aveva smesso di giocare e lo fece proprio alla guida del suo Milan, squadra che allenerà in tre riprese (dal ‘63 al ’66, dal ’77 al ’79, dal ’84 al ’87) e con cui riuscì a conquistare uno scudetto. Altrettanto belle le avventure da tecnico con la Roma (dal ’73 al ’77, dal ’79 al’84, dal ’87 al ’89 ed infine nel ’97), squadra con cui conquistò uno scudetto (1982/83) ed una finale di Coppa Campioni persa ai rigori col Liverpool. Nelle sue squadre portò sempre qualcosa di nuovo e di rivoluzionario: col Milan riuscirà a vincere un campionato giocando senza punte, sfruttando il tourbillon sulla tre quarti di giocatori di qualità che si inserivano in zona gol grazie al movimento instancabile di Chiodi; con la Roma sperimentò con successo il sistema di gioco che lo rese famoso, la “zona lenta a ragnatela” sul modello di quella zona difensiva tipicamente sudamericana. Ci si difendeva tenendo la posizione e non più l’uomo fisso, la chiusura degli spazi ed una ragnatela di passaggi (“se tieni il pallone per 90 minuti, sei sicuro che l’avversario non segnerà mai un gol”). In quegli anni scatenò un dibattito inedito sulla contrapposizione tra la “zona del Barone” ed il gioco (tipicamente italiano) “a uomo del Trap”. Eppure lui continuava a ripetere che non aveva inventato nulla di nuovo, “perché nel calcio, inventare cose nuove, significa riesumare mode tattiche antiche…Questi giovani allenatori sono bravi perché lentamente, giorno per giorno, si stanno avvicinando al tipo di preparazione che io svolgevo negli anni Quaranta”.  Ebbe il coraggio di lanciare in serie A dei giovani promettentissimi che sarebbero diventati dei campioni (Antognoni, Baresi, Maldini, Giannini e Peruzzi su tutti), così come fu molto abile a far rendere al massimo dei giocatori che erano già avanti con gli anni e che sembravano sul viale del tramonto. Oltre alle competenze, fu un personaggio straordinario ed unico che riuscì, col suo garbo ed il suo fine senso dell’umorismo, a gestire abilmente tutti i gruppi di calciatori che ha allenato e che ne conservano un grande ricordo.
Questo era Liedholm, l’uomo del calcio che vanta il maggior numero di tentativi di imitazioni, senza che nessuna sia mai riuscito ad avvicinarsi.
A pensarci bene c’è qualcuno che nei modi e nello stile lo ricorda abbastanza, e cioè Carletto Ancelotti, guarda caso uno degli allievi prediletti del grande Barone Liddas!
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del 13/11
SCUOLA CALCIO MILAN!
Tutti i giorni si verificano episodi, di vario genere, che ci rammentano che stiamo diventando più “maturi”. Tra le cose che danno a molti di noi la misura del tempo che passa, c’è quella di vedere seduti sulle panchine di quasi tutte le squadre di calcio, professionistiche e non,  dei tecnici di cui abbiamo ancora nitido il ricordo da giocatore in attività. E’ una specie di tradizione che si tramanda: ricordo che quando ero piccolo mio padre mi parlava spesso dei trascorsi agonistici di molti allenatori che erano in voga tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, così come oggi sarei in grado io di raccontare quelli di quasi tutti gli attuali allenatori . In tutto questo, una cosa che balza agli occhi di tutti gli appassionati, è che sono tantissimi gli allenatori arrivati ad altissimi livelli che abbiano trascorso una parte della loro carriera da giocatore con la maglia del Milan. A sensazione credo che questo sia un primato planetario: non credo che esista una squadra di club al mondo che si possa vantare di aver “regalato” al calcio un tale numero di allenatori! Specifichiamo: non stiamo parlando di numero di allenatori in termini assoluti, stiamo facendo riferimento ad allenatori arrivati al top della professione, sia in termini di vittorie conseguite, sia in termini  di prestigio raggiunto. E’ evidente che può ragionevolmente pensare che il Centro Sportivo di Milanello non sia semplicemente un luogo dove si allena una squadra, ma piuttosto sia un luogo dove il calcio venga “insegnato”, cioè che si tratti di una vera e propria SCUOLA-CALCIO! E’ un merito che va ascritto alla società di via Turati da sempre, il che fa pensare che sia insito nel DNA della società la capacità di affidarsi, nel corso del tempo, a persone serie, professionisti veri che hanno una spiccata capacità di insegnare il mestiere con passione e cognizione di causa! Non è automatico che uno che sappia giocare a pallone sia anche in grado di insegnarlo agli altri, così come non è automatico avere la capacità di gestire delle risorse umane dentro uno spogliatoio, soprattutto nel calcio attuale delle rose smisurate. Insomma, in quel di Carnago si respira calcio in tutti gli angoli.
Entriamo nello specifico. Ci sono cinque ex calciatori del Milan che sono stati alla guida delle Nazionali maggiori in 8 fasi finali delle più prestigiose competizioni internazionali: 2 volte Giovanni Trapattoni (Mondiali 2002 ed Europei 2004 alla guida dell’Italia), 2 volte Cesare Maldini (Mondiali 1998 con l’Italia e Mondiali del 2002 col Paraguay), 2 volte Marco Van Basten (con l’Olanda ai Mondiali 2006 ed agli Europei 2008), 1 volta Frank Rijkaard (Europei 2000 con l’Olanda), 1 volta Roberto Donadoni (Europei 2008). Da aggiungere che Cesare Maldini ha guidato, anche, la Nazionale Olimpica in 2 edizioni dei Giochi. Giusto per la cronaca, ci sarebbe da segnalare che lo storico CT azzurro Ferruccio Valcareggi (2 Mondiali ed 1 Europeo, peraltro vinto nel 1968) nella stagione 1943-44 vestì la maglia rossonera per 11 volte! Tuttavia preferiamo non includerlo nell’elenco. E’ più giusto sottolineare che Carlo Ancelotti fu il vice del CT Sacchi ai Mondiali di USA ’94 e Ruud Gullit fu il co-allenatore del CT Dick Advocaat agli Europei di Portogallo 2004. All’elenco si aggregherà presto Fabio Capello, che guiderà la Nazionale dell’Inghilerra ai Mondiali del 2010 in Sudafrica.
E veniamo all’attività nelle squadre di club. Procederemo in ordine sparso.
Partiamo dal grande Nils Liedholm, uno degli storici capitani che ha vestito la maglia rossonera per 12 stagioni e 394 volte. Nel 1961, dopo aver smesso di giocare all'età di trentanove anni, il Barone iniziò una brillante carriera di allenatore. Le squadre da lui allenate furono il Milan, il Verona, il Monza, il Varese, la Fiorentina e la Roma. Da allenatore vinse due volte il campionato italiano, con il Milan nel 1979 e con la Roma nel1983 e per tre volte la coppa Italia sempre coi giallorossi. Condusse la Roma anche in finale di Coppa dei Campioni nel 1984 nella sfortunata gara contro il Liverpool. Da tecnico fu uno dei primi ad adottare in Italia il modulo a zona, ispirandosi ai modelli del calcio olandese e brasiliano. Il suo tipo di gioco rappresentò il modello che venne ripreso ed evoluto nel tempo da vari tecnici italiani e non. Insomma, un esempio per tutta la categoria, non solo per le conoscenze tattiche, ma, soprattutto, per la capacità di gestione dei calciatori a disposizione.
Da un capitano rossonero ad un altro: Albertino Bigon (9 stagioni e 329 presenze nel Milan). Dopo la gavetta alla Reggina ed al Cesena, passa alla guida del Napoli di Maradona, conducendolo alla conquista dello scudetto e della Supercoppa Italiana (siamo nel 1990). Dopo la chiusura del ciclo maradoniano, passa al Lecce, poi all’Udinese e quindi all’Ascoli. Nella stagione 1996 approda al Sion (campionato svizzero) dove conquista il campionato e la coppa di Svizzera. Dopo un fugace ritorno in Italia (a Perugia), riprende la sua esperienza all’estero prima in Grecia (Olympiacos Pireo), poi di nuovo in Svizzera (di nuovo al Sion) ed infine, nel 2008, in Slovenia alla guida del Interblock Lubiana, alla cui guida conquista la coppa Nazionale. Nel 2009 ha lasciato il mondo del calcio.
Molto in voga negli anni 70 ed 80 il “sergente di ferro” Gigi Radice (8 stagioni e 95 presenze in rossonero). Luigi Radice ha iniziato e finito ad allenare a Monza (nel 1969/70 la prima esperienza, nel 1998 l'ultima) ma ebbe la sua più grande soddisfazione nella stagione 1975/76: tutt'ora è l'unico allenatore capace di vincere lo scudetto con la squadra del Torino dopo la tragedia di Superga (storico duello con la Juventus). Radice ha poi allenato il Milan (pessima l’esperienza culminata con l’esonero nel 1981/82), l’Inter, la Roma, il Bologna, il Cagliari e la Fiorentina (nel 1992/93 venne esonerato a metà campionato). Dopo quella esperienza, purtroppo, cominciò un declino che lo portò ai margini della scena.  
Molto brillante, anche se condensata, la carriera da allenatore di Nevio Scala (5 stagioni e 56 presenze col Milan). L’esordio avviene a Reggio Calabria (nel 1987), e nella città calabrese ottiene una promozione in serie B e sfiora, successivamente, la promozione in A. Nel 1990 passa al Parma. Nei sei anni in cui Scala siede sulla panchina del Parma, il club - che sino ad allora non aveva mai disputato il massimo torneo - entra nei vertici del calcio europeo: dopo la conquista della Coppa Italia nel 1992,  il Parma vince la Coppa delle Coppe e la Supercoppa Europea nel ’93 e la Coppa Uefa nel 1995.  Si trattò di un vero miracolo calcistico che lo portò alla ribalta internazionale. Dopo una parentesi al Perugia, nel 1997/98 diventa l’allenatore del Borussia Dortmund con cui conquista la Coppa Intercontinentale. Nel 2000 allena la formazione turca del Besiktas, nel 2002 allena gli ucraini dello Shakhtar Donetsk (con cui conquista uno scudetto ed una Coppa d’Ucraina), nel 2003  lo Spartak Mosca, con cui vince una coppa di Russia. Profondo conoscitore di calcio, è riuscito, in pochi anni, a diventare uno degli allenatori più vincenti d’Europa.
Sapete chi è uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio? Naturalmente lui, Giovanni Trapattoni, uno che già da calciatore, in 13 stagioni con la maglia del Milan, aveva vinto tutto il possibile. Sterminato il suo palmares da tecnico: 10 titoli nazionali vinti (7 in Italia con Juve ed Inter), 1 in Germania (col Bayern Monaco), 1 in Portogallo (col Benfica) ed 1 in Austria (col Salisburgo); 5 coppe Nazionali (2 in Germania e 3 in Italia); 7 Coppe Internazionali (di cui 6 con la Juventus ed una con l’Inter). I suoi record sono talmente tanti, che in futuro gli dedicheremo una intera puntata di Terza Pagina.
Altrettanto straordinaria la carriera da allenatore di Fabio Capello (tra l’altro ancora in auge). Quello che fu un centrocampista rossonero per 4 stagioni, venne lanciato nella attività da allenatore dallo stesso club rossonero, con cui in 6 stagioni vinse complessivamente 4 scudetti, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Europea e 3 Supercoppe Italiane. In Italia ha anche allenato la Roma (scudetto nel 2000/01) e la Juventus (2 scudetti nel 2005 e nel 2006). Ad arricchire l’esperienza nei club, anche 2 stagioni nel Real Madrid (molto discusse ma condite con la conquista di due titoli iberici). In totale fa 9 titoli nazionali, 4 coppe nazionali e 2 Coppe Internazionali. E’ unanimemente considerato uno degli allenatori più vincenti del pianeta, anche se bisogna ammettere che ha avuto il torto di vincere pochi trofei Internazionali in rapporto alle squadre allenate.
Molto vincente anche la carriera da tecnico di Frank Rijkaard (5 stagioni in rossonero). Al di là della sua esperienza con la nazionale olandese (di cui abbiamo già detto), ha allenato lo Sparta Rotterdam (dal 2000 al 2002) ma, soprattutto, il Barcellona (dal 2003 al 2008). A tratti i catalani, sotto la guida di Franky, hanno giocato il calcio più bello degli ultimi anni, vincendo, tra l’altro, 2 volte la Liga, 2 volte la Supercoppa di Spagna e, soprattutto, 1 volta la Champions League. Attuamente allena il Galatasaray.  Sicuramente la carriera di Rijkaard, finora, è stata più “fruttuosa” di quella dei suoi storici compagni Ruud Gullit (che, comunque, ha conquistato una coppa d’Inghilterra col Chelsea da allenatore-giocatore) e Marco Van Basten (finora due esperienze con l’Ajax a livello di club). Soprattutto il buon Marco, dopo le positive esperienze da CT, ha, comunque, ancora molto da dire nel ruolo di allenatore. In bocca al lupo.
Meritano una citazione Ottavio Bianchi (2 stagioni in rossonero), capace di vincere uno scudetto (col Napoli), 2 coppe Italia (con Napoli e Roma) ed 1 Coppa Uefa (col Napoli), ed Osvaldo Bagnoli, in grado di guidare il Verona alla conquista del suo storico scudetto e di condurre magistralmente in giro per l’Europa anche il Genoa (prima squadra italiana ad espugnare Anfield Road). Meno fortunata l’esperienza all’Inter.
Meriterà una puntata a parte anche Carletto Ancelotti (5 stagioni in maglia Milan)! Dopo l’esperienza alla Reggiana (promozione in A) ed al Parma, fa il salto prima alla Juventus (esperienza sfortunata) e poi al Milan, col quale conquista tutto (8 trofei in totale). Il suo palmares è destinato ad arricchirsi ancora molto: attualmente alla guida del Chelsea ha già conquistato la Community Shield. Visto che abbiamo parlato di Ancelotti, facciamo una citazione anche per  Mauro Tassotti, fedele secondo di Carletto ed attuale vice (anzi co-allenatore) di Leonardo.
Abbiamo già accennato alle esperienze in Nazionale maggiore di Cesare Maldini ( bandiera rossonera per 12 stagioni). E’ doveroso aggiungere che Cesarone Maldini ha conquistato per 3 volte consecutive il titolo di Campione d’Europa Under 21 alla guida degli azzurrini, e che si è anche seduto sulle panchine del Foggia, del Parma, della Ternana e del Milan per 2 volte.
Esiste una folta schiera di “nostri ragazzi” che negli anni si sono cimentati, con alterne fortune, nel mestiere di chi insegna calcio, ma non tutti hanno avuto l’abilità e la fortuna dei personaggi citati, personaggi che  sono stati in grado di raggiungere livelli di eccellenza in uno dei mestieri più complicati e difficili del mondo.
La continuità con cui Milanello ha sfornato allenatori vincenti, ci deve far pensare che anche tra gli attuali giocatori si nasconde qualcuno che possa ragionevolmente pensare di avere, in futuro, una brillante carriera da Mister, così come ci fa auspicare una brillante carriera internazionale al nostro “debuttante “ Leonardo!
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del 05/11
“AT SALUT STEFANO!”
“At salut Stefano!”. E’ con un saluto nel dialetto della tua amata provincia bolognese che vogliamo idealmente salutarti per l’ultima volta, caro Stefano!
Quella “bassa bolognese” che gli aveva dato i natali e dove si era rifugiato al termine della sua carriera calcistica per avviare e condurre una nuova vita dedicata alle attività in cui aveva investito proficuamente i suoi risparmi, attività che ha sempre condotto con la genuinità e la familiarità che sono tipiche di queste terre.
La notizia inattesa della sua prematura scomparsa non poteva lasciare indifferenti tutti quei tifosi rossoneri che hanno un’età come quella di chi scrive e che hanno eletto come primi idoli della loro nascente “carriera di tifoso milanista” quel manipolo di ragazzi che sotto la sapiente guida del Barone Nils Liedholm regalarono al popolo rossonero la tanto agognata Stella, compiendo un’impresa che dopo la fatal Verona sembrava irrealizzabile. A quei tempi non esistevano le rose ampie, l’espressione turn-over poteva suonare come una parolaccia per quanto era sconosciuta, e nell’album della Panini c’erano le figurine di soli sedici giocatori, gli undici titolari e quelle dei cinque componenti la panchina. Albertosi, Collovati, Maldera, De Vecchi, Bet, Baresi, Buriani, Bigon, Novellino, Rivera, Chiodi. Questo era lo scioglilingua della squadra rossonera che puntò e realizzò l’impresa. Ed in quella esaltante stagione quell’album Panini l’ho guardato talmente tante volte, che ancora oggi mi ricordo la foto si Stefano Chiodi che, con la sua fluente chioma e le mani sui fianchi, si trovava in basso, nell’ultima fila, tra quelle di Walter “Monzon” Novellino e Antonio Rigamonti.  
Breve ma intensa. Con questa espressione possiamo riassumere l’esperienza al Milan di Stefano Chiodi, durata “solo” due stagioni che però furono intense come avvenimenti e ricche di soddisfazioni. Per caratteristiche non rappresentava il prototipo del grande attaccante (era alto 178 cm e pesava 72 kg), ma la forza fisica e l’ottimo dribbling gli permettevano di ricoprire con profitto il ruolo di prima punta. Quasi sempre, infatti, veniva schierato da punta unica, perché col fisico e coi suoi movimenti era abilissimo a creare quegli spazi che venivano puntualmente sfruttati dai compagni, centrocampisti e terzini, che avevano eccellenti qualità di inserimento e buone doti realizzative (per informazioni chiedere ai vari Bigon, Antonelli, Novellino e Maldera). Lui, per contro, di gol non ne fece tantissimi (33 in serie A in 147 presenze e 6 reti in 22 presenze in serie B), ma il peso specifico delle sue realizzazioni era enorme. Lui stesso amava ripetere che:“Agivo da unica punta, mi muovevo orizzontalmente per fare spazio agli altri. Di gol ne facevo pochi, ma bellissimi: segnavo d’istinto e quindi mi venivano bene.”  
Probabilmente Stefano è il detentore di un primato che difficilmente verrà mai battuto: il Milan che vince il decimo scudetto è l’unica squadra campione d’Italia con una prima punta capace di realizzare un solo gol su azione. Quell’unica punta era lui, e l’unico gol su azione lo realizzò contro il Catanzaro alla 12ma giornata (un 4-0 sbloccato proprio dal gol di Chiodi). Gli altri 6 gol li realizzò tutti su calcio di rigore. Il modo in cui li batteva lasciava i tifosi molto tranquilli: una gran botta senza neanche guardare il portiere che non faceva neanche in tempo a buttarsi. Era nato il rigore “alla Chiodi”.
Oltre ai sette gol in campionato, nella stagione 1978/79 realizzò anche 2 gol in Coppa Italia e 2 in Coppa Uefa (in pratica, nei sedicesimi, qualificò il Milan agli ottavi segnando sia all’andata che al ritorno contro i bulgari del Levski Spartak). Nella stagione successiva, si confermò sugli stessi livelli, risultando il miglior marcatore rossonero con 11 reti (7 in campionato e 4 in Coppa Italia). Purtroppo quella stagione ebbe il drammatico epilogo del calcio scommesse: il Milan ne fu coinvolto pesantemente, e, purtroppo, alle vicende partecipò anche Stefano Chiodi, anche se il coinvolgimento fu considerato del tutto marginale, tanto che venne squalificato solo per 6 mesi. Tuttavia, lo sconvolgimento totale che ne conseguì, spinse la società rossonera a cedere il suo attaccante alla Lazio in serie B (anche i laziali erano stati retrocessi per le stesse vicende dalla CAF). Finiva così l’avventura rossonera di Stefano Chiodi, e quell’episodio delle scommesse fu solo uno dei tanti che ne caratterizzarono la carriera.
Il campionato con i biancocelesti romani non fu negativo, ma Stefano ebbe la disavventura di fallire il calcio di rigore che impedì alla Lazio di risalire subito nella massima serie: fu l’unico rigore sbagliato della sua carriera, e nonostante avesse cercato di mettersi alle spalle l’episodio, lui l’ha sempre ricordato come “una mezza tragedia”.   
Ma l’episodio più drammatico doveva ancora arrivare. Nella stagione 1981/82 Chiodi torna nella sua amata Bologna, ma durò pochissimo: nel corso del derby dell’Appennino contro la Fiorentina, saltando di testa, si scontrò con Ciccio Graziani e cadde pesantemente a terra battendo la testa. Rimase in coma per una notte, si risvegliò e non ricordava l’accaduto, come se non fosse successo nulla. In realtà quell’episodio mise, di fatto, fine alla sua carriera. La stagione successiva (1982/83) provò a continuare la carriera ad alti livelli, ma nella Lazio disputò solo 10 gare anche a causa dei postumi dell’infortunio. Da lì in poi fu solo calcio a bassi livelli (Prato, Campania, Rimini e Lugo), ed all’età di 30 anni si ritirò definitivamente dal calcio giocato.
Nonostante questi brutti episodi, l’animo da combattente gli permise sempre di reagire alle avversità, e gli consentì di vivere, da calciatore molte gioie, prima fra tutte quella di aver segnato il primo gol in serie A proprio il giorno del suo debutto: allo stadio Dall’Ara con la maglia del Bologna proprio contro la squadra che diventerà l’altro suo grande amore calcistico, il Milan. Fu il trampolino di lancio che lo portò qualche anno dopo proprio alla corte del Diavolo, per la cifra record per quei tempi di 1 miliardo 800 milioni.
Dopo una breve esperienza da allenatore (a Teramo), decide di dedicarsi esclusivamente alle attività messe in piedi a Budrio (Bologna): un albergo, un bar ed un ristorante. Nonostante questo, non ha mai perso occasione di partecipare alle partite delle vecchie glorie e di organizzare manifestazioni benefiche, come il primo Memorial Fiorini, dedicato al suo amico, e compagno ai tempi del Bologna, Giuliano Fiorini.
Il cuore e la capacità di reagire non gli sono mai mancati, ma stavolta non sono bastati. All’età di 52 anni, dopo una lunga malattia, il destino ha deciso di portarsi via, in un dignitoso silenzio, l’attaccante della nostra Stella.
Da oggi, nel cielo, sappiamo che brilla una nuova stella: una stella che, insieme a quella di Nereo Rocco e Nils Liedholm, è il riflesso di quella che l’AC Milan porta orgogliosamente sulla maglia!
Ciao Stefano…… anzi…..”at salut Stefano”!
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del 28/10
IMMORTALI E INVINCIBILI!
Tempo fa mi è capitato di avere tra le mani un vecchio articolo di giornale dedicato al Milan di Ancelotti del dopo Yokohama 2007. In quella occasione si cominciava a definire “I MERAVIGLIOSI” quei giocatori che erano stati protagonisti di tutte le vittorie rossonere (e non sono state poche) del ciclo del grande Carletto.
Nel maggio scorso, in occasione del ritiro dal calcio giocato del grande Paolo Maldini, mi capitò di leggere questo titolo: “Si ritira Paolo Maldini, si ammaina la bandiera dell’ultimo degli INVINCIBILI!”. Ma come l’ultimo degli Invincibili? Con Paolo Maldini è stata ammainata la bandiera dell’ultimo degli IMMORTALI! Specificare please, perché bisogna fare una distinzione tra gli IMMORTALI del Milan e gli INVINCIBILI. Spesso si tende a fare della confusione, ed altrettanto spesso si tende a usare indifferentemente l’appellativo come se fossero alternativi, la stessa cosa, invece non è così. Per questo è opportuno fare della chiarezza, anche perché questo ci permette di fare un veloce escursus su un pezzo importante della storia del Milan.
Daremo una definizione generale tanto per cominciare.
Sono IMMORTALI quei giocatori che hanno partecipato “da protagonisti” al grande ciclo vincente guidato da Arrigo Sacchi (quello, per intenderci che va dal 1987/88 al 1990/91) e che hanno preso parte anche a quello successivo targato Fabio Capello (dal 1991/92 al 1995/96). Sono da considerarsi INVINCIBILI quei giocatori che hanno partecipato da mattatori al grande ciclo che si è sviluppato durante le cinque stagioni guidate dal tecnico di Pieris. L’appellativo di invincibili  quei calciatori se lo sono guadagnato per la grande solidità che contraddistinse le squadre dell’era Capello e che permise a quelle squadre di infrangere, e quindi stabilire, tutti i record di imbattibilità esistenti nel campionato italiano. E sì, perché gli anni di Don Fabio sono stati soprattutto votati ai successi nazionali! E’ vero che il Milan di Capello (quello del 1993/94) è stata l’unica squadra italiana (e non solo) ad essere riuscita a mettere a segno il double scudetto-Coppa Campioni, è vero che sotto la guida di Fabio Capello il Milan è riuscito in una delle imprese internazionali più belle della sua storia (la partita del secolo Milan-Barcellona di Atene ’94), ma è innegabile che Capello si sia sempre dimostrato più portato alle vittorie dei “grandi giri a tappe”, come i campionati nazionali, piuttosto che le “grandi classiche di un giorno” come le gare dentro-fuori delle competizioni internazionali. Tutto il contrario del suo predecessore Arrigo Sacchi, che sulla vittoria di un solo scudetto (quello del 1987/88)  ha costruito il “mito mondiale” del suo grande Milan che salì più volte sul tetto d’Europa e del Mondo come il suo presidente gli aveva chiesto. Il fatto che il Milan del biennio 1988-1990 sia stata proclamata  la squadra di club più forte di tutti i tempi la dice lunga sulla grandezza del suo tecnico ma, soprattutto, di coloro “che fecero l’impresa”. Esaltante, sfrenata, ricca: l’ascesa del Milan di Sacchi non conosce soste in campo internazionale. Il cammino dei rossoneri, oltre che dalle grandi vittorie di squadra, viene scandito dalla conquista dei Palloni d’Oro: nel 1987 lo vince Ruud Gullit, nei due anni successivi invece tocca a Marco Van Basten. Tutto ciò che toccano gli olandesi (ai due citati si aggiunge presto Frank Rijkaard) si tramuta in successo. Il Milan di Sacchi, tattica ferrea più talento, esporta il proprio marchio in Europa (con la conquista di due Coppe dei Campioni e due Supercoppe Europee) e nel mondo (con la vittoria di due Coppe Intercontinentali). Meno bene i rossoneri faranno in campionato, dove collezioneranno 1 scudetto, due secondi ed un terzo posto. Ma chi erano  “questi ragazzi” (come li chiamava l’Arrigo)  che portavano in giro per il pianeta il credo calcistico del tecnico di Fusignano? Giovanni Galli, Mauro Tassotti, Paolo Maldini, Angelo Colombo, Alessandro Billy Costacurta, Franco Baresi, Roberto Donadoni, Frank Raijkaard, Marco Van Basten, Ruud Gullit, Alberigo Evani. Ad essi si aggiungevano Filippo Galli, Daniele Massaro, Pietro Paolo Virdis (in parte) e Marco Simone. Qualche altro nome si aggiunse nel tempo, ma furono questi 15 calciatori a rappresentare lo zoccolo durissimo di una squadra praticamente perfetta, ammirata ed invidiata nello stesso tempo. Dopo quattro splendidi ed indimenticabili anni, il logorio mentale e fisico è inesorabile, acuito dalla traumatica eliminazione in Coppa dei Campioni dal Marsiglia nel 1991. Arrigo si fa da parte con tutti gli onori, e va in Nazionale. Il Milan decide di affidare la squadra, stanca e stressata, a Fabio Capello. Il nuovo tecnico fa leva sulla gran voglia di riscatto di un gruppo che in tanti ritengono ormai al capolinea. Fabio Massimo punge sull’orgoglio i gloriosi trentenni con uno sprone che più o meno suonava così: “Vi danno per finiti, dovete dimostrare che non lo siete!”.  Il tecnico dimostra una grande capacità di gestire lo spogliatoio, punta non solo sulla tattica, ma esalta le qualità individuali. Rinasce la classe di Marco Van Basten, sboccia il talento di Demetrio Albertini che gradualmente prende il posto di Ancelotti che si ritirerà dal calcio giocato al termine della stagione 1991/92. Il Milan, fuori dalle coppe per squalifica, domina alla grande il campionato italiano portando a termine il torneo senza neanche la macchia di una sconfitta. Imbattuto e spettacolare: questo è il Milan di Capello, capace di creare un muro invalicabile davanti a Seba Rossi con la mitica linea a quattro formata da Tassotti-Costacurta-Baresi-Maldini, e nello stesso tempo capace di segnare valanghe di gol. Ma questo è solo l’inizio! Al nucleo dei “vecchi” si aggiungono stelle di prima grandezza come Boban, Savicevic, Papin, Eranio e Lentini. Il Milan è una squadra praticamente imbattibile: nel campionato successivo riuscirà a mantenere l’imbattibilità per altre 23 giornate consecutive (la infrangerà un gol del colombiano Tino Asprilla in un Milan-Parma finito 0-1), che sommate a quelle del campionato precedente (34) ed all’ultima del campionato 1990/91 permetterà ai rossoneri di restare imbattuti per 58 partite di campionato consecutive! Forse qualcuno non si rende bene conto di quello che significa: restare per 58 settimane imbattuti è qualcosa di incredibile! Hai la tangibile e crescente sensazione che nessuno riuscirà a batterti. Per oltre un anno quei ragazzi riuscirono a far sentire INVINCIBLI anche noi tifosi. La solidità fu il marchio di fabbrica per tutto il quinquennio firmato Capello. Nella stagione 1993/94 Capello blinda la difesa piazzandogli davanti Marcel Desailly! Il Milan incasserà solo 15 reti in 34 partite di campionato, e Sebastiano Rossi consegue il record di imbattibilità per i portieri di serie A rimanendo imbattuto per 928’: Seba non incasserà gol dal 37’ della 16ma giornata (Milan-Cagliari) al 66’ della 25ma giornata! Sommando questo record a quello delle partite in cui il Milan di Capello non subì sconfitte, fece nascere ufficialmente il Milan degli INVINCIBILI. Il simbolo di questi era rappresentato proprio dal lungo portierone romagnolo. Tuttavia, dato che tra di loro c’erano moltissimi giocatori che avevano avuto il merito di essere i grandi protagonisti anche del grande ciclo precedente, si convenne che era doveroso accentuare il merito che essi avevano conseguito per un decennio intero, e per questo nacquero gli IMMORTALI! Giusto per fare un esempio: Sebastiano Rossi, Boban, Savicevic ed Albertini (solo per citarne alcuni) fanno parte della schiera degli Invincibili, mentre Tassotti, Maldini, Baresi, Costacurta, Donadoni, Van Basten, Gullit, Rijkaard, Evani, Ancelotti, Massaro, Filippo Galli  e Simone sono da considerare, a tutti gli effetti, gli Immortali. Comunque sia, Immortali o Invincibili che siano, stiamo parlando di “ragazzi” che ci hanno accompagnato per un tratto lungo ed indimenticabile della nostra vita, e che hanno avuto il merito, indistintamente, di farci sentire per oltre un decennio “i tifosi più invidiati del mondo”!
A proposito: ma gli Immortali Maldini e Costacurta, che hanno partecipato anche al Milan ancelottiano dei MERAVIGLIOSI, non dovrebbero meritarsi un altro appellativo per distinguerli dagli altri? Forse sì!  Ed in questo caso, come dovremmo chiamarli? Sbizzarritevi, a voi la parola!
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del 21/10
“UN NOME, UN MITO!”
Può un calciatore che ha disputato in serie A poco più di 6 stagioni, giocato 141 partite e segnato 39 reti diventare un “mito” del calcio italiano? Può un giocatore che non ha mai vinto uno scudetto, mai la classifica marcatori, che non ha mai giocato con la maglia della Nazionale maggiore, e che ha nel suo palmares soltanto una Coppa Italia, diventare un “nome” stra-conosciuto da più generazioni  e conquistare “l’immortalità calcistica”? Ebbene sì, è possibile! Perché Egidio Calloni, a modo suo e, soprattutto, suo malgrado, è diventato un calciatore di cui difficilmente un vero appassionato di calcio non conosca il nome!
Magari non se ne conosce la vera storia, ma la sua “fama” lo ha accompagnato, lo accompagna e lo accompagnerà per sempre. Ed allora ritengo giusto raccontare le gesta di Egidio Calloni, perché mi sembra comunque ingeneroso ricordarlo solo ed esclusivamente per il suo soprannome (lo “Sciagurato Egidio) e non tener conto che dietro a tanto fumo c’è stato comunque anche dell’arrosto.
Partiamo proprio dal suo soprannome: lo “Sciagurato Egidio” è il soprannome che gli fu affibbiato dal grande Gianni Brera, che trasse spunto da un personaggio storico dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, il seduttore della Monaca di Monza, di nome Egidio, che nel romanzo viene definito “un giovine, scellerato di professione”. La scelleratezza del “nostro” consisteva nel fatto che spesso metteva in mostra una grande imprecisione sottoporta, sbagliando delle occasioni a volte clamorose, al limite dell’incredibile, nella capacità di buttare via la fortuna. L’etichetta appiccicatagli addosso da Brera condizionò, nei giudizi, tutto l’ambiente del calcio, al punto che ormai venivano sottolineati i suoi errori più dei gol che, comunque, continuava a realizzare. Calloni racconta: “Ricordo di aver sbagliato un po’ di gol, ma pazienza, non lo facevo mica apposta. Un giorno mi mangiai un gol, e Beppe Viola, in tv disse: CALLONI SVENTA LA MINACCIA. Viola la pensava come me: il calcio è fatto per divertire e divertirsi”.
Calloni non è mai stato particolarmente felice di quel soprannome, ma ha comunque conservato una capacità di autocritica che gli rende particolarmente onore: “ E’ vero, ero un giocatore normale e mi capitava di “ciabattare” sotto porta. Ma anche i grossi bomber di oggi sbagliano: il fuoriclasse commette meno errori, però anche a lui talvolta gira storta. Purtroppo, al Milan in quattro anni vincemmo solo una coppa Italia…”.
Eppure, dando un’occhiata ai numeri, non si ricava l’impressione d’un vero e proprio fallimento.
Egidio Calloni, nato a Busto Arsizio (Varese) il primo Dicembre 1952, è cresciuto nelle giovanili dell’Inter e fece le prime esperienze professionistiche nelle fila del Varese, che nel 1971/72 lo mandò a fare esperienza in serie C nel Verbania. Dopo essersi messo in luce, il giovane bomber venne richiamato in B nel Varese, squadra che grazie ai suoi gol (ed a quelli del compagno Giacomo Libera) portò fino in serie A. La sua prolificità attirò l’attenzione dei grandi club, e così, nella stagione 1974, gli venne affidata la maglia numero 9 del Milan. Il Milan ingaggiò Calloni ed opzionò Libera con una scrittura privata tra Albino Buticchi, presidente rossonero, e Guido Borghi, il signor “Ignis”, padre padrone dello sport varesino (soprattutto basket): la metà di Libera al Milan in cambio di “mezzo” De Vecchi e 200 milioni di lire. A quel punto si intromise l’Inter di Fraizzoli, che rilanciò (800 milioni) e soffiò Libera ai cugini rossoneri. Si scatenò un gran caos perché Buticchi registrò di nascosto una conversazione in cui Borghi gli offriva 150 milioni per cancellare l’accordo e confidava che Fraizzoli gli aveva promesso tanto “nero” in Svizzera. La carriera di Libera, a causa anche di gravi infortuni, fu sfortunatissima: giocò due stagioni nell’Inter (mettendo insieme 30 partite e 7 gol) ed una nell’Atalanta (14 partite e 3 gol). Insomma, la sfortuna con lui la fece da padrone sul serio.
Il buon Calloni, invece, cominciò la sua avventura milanista in modo più che positivo.  Arrivato alla corte di Giagnoni insieme ad Albertosi, Bet, Zecchini e Gorin, nella sua prima stagione collezionò la bellezza di 17 reti in 36 partite, di cui 11 in campionato e 6 in coppa Italia, e risultando nettamente il miglior marcatore stagionale del Milan. L’anno si concluse “solo” con la conquista della finale di coppa Italia persa per 3-2 contro la Fiorentina.
Egidio confermò il ruolo di bomber principe anche nella stagione successiva (1975/76), quando addirittura si migliorò entrando nel tabellino dei marcatori per ben 19 volte: 13 in campionato, 3 in coppa Italia e 3 in coppa Uefa.
Sarà l’arrivo di Marchioro sulla panchina del Milan a far sparire l’incantesimo: in campionato “lo sciagurato” segna solo 5 gol, anche se i suoi gol complessivi a fine stagione furono comunque 15. Con il ritorno di Rocco il Milan riesce a salvare la stagione con la conquista della coppa Italia, di cui Egidio risulterà anche capocannoniere del torneo.
Il 1977/78 fu l’ultimo di Calloni al Milan; nonostante Liedholm tentasse di dargli fiducia, il “bomber” non riuscì a rendere più per come aveva abituato l’ambiente rossonero: soltanto 2 le reti in campionato ed 1 in coppa Italia.
Fu qui che cominciò la sua triste fama di “mangia-gol”, fama che si porterà dietro anche nelle sue esperienze successive a Verona, a Perugia, a Palermo ed a Como. Ormai Calloni era per tutti lo “sciagurato Egidio”, ed ogni qual volta un attaccante sbagliava un gol, i cronisti, ingiustamente, dicevano che quel giocatore aveva commesso una “callonata”. La cosa triste fu che questa nomea prese piede anche tra gli stessi tifosi del Milan, che ben presto si dimenticarono che Calloni i gol con la maglia del Milan li aveva segnati.
E allora cosa successe? Successe che Egidio decise in prima persona di far ricordare a quei tifosi che lui i gol li sapeva fare! Nella stagione 1978/79, quella della Stella, alla quart’ultima giornata di campionato, il bomber di Busto Arsizio, che vestiva la maglia gialloblù dell’Hellas Verona, fece venire il mal di testa a tutti i tifosi del Milan: al 24’ del primo tempo segnò il gol del vantaggio del già retrocesso Verona contro il Milan che si stava giocando lo scudetto contro il Perugia. Soltanto nella ripresa, grazie ai gol di Rivera e Novellino, il Diavolo riuscì a scacciare l’incubo.
E che dire del campionato di serie B 1980/81: il Milan scende al Barbera di Palermo e si ritrova l’Egidio di fronte: e lui cosa ci combina? Rifila una tripletta in 38 minuti e rimanda a casa il Milan con la coda tra le gambe.
Insomma, ha sempre fatto di tutto per far imprimere nella testa del tifoso milanista il ricordo di lui che con l’indice alzato correva a raccogliere l’ovazione di San Siro dopo un gol, piuttosto che quella di colui che davanti alla porta non sapeva bene cosa fare!
In fin dei conti, comunque, si può dire che i tifosi milanisti lo hanno sempre amato, anche perché parliamoci chiaro: averne di giocatori che con la maglia rossonera sono stati e saranno capaci di mettere a segno 54 gol in 143 gare ufficiali! Fa una media di 0,38 gol a partita: non sarà stato Van Basten, ma abbiamo visto di peggio!
Oggi Calloni fa il rappresentante per una ditta che vende gelati, vive ai margini del calcio perché “in questo mondo”, lui che è sempre stato uno semplice, non ci si riconosce per niente.
Mi piace segnalare che, addirittura, qualche anno fa l’allora Tele+ (odierna Sky) gli intitolò una trasmissione presentata da Giorgio Porrà che si chiamava “Lo sciagurato Egidio”. Si è trattato, a mio modesto parere, di una delle trasmissioni sportive più belle che siano mai state trasmesse in tv; ma come tutte le cose belle, probabilmente, non faceva abbastanza audience, e per questo non è stata più riproposta. Peccato.
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del 14/10
“AMICI SPORTIVI, BUON POMERIGGIO!”
E’ probabile che per alcuni lettori di questa rubrica questa puntata di Terza Pagina non significhi nulla, ma è altrettanto vero che per qualcun altro rappresenti un piacevole viaggio indietro nel tempo e nei ricordi.
Il fenomeno che vi sto per descrivere è qualcosa che ha fatto storia e che probabilmente, visti i tempi, non è più riproducibile. La posta più consistente di un bilancio odierno di una squadra di calcio è rappresentata dagli introiti derivanti dalla vendita dei diritti televisivi, e non è un mistero che in nome della televisione (che paga, e tanto) oggi vengano strutturati i campionati nazionali (anticipi, posticipi e spezzatini vari) e, soprattutto, le competizioni internazionali. E’ grazie alle televisioni che la seconda voce più importante del bilancio sia diventato quella degli sponsor: senza la visibilità delle TV nessuna azienda si sognerebbe di investire nel calcio le cifre che investe oggi. E quando parliamo di TV bisogna stare attenti alle varie sfaccettature che questa comporta: analogico, digitale terrestre, satellitare, pay-per-view, HD, dirette gol e chi più ne ha più ne metta! Partite in tutte le salse, in tutti gli orari, in tutti i formati. Non sia mai che una partita, anche di serie B, non venga trasmessa in diretta! E non sia mai che oggi un telecronista non venga affiancato da una spalla per il commento tecnico, due bordocampisti e da uno studio di supporto dove sia presente almeno uno/due ex calciatori che esprimono giudizi sulla partita. E poi ancora, interviste fiume a caldo nel post partita a giocatori ancora sudati in campo ed a tecnici senza voce negli spogliatoi ed a tutti quanti appassionatamente nella zona-mix.
Tutto questo ha generato, fondamentalmente, due cose: la prima è che oggi non c’è più spazio ed interesse per ciò che non è “in tempo reale” (alzi la mano chi, oggi, dopo aver visto le partite in diretta e le interviste del post, è disposto a dedicarsi anche alle trasmissioni serali che ripropongono le immagini delle gare), e la seconda è che essendo l’attenzione incentrata sulle immagini in diretta e vivendo nell’orgia mediatica di cui sopra, c’è un’assoluta spersonalizzazione dei giornalisti che commentano le vicende del campo. Sareste in grado di associare il nome ed il volto di un giornalista a quello di una città ben precisa e ad una squadra ben definita? Non sforzatevi, oggi sarebbe un esercizio impossibile, ma chi ha qualche anno sulle spalle sa bene a cosa mi riferisco! Oggi esiste tutta una fascia di persone che intorno alle ore 18 della domenica pomeriggio ha come la sensazione che debba fare qualcosa ma non si ricorda bene cosa! E che quando mette a fuoco quello che sta cercando si rende conto che quella cosa non c’è più, o meglio, non è più come se la ricordava: di uguale è rimasta solo la sigla! Sto parlando, come avrete capito, di “Novantesimo minuto”, ma quello ideato e condotto dal compianto Paolo Valenti.
Oggi la sua realizzazione, sia pure complessa, è più semplice di un tempo; una volta tutto era tremendamente più complicato, forse anche più romantico.
La trasmissione nasce con l’inizio del campionato 1970 grazie all’idea di Maurizio Barendson e Paolo Valenti; Barendson leggeva le notizie sportive al TG1, Paolo Valenti era reduce dalla esperienza radiofonica del Giornale Radio.
La radio trasmetteva con “Tutto il calcio minuto per minuto” in diretta solo i secondi tempi, la televisione trasmetteva la domenica alle 19 il secondo tempo registrato di una partita di serie A, mentre la “Domenica Sportiva” era la prima trasmissione a proporre le immagine delle partite pomeridiane. La nascita di “Novantesimo” fu rivoluzionaria: andava in onda appena possibile, secondo gi accordi con la Lega, non solo con i risultati e le classifiche di A e B, ma anche con le immagini di qualche partita.
La formula “storica” di Novantesimo minuto, quella a noi cara, si materializza nel 1976: Barendson viene spostato al Tg2 e Valenti resta da solo al timone della trasmissione. Tutte le sedi regionali cominciano ad andare in diretta, cosa che fino ad allora era consentita solo alla sede centrale di Roma ed a quelle di Milano, Torino e Napoli. In pratica fanno il loro debutto i corrispondenti esterni: giornalisti delle sedi regionali, ognuno addetto alla squadra della propria città o regione, e in qualche caso anche tifoso (sembra che in quegli anni molti di loro furono oggetto di richiamo). Fu così che molti di questi giornalisti divennero dei veri punti riferimento, e molti di essi arrivarono alla notorietà.
Chi non conosceva “Tonino Carino da Ascoli”? Cronista di giudiziaria e di sport della sede di Ancona con un grande debole per l’Ascoli di Costantino Rozzi, fu reso celebre dal suo aspetto “fragile” e la sua erre sdrucciolevole (non riusciva mai a pronunciare al primo colpo il nome dello slavo Trifunovic!). E Luigi Necco da Napoli? Altro che giornalista, Necco era un vero attore, un caratterista ed un improvvisatore che faceva una gran fatica a tenere a bada una folla di tifosi irrequieti che lo attorniavano (messi lì ad arte) durante il collegamento dal San Paolo. Poi Marcello Giannini da Firenze, che talvolta si perdeva nelle immagini e che spesso scambiava Pesaola con Passarella. Ferruccio Gard da Verona, un giornalista-pittore della sede di Venezia prestato al calcio e amante delle frasi ad effetto! Piero Pasini da Bologna, grande cronista sportivo che morì allo stadio Dallara mentre seguiva una partita dei rossoblu per Tutto il Calcio minuto per minuto. Giorgio Bubba da Genova: una faccia da buono che riusciva a mangiarsi la metà delle parole che pronunciava: non sono mai riuscito a capire se tenesse di più alla Samp o al Genoa. Sempre da Genova (e poi a Milano ma per seguire le lombarde non milanesi, come l’Atalanta) Gianni Vasino ed Alfredo Liguori (che tra l’altro era il cognato di Paolo Valenti). Da Perugia un giovanissimo Lamberto Sposini (coi capelli cotonati stile Camaleonti) ed un tifosissimo del grifone Paolo Meattelli. Antonio Capitta e Luigi Coppola (che esiste ancora in radio) da Cagliari. Emanuele Giacoia da Catanzaro: cronista preciso e con un timbro di voce inconfondibile. Mario Santarelli da Pescara; il faccione di Maurizio Calligaris da Udine; Maurizio Romano da Avellino; Puccio Corona da Catania; Sabatino D’Angelo e Giancarlo Trapanese da Ancona; Rolando Nutini da Pisa; Franco “riporto” Strippoli da Bari! Ed ancora, chi non ricorda la redazione torinese con Cesare Castellotti (sembrava Olio), Beppe Barletti e Franco Costa? Ad occuparsi di Roma e Lazio c’era uno smilzo (non sto scherzando!) Giampiero Galeazzi, e poi Fabrizio Maffei, Jacopo Volpi e Claudio Icardi.
A gestire il tutto ed a dominare la trasmissione dal suo studio centrale di Roma era il professionale e simpatico Paolo Valenti, capace di gestire il tutto con una padronanza esemplare, capace spesso di correggere gli errori dei colleghi non dando mai l’impressione di correggere ma di integrare. Divenne mitico il suo modo di aprire la trasmissione al termine della altrettanto mitica sigla iniziale con il sorridente “Amici sportivi, buon pomeriggio!”.  Col passare del tempo Valenti moltiplicò la sua presenza in video: con l’avvento di “Domenica In” presentava un breve pre-partita con dei collegamenti dai campi, l’aggiornamento di tutti i risultati durante l’intervallo, l’intervento con tutti i risultati finali della schedina, ed infine “Novantesimo minuto”. La trasmissione mantenne invariata la sua formula (ed il suo successo) fino a quando le forze glielo consentirono: dopo una operazione ed una lunga degenza (durante la quale venne sostituito da Galeazzi) i medici gli diedero un solo anno di vita. Nonostante ciò, Valenti non volle abbandonare la sua creatura, e nel 1990 condusse la sua ultima trasmissione. Chi si mise davanti al televisore il giorno di quella che sarebbe stata la sua ultima conduzione e per vent’anni aveva “vissuto” quella trasmissione, non potè non capire che c’era qualcosa che non andava: il suo volto e la sua voce non erano quelli di sempre! Fu così, che prima di morire, scelse in prima persona quello che riteneva essere il suo erede naturale, Fabrizio Maffei. Nel primo Novantesimo dopo la sua dipartita, fu commovente il ricordo di Nando Martellini, che aprì la trasmissione e, sciogliendo un “impegno” che Paolo Valenti aveva preso coi suoi telespettatori, svelò che il buon Paolo faceva il tifo per la Fiorentina: nessuno era mai riuscito ad avere dei sospetti vista la sua grande imparzialità.
Nonostante la trasmissione sia proseguita negli anni e faccia ancora parte dell’odierno palinsesto, il mitico “Novantesimo minuto” finì con l’uscita di scena del suo demiurgo! La perdita della “sua identità”  c’era già stata prima ancora che il famoso “calcio moderno delle pay tv” la spazzasse via definitivamente come uno tsunami! Ormai era passata di moda, come i carrozzoni dei teatri itineranti con il suo impresario ed i suoi caratteristici e noti personaggi!
Non vi nascondo che di tanto in tanto intorno alle ore 18 della domenica cambio canale “solo” per sentire la storica sigla iniziale di “Novantesimo minuto” : un lampo di romanticismo nel bulimico mondo dei media attuali!
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del 07/10
LA PARTITA DEL SECOLO!
In occasione dei festeggiamenti per il centenario della società rossonera, tutti i tifosi milanisti furono chiamati, attraverso vari canali, a votare “la squadra del secolo” e “la partita del secolo”. Se la scelta degli “11 titolari” di una ipotetica formazione  secolare fu abbastanza difficile e combattuta, vista la interminabile lista di campioni che hanno vestito la nostra maglia nel corso di un secolo, l’indicazione della partita più bella della nostra storia è risultata meno difficile e fu quasi unanime: MILAN-BARCELLONA, finale della Champions League edizione 1993/1994, disputata ad Atene il 18 Maggio 1994. Una serata tanto bella quanto incredibile, visto quello che era previsto e quello che, invece, successe in campo! Fu la più grande dimostrazione che nessuna gara è decisa prima di scendere in campo, che nessun pronostico può considerarsi sicuro e che nel calcio, spesso, l’aspetto tecnico non è il solo ad essere determinante, e, addirittura, forse non è neanche quello preponderante!
Prima di cominciare il racconto di quella indimenticabile serata, facciamo un passo indietro per fare un quadro della situazione generale del Milan e per ricordare il percorso che ci portò in terra ellenica per l’atto finale.
Per il terzo anno consecutivo sulla panchina de Milan c’è seduto Fabio Capello, allenatore stravincente in Italia ma ancora a digiuno di vittorie internazionali. Oltre ad aver perso la finale di Coppa dei Campioni nella stagione precedente (1992/93), nella stagione 1993/94 il tecnico friulano veniva dalla sconfitta nelle finali della Supercoppa Europea (contro il Parma) e nella finale della Coppa Intercontinentale (contro il San Paolo), competizioni disputate in vece del Marsiglia squalificato. In estate hanno lasciato il Milan Rijkaard, Gullit ed Evani, Van Basten è costretto a chiudere la sua carriera a soli 29 anni e Lentini è vittima di un grave incidente automobilistico che lo costringe a perdere quasi tutta la stagione. Il Milan acquista Laudrup, Raducioiu, Panucci e, a metà campionato, Marcel Desailly. La marcia in campionato è regolare e costante: pochi, pochissimi i gol subiti (solo 15) e molte le vittorie per 1-0 firmate da Daniele Massaro. Insomma una squadra solidissima che vince il torneo abbastanza agevolmente (il terzo consecutivo) e che mira, soprattutto, a tornare sul trono europeo dopo qualche anno di assenza.
La Champions League del 1993/1994 (trentanovesima edizione della massima competizione continentale) presenta diverse novità: partecipazione record di 42 formazioni (con l’introduzione di un turno preliminare) e cambio nella formula del torneo. Dopo due turni ad eliminazione diretta, le squadre superstiti venivano divise in due gironi; le prime due classificate di ciascun gruppo avrebbero disputato due semifinali in gara secca da disputarsi in casa delle due squadre vincitrici del raggruppamento.
Il Milan fa il suo esordio il 15 settembre 1993, e nel primo turno se la vede contro gli svizzeri dell’Arau. Il confronto, apparentemente senza storia, si dimostra impegnativo, e sarà risolto con la vittoria per 1-0 in trasferta grazie al gol di Papin, e con il pareggio per 0-0 di San Siro.
Nel secondo turno, i ragazzi di Capello si trovano di fronte il Copenaghen, campione di Danimarca in carica. La pratica viene liquidata già all’andata in terra danese, grazie al tennistico 6 a 0. Autori dei gol Papin e Simone, entrambi con una doppietta, Laudrup e Orlando. Il ritorno vede i rossoneri vittoriosi per 1 a 0 con una rete dell’insaziabile Papin. Nella fase a gironi, il Milan viene inserito nel gruppo B assieme ad Anderlecht, Porto e Werder Brema. Le due partite con i belgi dell’Anderlecht terminano sullo 0 a 0. Con il Porto, i rossoneri si impongono a S.Siro per 3 a 0, in virtù delle marcature realizzate da Raducioiu, Panucci e Massaro. A Oporto, il match termina a reti bianche. Il Werder Brema crea qualche problema al Diavolo che però vince all’andata per 2 a 1 con gol di Maldini e Savicevic. In Germania, è Savicevic a pareggiare i conti dopo il vantaggio tedesco. Il Milan termina il suo girone in testa e accede alla semifinale a partita unica, dove incontra il Monaco di Klinsmann e Djorkaeff. Il match si conclude per il meglio, dato il 3 a 0, ma lascia qualche ombra in vista della finale di Atene. Desailly, Albertini, Massaro i goleador rossoneri. Ma, capitan Baresi, ammonito, e Costacurta espulso, sono costretti a saltare la sfida con il Barcellona. Capello si vede costretto ad inventare la difesa e prova alcune soluzioni in allenamento che non danno buoni risultati. Dopo l’ultima prova disastrosa che prevedeva Tassotti e Desailly centrali, il mister dichiarò a sospresa: “Stasera ho capito quale difesa giocherà in finale contro il Barcellona”. Già, il Barcellona di Cruijff, la grande favorita alla vittoria finale del torneo. I Blaugrana, effettivamente fanno paura, e la coppia d’attacco, Romario-Stoichkov, turba i sogni di tutti i tifosi milanisti nei giorni che precedono la finale. E’ qui che però nasce la grande vittoria del Milan. La squadra di Capello è composta da campioni un po’ stagionati, ma con un orgoglio ed un carattere enorme. Sarà proprio la sfacciataggine, la sicumera e l’arroganza del tecnico olandese a fare il resto. Cruijff da diversi giorni parla del Milan come “l’anticalcio, una squadra tatticamente arretrata ed obsoleta che non avrà scampo contro la sua squadra che, al contrario, gioca un calcio tecnicamente e tatticamente all’avanguardia”. Addirittura si permette di aggiungere che “la dimostrazione della differenza tra le due squadre sta nel fatto che il Barca compra i Romario, mentre il Milan compra i Desailly, un operaio del pallone dai piedi imbarazzanti”. Infine, avrà l’ardire, insieme a molti dei suoi giocatori, di farsi fotografare alla vigilia della partita con in mano la Coppa dei Campioni! Questo atteggiamento non fa che caricare tutto l’ambiente rossonero.
Il 18 maggio 1994, alle ore 20,15 locali, Milan e Barcellona scendono in campo: finalmente l’ora delle chiacchiere è finito, finalmente è l’ora di giocare. Anche l‘ambiente dello stadio Olimpico di Atene ci sembra avverso, in quanto si nota una preponderanza di tifosi catalani su quelli rossoneri. Per fortuna tale differenza si noterà per poco: tutto il pubblico blaugrana resterà ammutolito davanti allo stradominio rossonero in campo!
Capello schiera Seba Rossi in porta, Tassotti e Panucci sulle fasce, Filippo Galli e Maldini centrali difensivi, Albertini e Desailly centrali di centrocampo, Boban e Donadoni larghi sulle fasce e Massaro-Savicevic in attacco. Il Barcellona risponde con Zubizzarreta, Ferrer, Guardiola, Baquero, Nadal, Ronald Koeman, Sergi, Amor, Romario, Stoichkov e Beguiristain. In realtà in campo si vedrà solo l’undici rossonero, il Barcellona non vedrà mai il pallone. Col passare dei minuti, col Milan che gioca a memoria, il volto di Cruijff cambierà gradualmente colore, diventando in fine pallido!
I nostri sono concentratissimi, caparbi, determinati in ogni giocata e strasicuri dei propri mezzi: la squadra si muove come un corpo unico, dove ognuno si sacrifica per il compagno e per la squadra intera. Savicevic, in serata di grazia, dipinge calcio, ed insieme a Donadoni e Boban garantisce un elevato tasso di qualità che si sposa perfettamente con la quantità offerta dal resto della squadra. Monumentale, inoltre, la prova dell’intera linea difensiva. Le danze si aprono al 22’, quando, dopo una splendida discesa di Savicevic, Daniele Massaro batte Zubi con un tocco ravvicinato! Ci si aspetta la reazione degli spagnoli, ma è il Milan che continua il suo show. Dopo un gol annullato a Panucci, a tempo praticamente scaduto i rossoneri colpiscono ancora. Splendida l’azione sulla sinistra di Donadoni, il quale dopo aver superato un paio di avversari dalla linea di fondo rimette indietro verso Massaro che di sinistro incrocia il pallone verso l’angolo opposto difeso da Zubizarreta: 2-0 e fine de primo tempo. I nostri occhi sono pieni di gioia e di incredulità, ma nessuno osa pensare che sia fatta: il Barcellona fa ancora paura nonostante sia stato fin lì annichilito. A rassicurare tutti ci pensa il Genio dopo 5’ della ripresa. Zubizarreta passa la palla al liberissimo Nadal sull’out sinistro, ma Savicevic si getta in pressing sul difensore, gli ruba la palla e di prima intenzione fa partire da posizione impossibile un pallonetto di piatto sinistro che si infila in rete. E’ il delirio, Capello, fin lì imperturbabile, accenna un piccolo sorriso, mentre Cruijff ha la faccia di chi vorrebbe essere da un’altra parte! Finita? Per niente!!! Sette minuti dopo, al 57’, Savicevic colpisce il palo, ma sulla ribattuta Albertini, in pressing, pesca nel corridoio Desailly che si presenta solo davanti al portiere in uscita: piatto destro a girare e palla all’angolo opposto per il 4 a 0!!! Desailly si lascia andare ad una esultanza che sa di rivincita nei confronti di chi l’aveva deriso prima del match. Stavolta è finita veramente: da lì al 90’ sarà un lungo torello, coi rossoneri che non vogliono più infierire sull’avversario. Il Milan è Campione d’Europa per la quinta volta, mentre per Capello è la prima vittoria internazionale: sarà l’unico grande trofeo internazionale (oltre ad una Supercoppa Europea vinta l’anno dopo col Milan contro l’Arsenal) della sua carriera nonostante abbia allenato tutti club di primissimo piano. Lo scarso feeling internazionale sarà l’unico neo della sua splendida carriera da allenatore! Tuttavia, il suo nome resterà per sempre legato a quella che, a detta di tutti coloro che l’anno vissuta in prima persona, è considerata la più grande impresa calcistica del nostro club: LA PARTITA DEL SECOLO!  
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del 30/09
“SAPETE QUANTO COSTA….?”

Nel calcio di oggi per essere competitivi è necessario, innanzitutto, avere alle spalle una società che sia in grado di fare investimenti ingenti, è opportuno avere le “rose ampie” che servono, attraverso una sapiente applicazione del turnover, a poter essere in lotto fino alla fine su tutti i fronti, è auspicabile avere in squadra dei giocatori top-mondo, ed è necessario disporre di un monte ingaggi faraonico. Insomma, senza investimenti multi-milionari non si va da nessuna parte! Sono le inevitabili conseguenze del “calcio moderno”, dove il business ha soppiantato il concetto di sport. Una volta non era così, e non stiamo parlando neanche dei tempi in cui l’uomo inventò la ruota. Stiamo parlando della fine anni ottanta inizi anni novanta. Sapete quanto costa vincere lo scudetto nella stagione 1989/90? La strabiliante cifra di 100 lire!!! No no, non avete letto male, stiamo proprio parlando delle cento lire del vecchio conio (o se preferite, poco più dei 50 centesimi di euro odierni)! Come è potuto succedere questo miracolo? Seguiteci nel racconto di questo discusso e discutibile torneo, l’ottantesimo campionato di calcio italiano, il cinquantottesimo a girone unico.
Il Milan di Sacchi, reduce dalla splendida cavalcata europea della stagione precedente (conclusa con la spettacolare vittoria finale di Barcellona sulla Steaua Bucarest), si presenta ai nastri di partenza come una delle favorite alla vittoria finale di quel campionato, insieme al Napoli di Maradona ed all’Inter di Trapattoni, campione in carica dopo una cavalcata record. Per la verità il Milan ha degli obiettivi più ambiziosi: oltre allo scudetto, la società di via Turati ha l’obiettivo dichiarato di completare il Grande Slam, ossia vincere tutte e cinque le competizioni in cui è impegnato. Ci andrà clamorosamente vicino! Al di là delle fatiche immani per essere competitiva e vincente su tutti i fronti (nessuno escluso, nemmeno la Coppa Italia), a non permettere la realizzazione di questa storica impresa contribuirono degli episodi che col calcio giocato avevano poco a che fare: nello sport le variabili che possono delimitare la differenza tra la vittoria e la sconfitta sono numerose, e sono tutte da accettare, sempre e comunque! Quando però c’è di mezzo il dolo, allora la sconfitta è difficile da digerire, è quasi impossibile da dimenticare. E purtroppo in quel campionato il dolo, ai danni del Milan, ci fu.
In questa sede non vogliamo concentrarci sulle competizioni internazionali disputate trionfalmente dal Milan (vittoria in Coppa Intercontinentale, Supercoppa Europea e Coppa dei Campioni). L’attenzione vogliamo concentrarla esclusivamente sul campionato italiano.
Non c’è bisogno di grandi rinforzi tra i rossoneri: ai campionissimi già in rosa vengono aggiunti i giovani e promettenti Borgonovo e Simone. Trattandosi del campionato che precedeva la disputa dei Mondiali in Italia, quel torneo fu condotto a ritmo serrato e con la disputa di molti turni infrasettimanali.
Il Milan conferma la sua vocazione europea, e così, dovendo affrontare subito negli ottavi di Coppa dei Campioni il Real Madrid già ad ottobre (non esisteva ancora la formula dei gironcini della Champions), la squadra di Sacchi trascura un attimino il campionato: nelle prime otto giornate di campionato metterà insieme 3 vittorie, 2 pareggi e 3 sconfitte. Proprio all’inizio del mese di ottobre subirà due scoppole consecutive, la prima contro i rivali del Napoli per 0-3 al San Paolo, la seconda per 0-1 a Cremona contro la Cremonese per un gol di Dezotti!!! Non solo, alla decima giornata, alla vigilia del ritorno al Bernabeu, ci sarà anche l’onta di una nuova sconfitta al Del Duca di Ascoli (1-0) per mano di Casagrande. Insomma, l’inizio è da incubo, ed il prezzo del passaggio del turno contro il Real è salatissimo (sconfitte a Cremona ed Ascoli alla vigilia del doppio confronto). Alla decima il Milan sembra fuori dalla lotta per lo scudetto, mentre il Napoli (dopo un primo allungo di Juventus e Roma) sembra prendere definitivamente il largo: dopo aver sconfitto tutte le concorrenti, gli azzurri di Maradona (guidati dal giovane tecnico Albertino Bigon) si laureano campioni d’inverno con una giornata di anticipo; la classifica recitava Napoli 25 punti, Inter, Sampdoria e Roma 21, Milan 19 (con una partita in meno a causa della sospensione per nebbia di Milan-Verona). Il Milan, nonostante il ritardo, dall’undicesima giornata comincia ad ingranare la marcia giusta. Mentre il Napoli comincia ad accusare qualche pausa tra l’ultima di andata e l’inizio del ritorno, i rossoneri mettono in fila sette vittorie consecutive (grazie ad un Van Basten scatenato con ben 10 reti messe a segno), ed alla 23esima giornata è al secondo posto in classifica con 34 punti, a soli 2 punti di distanza dai partenopei. Alla 24esima è in programma lo scontro diretto contro il Napoli a San Siro: il dominio dei rossoneri è totale, e così il Milan ripaga il Napoli con la sua stessa moneta, restituendogli il 3-0 dell’andata. Le due squadre sono, così, appaiate in vetta alla classifica. Ormai la squadra di Sacchi sembra un treno in corsa inarrestabile, e la vittoria dello scudetto sembra cosa fatta. Alla 26esima il sorpasso è completato: il Napoli perde di nuovo a San Siro (contro l’Inter) mentre il Milan passa a Roma strapazzando i giallorossi per 4-0, ed allunga a 10 la striscia di vittorie consecutive. Milan punti 40, Napoli 38, e Maradona & C. rivivono l’incubo della rimonta rossonera subita nel campionato ‘87/’88. Dopo l’11esima vittoria consecutiva (2-1 all’Ascoli), il Milan, tornato ad essere impegnato in Coppa Campioni, comincia a sentire le fatiche di una rimonta sensazionale. Alla 28esima ed alla 29esima subisce due sconfitte consecutive (entrambe per 3-1) contro la Juventus (a Torino) e l’Inter; il Napoli non è messo meglio, e così in due gare racimola 1 solo punto e resta dietro di 1 punto in classifica. Lo sprint finale è lanciato! Alla 30esima entrambe le contendenti portano a casa una vittoria (il Milan vince in rimonta a Lecce per 2-1), e quindi le distanze restano immutate. Alla quart’ultima giornata succede il fattaccio! Entrambe le squadre pareggiarono 0-0: il Milan a fatica a Bologna, il Napoli a fatica a Bergamo. Ma fu proprio a Bergamo che successe l’episodio cruciale. A 10 minuti dalla fine il napoletano Alemao viene colpito alla testa da una monetina di 100 lire: sottoposto alle cure del massaggiatore Carmando, il brasiliano sembra in grado di rientrare in campo, poi dice di no ed esce dal campo sostituito da Zola. Le polemiche scoppiano violente. Le riprese televisive svelano il “consiglio” di Carmando ad Alemao di rimanere a terra e di considerare gli effetti dell’impatto. Il giudice sportivo decreta il 2-0 a favore del Napoli a tavolino e così i partenopei agganciarono in vetta alla classifica il Milan. Le critiche e le polemiche furono talmente roventi che dopo quell’episodio la sconfitta a tavolino per casi del genere verrà abolita per sempre. La tensione per il finale di campionato sale alle stelle. Alla terz’ultima il Napoli, ringalluzzito, vince contro il Bari, mentre il Milan grazie a Massaro batte 1-0 la Samp. Lo scudetto, con le squadre ancora appaiate, si decide alla penultima. Mentre il Napoli passa di slancio a Bologna (4-2), il Milan di Sacchi conoscerà la sua seconda Fatal Verona. Più che di Fatal Verona si deve, però, parlare di Fatale Rosario Lo Bello! Sarà proprio l’arbitro siciliano a regalare lo scudetto ai napoletani con un arbitraggio tanto discutibile quanto scandalosamente a senso unico.  Dopo essere passati in vantaggio grazie ad un gol di Simone, i rossoneri si vedono negare due rigori nettissimi per falli su Massaro e Van Basten. Le proteste dei milanisti saranno veementi, e l’arbitro siracusano penserà bene di espellere dal campo Van Basten, Rijkaard e Costacurta in campo e Sacchi dalla panchina. Ridotto ai minimi termini e coi nervi distrutti il Milan finisce per perdere partita (2-1) e scudetto. Ormai le sorti del titolo sono decise, e nell’ultimo turno sarà inutile per il Milan vincere per 4-0 contro il Bari: il Napoli batte la Lazio e conquista il suo secondo titolo nazionale. Nonostante il maggior numero di vittorie (22), nonostante la miglior differenza reti (+29), nonostante il capocannoniere del torneo (Van Basten), il Milan fu scippato inopinatamente di uno scudetto che era ormai a portata di mano. Le prove? Basta riportare i passaggi di un’intervista shock rilasciata a “Il Mattino” di Napoli dall’allora presidente del Napoli Corrado Ferlaino qualche anno fa:
……«Sì, soprattutto il secondo [scudetto, ndr] fu, diciamo così, il più movimentato. Quello scudetto me lo ricordo bene per vincerlo dovetti impegnarmi molto».
«Fu importante la partita Verona-Milan. Allacciai buoni rapporti con il designatore Gussoni. Il Milan aveva un arbitro molto amico: Lanese, detto «milanese». A noi, invece, era molto vicino Rosario Lo Bello e lo era perché meridionalista convinto. Il campionato si decise il 22 aprile: il Milan giocava a Verona, Gussoni designò Lo Bello per quella partita; successe di tutto, espulsioni, milanisti arrabbiati che scaraventarono le magliette a terra: persero 2-1. Noi vincemmo serenamente a Bologna per 4-2 e mettemmo in tasca tre quarti di scudetto».
E la monetina di Alemao?
«Fu colpito, forse ingigantimmo l’epidosio, ma la partita era comunque già vinta a tavolino. Facemmo un po’ di scena. L’idea fu di Carmando. Alemao all’iniziò non capì, lo portammo di corsa in ospedale, gli feci visita e quando uscii dichiarai addolorato ai giornalisti: «Non mi ha riconosciuto». Subito dopo scoppiai a ridere da solo, perché Alemao era bello e vigile nel suo lettino. Ma non è finita qui: il giocatore dopo un po’ ha abbracciato un’altra religione, mi sembra quella evangelista, secondo la quale la bugia è il peccato più grande. E Aleamo oggi vive con quel tormento dentro».
Quando qualche anno dopo Alemao andò a giocare nell’Atalanta, a precisa domanda sull’episodio della monetina ammetterà: “Ero un giocatore del Napoli: quella volta ho obbedito e mi sono comportato da professionista”.    
In occasione della finale di Coppa dei Campioni di Vienna, sugli spalti del Prater capeggiava un grande striscione preparato dai tifosi milanisti: “Napoletano, se la Finale di Coppa dei Campioni vuoi giocare, una monetina da 100 lire devi pagare!”
Non c’è niente da aggiungere: quello della stagione 1989/90 fu lo scudetto più economico della storia del calcio italiano!
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del 23/09
…ERA “NOSTRO” PADRE!
Parafrasando il titolo di un film di qualche anno fa, dedichiamo la puntata di questa settimana ad un personaggio di cui tutti i tifosi rossoneri conoscono il nome, ma di cui forse non tutti ne conoscono la storia.  La sua foto più celebre lo ritrae con una singolare divisa costituita da un cappello, una camicia rossonera con colletto e stemma di Milano, calzoni lunghi da schermidore e calzettoni sostenuti da un elastico; la sua frase più ricordata è quella della scelta dei colori sociali: “saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco ed il nero come la paura che incuteremo agli avversari!”.
Naturalmente stiamo parlando di Herbert Kilpin, personaggio al quale non solo si deve ascrivere il merito di aver fondato l’attuale AC Milan, ma anche quello di essere colui che fece conoscere il football al nostro paese. E sì, perché prima di fondare il nostro club, Mr. Kilpin già da molti anni aveva aiutato il calcio a diventare uno sport popolare in quasi tutto il Nord Italia. Pensate che il grande “importatore” del principale sport inglese e che da noi fu considerato un asso, nella sua terra era un calciatore che militava nella seconda categoria dilettanti. Da considerare, tra le altre cose, che il giovane inglese non era venuto certo in Italia per occuparsi di sport, ma vi era capitato (poco più che ventenne) per questioni lavorative.
Herbert Kilpin (nato a Nottingham il 24/01/1870) proveniva da una agiata famiglia che non fece mancare nulla ai suoi nove figli. Nottingham era una città famosa nel mondo per le sue fabbriche operanti nel settore tessile (era definita la città dei pizzi e dei merletti), ed il giovane Herbert proprio in questo settore aveva appreso un mestiere. Nel frattempo, sin da piccolo, coltivava la sua grande passione per il football. Già a 13 anni aveva partecipato alla fondazione di un piccolo club, dedicato a Garibaldi, i cui giocatori indossavano una maglia (camicia) di colore rosso. Dopo una breve parentesi nel club dilettantistico del Notts Olympic e St.Andrews, nel 1891 si trasferì in Italia insieme ad alcuni suoi concittadini, Gordon Savage e Henry W. Goodley (colui che decise per la Juventus i colori sociali bianconeri che erano quelli del Notts County). I tre furono chiamati a Torino dall’industriale tessile Edoardo Bosio per impiantare ed insegnare l’uso di telai meccanici prodotti in Inghilterra. Curiosa la descrizione di Kilpin su uno dei primi incontri giocati in Italia. Dice Herbert: “mi rimboccai i calzoni, deposi la giacca ed eccomi in gara. Mi avvidi presto di due cose curiose: prima di tutto, non c’era l’ombra dell’arbitro; in secondo luogo che, a mano a mano che la partita si inoltrava, la squadra italiana avversaria, andava sempre più ingrossandosi. Ogni tanto uno del pubblico, entusiasmato, entrava in giuoco, sicchè ci trovammo presto a lottare contro una compagine formata da almeno venti giocatori. Ciò non ci impedì di vincere con un 5 a 0”.
Quella degli aneddoti legata all’arbitro sarà una costante. In una delle poche interviste dell’epoca Kilpin racconta anche questa storiella: “A Firenze il Milan affronta l’Andrea Doria. Arbitra un pugliese che evidentemente non conosce il football. Volete sapere come cominciò quella partita l’arbitro? Comparve col pallone in mano, diede un gran fischio e poi un calcio alla palla. Protestai, naturalmente,  affermando che il primo calcio lo dovevano dare i giocatori. E quegli: sono o non sono l’arbitro? Si giuochi dunque come voglio io, e lei taccia, se non vuole essere espulso dal campo!”.
Fu proprio nel capoluogo piemontese che Kilpin fondò l’International F.B.C., squadra con la quale disputò le finali dei primi due campionati italiani entrambe contro il Genoa Cricket and Football Club. Dopo aver perso entrambe le finali, durante il banchetto di festeggiamento per la seconda vittoria genovese “minacciò” il capitano avversario Pasteur con questa frase: “E’ l’ultima volta che vincete! Fonderò una squadra a Milano che vi batterà. I genoani mi presero in parola e si brindò alla fortuna del club milanese non ancora nato”.  Nel 1898 si era trasferito a Milano sempre per il suo vero lavoro nel tessile, ed il 13 dicembre 1899, in una sala dell’Hotel du Nord et des Anglais, insieme ai connazionali Davies, Neville, Lees, Mildmay, Barnett ed Hayes ed ai milanesi Piero ed Alberto Pirelli, Daniele e Francesco Angeloni, Guido Valerio, Antonio Dubini e Giulio Cederna fondarono il MILAN FOOTBALL AND CRICKET CLUB. Il primo presidente fu Alfred Ormonde Edwards, ex vice console di Sua Maestà Britannica a Milano, personalità di spicco nell’alta società milanese. I colori scelti, come detto, furono il rosso ed il nero, ed il debutto della nuova squadra avvenne al Trotter di Piazza Doria.
La nuova squadra, capitanata da Kilpin, si dimostrò subito di ottimo livello: tra il 1901 ed il 1907 il Milan conquistò tre titoli nazionali (non esisteva ancora lo scudetto). Nel 1905 Herbert aveva sposato la signorina Maria Capua di Lodi. La sera prima delle nozze Kilpin ricevette un telegramma che “mi invita a far parte della rappresentativa italiana che a Genova deve giocare con il Grasshopers di Zurigo. Mia moglie non voleva lasciarmi partire. Le ricordai che se non mi permetteva di continuare a giuocare non mi sarei sposato. In quel match, presi un calcio tremendo sul naso e tornai da mia moglie col viso irriconoscibile”.
Kilpin cominciò la sua carriera da attaccante, ma col passare degli anni arretrò progressivamente fino a giocare da difensore.
Nella stagione 1907/1908 il Milan (reduce da due titoli consecutivi) è coinvolto in una delle bufere “regolamentari” dell’epoca legata al tentativo della federazione (su spinta della Gazzetta dello Sport) di limitare il numero degli stranieri in campo. Fu l’anno in cui un’ala progressista del club rossonero si separò dalla società per fondare un nuovo club denominato Internazionale Football Club: nascerà uno dei derby più accesi del mondo. In questo clima, nel 1907, durante una gara della Coppa Lombardia il Milan dirama una lista di convocati che non lascia dubbi sulla nazionalità: Hieronimus Root, Xaver Markti, Guido Fashion, Alfred Bosshard, Trerè Junior, Charles Whites, Mare Hall, Herbert Kilpin, Hans Màdier, Peter Wool. La Gazzetta pubblica la formazione che sembra composta da soli stranieri ad eccezione di Trerè. In realtà il Milan con humor britannico inglesizzò i nomi italiani: Root in realtà era Radice, Fashion era Moda, Whites Bianchi, Hall Sala e Wool Lana. Le discussioni furono furibonde, e la nascita dell’Internazionale una conseguenza.
Ormai trentottenne Kilpin disputò la sua ultima partita il 12 aprile 1908 sul campo di via Fratelli Bronzetti vinta 4-3 contro il Montreaux. Lui disse: “Sono stato capitano del Milan per dieci anni. Ho giocato sempre. Solo una domenica, ammalato, non fui coi miei rosso e neri, e fu la volta che l’Unione Sportiva Milanese strappò la Palla Dopples al Milan.”
La sua vita post-Milan è avvolta nel mistero. Non è certo se sia rimasto a Milano o se sia tornato in Inghilterra, ciò che è certo è che a soli 46 anni Herbert Kilpin passò a miglior vita per una malattia probabilmente indotta dall’uso eccessivo di alcool e fumo. La sua tomba fu scoperta al cimitero Maggiore di Milano. Tuttavia, per l’importanza del personaggio e per ringraziamento e riconoscenza nei suoi confronti per quanto fatto per la città di Milano, i suoi resti furono trasferiti al cimitero Monumentale di Milano, dove l’AC Milan pose una lapide commemorativa.
Ogni tifoso rossonero ha una sua storia ed ha (o ha avuto) un padre, ma ogni tifoso rossonero quando sente pronunciare il nome di Herbert Kilpin dovrebbe, tra sé e sé, pensare… ” ERA NOSTRO PADRE!”
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del 16/09
“MA PERCHE’….?”
Com’è possibile che si sia creata una forte sensazione di rivalità/antipatia sportiva (solo calcisticamente parlando, si intende) contro una squadra affrontata solo tre volte, straniera ed il cui ultimo incontro/scontro risale a ben 16 anni fa? In questi giorni che precedono la gara di Champions contro l’Olympique Marsiglia, mi sono soffermato a riflettere sui motivi, ed ho messo a fuoco che quella che era una sensazione “inconscia” in realtà è causata da una serie reale di spiegazioni. Marsiglia significa per il Milan “la vergogna dei riflettori del Velodrome”, significa la mortificante squalifica dell’Uefa, significa l’eliminazione da quella che ininterrottamente da due anni e mezzo era la Nostra competizione, significa la fine dell’era Sacchi, significa la sconfitta in finale di Champions a Monaco di Baviera, significa l’ultima partita con la maglia del Milan di Marco Van Basten, significa pesanti ombre di lealtà sportiva, significa le auto-accuse di Eydelie…..insomma, significa tante cose! Ma Milan-Marsiglia ha una caterva di significati anche per la squadra marsigliese. In poche parole, gli incontri coi francesi (coi quali noi italiani non ci “prendiamo” moltissimo già per natura) sono stati brevi ma pregni di significati.
Il tutto comincia nella stagione 1990/91. Il Milan sacchiano, dopo aver messo a segno la memorabile doppietta con Steaua e Benfica, è reduce dalla conquista della Supercoppa europea (contro la Sampdoria) e della Coppa Intercontinentale (contro l’Olimpia Asuncion). In Coppa dei Campioni, dopo aver faticato negli ottavi contro il Bruges, il Milan nei quarti affronta il Marsiglia. La squadra francese è guidata dal suo ambiziosissimo patron Bernard Tapie, un uomo con manie di grandezza smisurate: deputato socialista dal 1989 al 1996, proprietario dell’Adidas dal 1990 al 1993 e proprietario del club dal 1986.. La squadra è affidata al tecnico Raymond Goethals, una specie di santone del calcio francese che però non era conosciutissimo a livello internazionale, ed ha nel trio Papin-Waddle-Abedì Pelè il suo punto di forza. Al momento del sorteggio, pur avvertendo il pericolo dell’avversario, sembra che per il Milan non ci possano essere troppi problemi per proseguire il suo inarrestabile cammino in quella che era diventata ormai la “sua” coppa: il Milan era campione in carica da due edizioni consecutive. Invece quella eliminatoria si trasformò in una specie di incubo. Quello che scoprimmo fu che le caratteristiche tecniche di quella squadra e di quei giocatori erano l’ideale per mettere in grave difficoltà i rossoneri. Il pari (1-1) di San Siro ne fu una dimostrazione, ma ancor di pù lo fu la gara di ritorno. Al Velodrome nonostante il Milan dovesse cercare di vincere la partita (o comunque di pareggiarla con più di un gol), Baresi&C. non diedero mai la sensazione di riuscire a ribaltare la situazione. Anzi, furono proprio i marsigliesi (dotati anche di sufficiente cattiveria) a segnare a pochi minuti dalla fine il gol del vantaggio con l’inglese Waddle (autentica spina nel fianco). A quel punto il nervosismo in campo divenne palpabile. E quando in pieno recupero si spensero le luci di uno dei riflettori dello stadio, il blackout si trasferì anche nella testa di qualcuno. Non si sa bene per quale motivo (forse nella speranza che la partita si potesse ripetere), qualche giocatore del Milan pensò che non si poteva continuare a giocare; e quando Galliani scese in campo per richiamare la squadra a rientrare negli spogliatoi la frittata fu fatta. L’arbitro fischiò la fine della partita, e l’Uefa sancì la sconfitta a tavolino e la squalifica per un anno del Milan dalle competizioni internazionali. Lo smacco fu enorme, e l’immagine della squadra bi-campione d’Europa ne risultò notevolmente macchiata. Quella sera, oltre alla eliminazione da quella edizione della Coppa dei Campioni, fu sancita anche la conclusione dell’era Sacchi: dopo quattro anni di successi, la dirigenza fu costretta a porre fine al rapporto col tecnico di Fusignano, principalmente perché non c’era più feeling con i suoi giocatori più importanti (Van Basten su tutti). Cominciata in modo vincente l’era Capello e scontato l’anno di squalifica, nella stagione 92-93 si presentò l’occasione della grande rivincita. Dopo un cammino praticamente perfetto (10 vittorie su dieci partite, 23 gol fatti e solo 1 subito), il Milan di Capello si presenta alla finale di Monaco di Baviera dove ad attenderlo c’è proprio l’Olympique di Marsiglia. I francesi (ancora guidati da Goethals) si sono ulteriormente rinforzati e presentano una formazione di tutto rispetto: Barthez, Angloma, Di Meco, Boli, Sauzèe, Desailly, Eydelie, Boksic, Voeller, Pelè, Deschamps. Il Milan è una squadra di campionissimi, e per l’occasione ha recuperato anche il suo uomo simbolo Marco Van Basten. Il primo tempo del Milan è un dominio completo, ma i rossoneri hanno il torto di non concretizzare le numerose palle gol; e così al 44’ su un calcio d’angolo che non c’era, il Marsiglia va in vantaggio grazie ad una capocciata del difensore Bolì. Quel gol fu una mazzata terribile, e fu su quell’episodio che si concluse la finale. Il Milan fu incapace di reagire, e così i francesi conquistarono la prima Coppa dei Campioni della loro storia (che coincideva con la prima edizione della nascente Champions League). Al dramma sportivo della sconfitta si aggiunse quello umano del grandissimo Van Basten: quella sera, trascinando la gamba per tutto il secondo tempo, il grande Marco disputò la sua ultima gara ufficiale da calciatore professionista. Da quel giorno le strade di Milan e Marsiglia sul campo non si sono incrociate più, ma la storia è proseguita su altri ambiti. Alla fine della stagione 92/93 cominciano, stavolta i guai del Marsiglia. Scoppia, infatti, l’Affaire VA-OM: pochi giorni prima della finale di Monaco contro il Milan, il Marsiglia, ormai prossimo alla conquista del titolo nazionale è chiamato ad affrontare in campionato il Valenciennes. Venne fuori che alcuni giocatori del Valenciennes erano stati corrotti dai colleghi marsigliesi per farli vincere la partita in cambio di soldi. Succede il finimondo! Il titolo appena conquistato dall’OM venne revocato, Tapie fu squalificato a livello sportivo e condannato a livello penale a due anni di galera (che sconterà tra il 1997 ed il 1999), mentre l’Uefa e la Fifa esclusero la squadra dalla Supercoppa Europea e dalla Coppa Intercontinentale, a cui venne chiamato a giocare il Milan (che le perderà entrambe). A causa del diretto coinvolgimento del suo presidente nello scandalo di cui sopra, il Marsiglia, nella stagione 1993/94 venne retrocesso in seconda divisione. Al termine di quella stagione vincerà il campionato cadetto, ma per la stagione 1994/95 venne escluso dalla Lega principale francese a causa di irregolarità finanziarie.Soltanto nel 1996, sotto a guida del nuovo patron dell’Adidas Robert Louis Dreyfus, il club completò la sua risalita nel calcio francese che conta e si rimise in carreggiata. Nel frattempo Bernard Tapie, ceduto il Marsiglia, si lanciò nel mondo del cinema debuttando come attore prima di fare una visitina nelle patrie galere. Ce ne sarebbe già abbastanza per chiudere questa intricatissima vicenda, ed invece…..!
Ed invece nel gennaio del 2006 uno dei giocatori francesi che era in campo la sera della finale rilascia un’intervista all’Equipe magazine per fare delle anticipazioni su un libro autobiografico che sarebbe uscito in libreria il marzo successivo. Relativamente alla gara Marsiglia-Milan, Jean Jacques Eydelie rivelò che “nella finale di coppa del 1993 per la prima volta mi sottoposi alla pratica del doping. Ci fu una seduta obbligatoria di iniezioni, solo Rudi Voeller si rifiutò. Durante la partita mi sentivo diverso, il mio fisico rispondeva in modo differente allo sforzo. Rudi Voeller (sembra) cercò di sconsigliare tutti i suoi compagni in tre lingue diverse”. Chiaramente queste rivelazioni scatenarono un vespaio di polemiche: l’Uefa fece svolgere un supplemento di indagine, ma il tutto si fermò lì. Nessuna decisione venne presa in merito alla Coppa dei campioni conquistata dai francesi. L’unica cosa che si può aggiungere è che anche Bernard Tapie in un’intervista ammise che i suoi giocatori la sera della finale erano dopati.
Come si può vedere gli intrecci che riguardarono la storia del Milan e quelli del Marsiglia a seguito degli incroci tra le due squadre furono numerosi e, sicuramente, tutti 8sia noi che loro) ne avremmo fatto volentieri a meno. L’unica cosa di cui possiamo essere contenti, viste le conseguenze, è che le due squadre si siano incontrate così poche volte tra di loro e, soprattutto, speriamo che i prossimi incontri tra Milan e Marsiglia, previsti nell’attuale Champions, non siano il preludio a delle vicende che col calcio giocato hanno poco a che vedere.
Visto che questo pezzo è stato scritto alla vigilia dello scontro del Velodrome in programma il 15 settembre e non conosciamo ancora il risultato, spero che venga infranto anche l’ultimo tabù che fino ad ora ho ancora omesso di dire e che contribuisce ad acuire l’antipatia sportiva per questa squadra:se qualcuno non se ne fosse accorto NON LI ABBIAMO ANCORA MAI BATTUTI!
Speriamo bene.
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del 09/09
IL CAMPIONE DAL SORRISO TRISTE!
Avevo poco più di 15 anni quando cominciai a provare un affetto particolare per Agostino Di Bartolomei: durante l’estate del 1985 il mio conoscente Tommaso, casaranese come me ma da anni residente ad Inveruno, mi porto in regalo una foto con dedica ed autografo del suo amico Diba (ed amico anche della signora Marisa). Per un ragazzino del profondo sud che vedeva i suoi idoli come qualcosa di lontano ed irraggiungibile fu un regalo eccezionale. Tommaso mi chiamava sempre per cognome, per cui per anni nella mia cameretta ho avuto esposta quella foto con su scritto “A Sabato con simpatia! Agostino Di Bartolomei”! L’affetto per quel calciatore non derivava solo da quell’episodio, ma anche dal fatto che l’arrivo al Milan di Di Bartolomei nell’estate del 1984 rappresentò per il tifoso del Milan dell’epoca un fatto importante: negli anni immediatamente successivi all’altalena tra la serie A e la serie B, l’acquisto dell’ex capitano della Roma, reduce da anni entusiasmanti e da protagonista, dimostrava che anche il Milan di Farina poteva acquistare un campione da una grande squadra (e la Roma dei primi anni 80 era una grandissima squadra). Inoltre era la chiara dimostrazione che il progetto di rilancio rossonero da parte del “rientrante” Nils Liedholm era serio. Fu intorno alle geometrie di Ago (come lo chiamavano i suoi vecchi tifosi) che si sarebbe sviluppato il nuovo gioco a zona del nuovo Milan. Insomma, Agostino Di Bartolomei non è stato una bandiera del nostro Milan, ma la sua è una storia che merita, comunque, di essere raccontata.
Tutti noi almeno una volta abbiamo sognato di essere un calciatore di alto livello per godere dei privilegi che questo comporta: fama, ricchezza, belle donne. Un mondo dorato dove tutto sembra bello ed affascinante. Quando poi succedono storie come queste, ci rendiamo conto di quanto il  fatato mondo del calcio si possa trasformare in un macigno in grado di schiacciarne i protagonisti. Se poi sei una persona seria, integerrima, che non è disposta a scendere a compromessi e sei troppo timido  per essere disposto a “venderti l’anima” pur di compiacere a persone di quel mondo che sembrano più degli squali che degli esseri umani, allora il tuo mondo che ti volta le spalle ti appare ancora più crudele!
Ma andiamo con ordine.
Agostino Di Bartolomei nasce a Roma l’8 Aprile 1955, e nel suo quartiere, Tor Marancia, comincia a  tirare i calci ad un pallone prima di arrivare nelle giovanili della Roma. La scalata fino al debutto in serie A viene coronata nel 72/73 quando il 22 aprile, a 17 anni, fa il suo esordio a S.Siro contro l’Inter (Inter-Roma 0-0). E’ la prima di una lunga serie di partite con la maglia giallorossa. Alla prima giornata del campionato successivo (73/74) segna il suo primo gol in serie A. Dopo 3 stagioni e 23 presenze viene mandato a Vicenza per maturare. Al ritorno nella capitale (1976) diventa un titolare inamovibile dei giallorossi, ed alla fine degli anni 70 diventa anche capitano della sua squadra del cuore.
Forte fisicamente, centrocampista roccioso, Agostino si mette in mostra per la sua classe indiscussa, per una visione di gioco sopraffina, per i suoi lanci millimetrici (definiti “da architetto”) e per la potenza del suo tiro.  Il suo unico difetto era rappresentato dalla poca velocità, ma pur di non toglierlo di squadra, il suo allenatore, il barone Nils Liedholm, si inventò per lui un nuovo ruolo. Diba fu arretrato nel ruolo di libero, una posizione per lui ideale. Nonostante le difficoltà iniziali, grazie al suo spiccato senso della posizione e grazie alla velocità del suo compagno di reparto Vierchowood, divenne uno dei migliori interpreti del suo ruolo. La non necessità di correre dietro agli avversari e la possibilità di essere il primo giocatore della squadra ad impostare il gioco da dietro ed a sfruttare i suoi lanci lunghi rappresentarono i  suoi punti di forza. A tutto questo si aggiungeva un bel carattere ed una grande grinta, caratteristiche che gli permettevano di essere il trascinatore della sua squadra. Quando poi la sua squadra si conquistava un calcio di punizione negli ultimi trenta metri d’attacco, la sua potenza al tiro diventava un’arma quasi inarrestabile. Ogni punizione un pericolo per gli avversari; se non faceva gol, riusciva comunque a creare un brivido per l portiere avversario. La sua percentuale di realizzazione era talmente alta che la curva, prima di ogni battuta, gli intonava il famoso coro “Ohhh Agostino, Ago Ago Agostino gol!”.  Dei suoi tifosi è un autentico idolo: è IL capitano della Curva Sud, e forse solo Totti ha avuto la capacità di affiancarlo in quel ruolo! La caratteristica che lo ha sempre contraddistinto fu l’educazione in campo: mai una parola fuori posto, mai una protesta sguaiata, sempre la lucidità di parlare da capitano all’arbitro con le braccia dietro la schiena. Un vero signore e campione di stile e comportamento. Di lui colpiva la imperturbabilità dell’espressione: per una gioia o per un dolore, il suo volto sembrava sempre lo stesso. Il sorriso sempre triste.
Nella stagione 1983/84 guidò, da grande protagonista, la Roma alla conquista del suo secondo scudetto. La sua stagione, nonostante giocasse da centrale difensivo, fu suggellata da ben 7 reti. Ma la sua avventura più esaltante fu quella vissuta nella stagione successiva: da autentico leader trascinò i compagni alla conquista della storica finale di Coppa Campioni che quell’anno si disputava all’Olimpico di Roma. Il 30 maggio (tenete a mente questa data!) 1984, da capitano dovette sostenere la più grande delusione della storia calcistica della AS Roma. Dopo una battaglia interminabile davanti ad un Olimpico stracolmo, la Roma di Liedholm dovette cedere il trofeo dopo i calci di rigore al Liverpool. La delusione fu enorme. Ago segnò il suo rigore, ma ebbe (a quanto pare) un feroce litigio col compagno brasiliano Falcao che, nonostante fosse uno dei leader della squadra, si era rifiutato di tirare uno dei rigori.
Quella sera qualcosa si incrinò! Al termine di quella stagione (terminata con la vittoria della Coppa Italia) fu costretto dall’allora presidente Dino Viola a fare le valigie. Per fare cassa, la Roma cedette il suo capitano al Milan, dove lo aspettava il suo grande maestro Liedholm. In realtà le cause della sua cessione furono da ricercare nella venuta meno armonia coi compagni di squadra (e con la dirigenza con cui si lasciò malissimo) e nella scarsa adattabilità di Ago alla nuova e nascente Roma di Eriksson. La sera della finale di Coppa Italia contro il Verona (sua ultima gara in giallorosso), la curva gli dedicò questo striscione: “Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva”! In totale giocò coi giallorossi 308 gare (146 da capitano) segnando 66 gol.
Nell’estate del 1984 arriva, quindi, al Milan di Giussy Farina e Nils Liedholm. Il Milan acquista Hateley, Wilkins, Terraneo e Virdis, e decide di affidare a Diba le chiavi del centrocampo e del gioco rossonero. Il primo anno di Di Bartolomei con la maglia rossonera sarà estremamente positivo: disputerà 29 presenze in campionato e 12 in Coppa Italia, segnando in totale 9 reti (di cui 6 in campinato). In campo è un autentico leader: alla quinta giornata si prende la grande rivincita contro i suoi ex compagni, segnando il primo gol del Milan che batterà i gallorossi per 2-1. Il gol fu accompagnato da una esultanza fuori dalla norma per il suo carattere, segno che Ago aveva da prendersi qualche rivincita contro la sua ex squadra. Alla settima giornata farà ancora meglio: al 33’ del derby contro l’Inter, segna il gol del pareggio con un gran tiro dal limite. Il Milan, dopo molta attesa, quel derby lo vincerà grazie al famoso gol di Hateley. Per fare le cose in grande Di Bartolomei quell’anno sarà anche decisivo nella vittoria del Milan contro la Juventus alla diciannovesima giornata: al 46’ segna su rigore il gol del definitivo 3-2 a favore dei rossoneri. A stagione si chiude con il 5° posto in campionato (riconquista della zona Uefa dopo una vita), e con la conquista della finale di Coppa Italia poi persa contro la Samp. Di buon livello anche la stagione successiva (44 presenze totali e 3 gol) ed anche quella del 1986/87 (37 presenze e 2 gol). In totale furono tre stagioni d grande sostanza e qualità, sanciti da ben 122 presenze e 14 gol.
Nel 1987 comincia l’era Sacchi, e Di Bartolomei (ormai trentaduenne) non possiede le caratteristiche per far parte di quella nuova e rivoluzionaria squadra.
Vene ceduto al Cesena (25 presenze e 4 reti) e poi si trasferisce a Salerno per contribuire a portare la Salernitana in B dopo oltre vent’anni di attesa.
Al termine della sua carriera si trasferisce insieme alla famiglia a vivere a San Marco Castellabate, in una splendida villa in riva al mare. Aprirà una agenzia di assicurazioni a Salerno, e nel 1990 farà l’opinionista per la RAI durante i mondiali italiani. L’ambizione di Agostino era, tuttavia, il ritorno nel mondo del calcio. Dopo una vita spesa a favore della “sua” Roma, si aspettava di essere chiamato dalla sua ex società a ricoprire un ruolo dirigenziale. Forse gli fu promesso, ma quella chiamata non arrivò mai.
Qualche problema economico, ma soprattutto la delusione per un mondo che gli voltò le spalle, rappresentarono un colpo durissimo per una persona come lui. Lui aveva sempre giocato per la gioia di farlo, lui aveva sempre messo la lealtà in cima alla sua scala di valori, lui aveva sempre pensato che le partite si possono perdere, ma la dignità no, quella non si perde! Il mondo che da giocatore lo aveva sempre protetto, ora sembrava essersi dimenticato di lui. Ora non era più nessuno, ora non aveva più al suo fianco quelli che una volta considerava suoi amici.
Il 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni col Liverpool (una semplice coincidenza?), alle 10 del mattino Agostino Di Bartolomei si sveglia e, mentre il resto della famiglia dorme, si reca sul terrazzo in pigiama con in mano la sua pistola, una Smith&Wesson calibro 38. Nel silenzio generale e con il mare di fronte si spara un colpo al cuore. Ogni tentativo di soccorrerlo risulterà vano.
Lasciò un biglietto di scuse nei confronti della moglie Marisa e dei due figli per quello che stava per fare: aveva conservato la sua educazione e la sua indole anche nell’ultimo istante della sua vita, quello più drammatico, come quando si rivolgeva agli arbitri con le braccia dietro la schiena. Su quel biglietto c’era scritto “Mi sento come in un buco”. Quel giorno, alla notizia del suo gesto, tutto il mondo del calcio si interrogò sulle proprie responsabilità!
Ancora oggi, a 15 anni di distanza dalla sua scomparsa, la curva giallorossa non si dimentica di tributare un coro a favore del suo amato capitano.
Ed in piccolo anche questo tifoso milanista vuole ricordare  l’uomo ed il campione dal sorriso triste che con un piccolo gesto (una foto con dedica ed autografo) era entrato per sempre, ed inconsapevolmente, nel suo cuore.
CIAO AGO!
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del 26/05
DIVERSI DAGLI ALTRI? NO!
Il 21 maggio del 1972 un geologo australiano, di origini ungheresi di 34 anni di età, eludendo la sorveglianza vaticana, riuscì a colpire con un martello il capolavoro michelangiolesco per quindici volte in un tempo interminabile di quindici minuti, al grido I am Jesus Christ, risen from the dead! (“Io sono Gesù Cristo, risorto dalla morte!”), prima che fosse afferrato e reso inoffensivo. Riconosciuto infermo di mente, fu tenuto in un manicomio italiano per un anno e poi rispedito in Australia, dove se ne persero le tracce. La Pietà subì dei danni molto seri, ma per fortuna non irreparabili: i colpi di martello avevano gravemente danneggiato la Vergine. Il restauro fu eseguito alla perfezione nei laboratori vaticani sotto la direzione di Deoclecio Redig de Campos e il capolavoro, protetto da una parete di cristallo invulnerabile, continua ad essere ammirato dai visitatori di tutto il mondo che si recano nella Basilica di San Pietro.
Questa storia vi ricorda qualcosa?  Certo che ricorda qualcosa. Ma in che modo la storia della Pietà di Michelangelo è accostabile a quella della contestazione subita da Paolo Maldini nel giorno del suo addio al pubblico dello stadio che è stato suo per 25 anni? Nessuno, o quasi, conosce il nome del folle sfregiatore ( a proposito, si chiamava Laszlo Toth!), ma tutti sanno che una delle più grandi opere che l’arte occidentale abbia mai prodotto ha subito uno sfregio indimenticabile. Nel caso di domenica a San Siro, nessuno conosce e mai conoscerà l’identità di alcuni folli che hanno esposto due farneticanti striscioni di contestazione (tanto loro si nascondono dietro al “generale e fantomatico” branco che si identifica col nome generico di Curva), ma tutti ricorderanno per sempre  che nel giorno più atteso del saluto ad un autentico monumento della storia del Milan e del calcio mondiale in genere è stato commesso un autentico delitto di lesa maestà. UN AUTENTICO SFREGIO!
Non prendiamo neanche in considerazioni le penose dichiarazioni giustificative rilasciate dai presunti “capi” (…ma capi di che poi!) di quella curva sui motivi che li hanno spinti a compiere quel gesto (semmai ci sarebbe da chiedersi perché ci siano trasmissioni televisive e giornalisti che danno spazio a dichiarazioni prive di senso da soggetti che fanno fatica a mettere insieme due frasi di senso compiuto). Non esiste, e non può esistere, nessun motivo per cui quella contestazione avesse luogo lì, in quel giorno ed in quel luogo ed in quella circostanza. Quello era il giorno della festa, del ringraziamento, della commozione per il saluto ad un grande campione e ad un grande uomo! Un esempio per tutti, un calciatore trasversale che aveva messo tutti d’accordo, di qualsiasi colore e di qualsiasi bandiera fossero: mai un fischio, mai un coro contro dalla tifoserie avversarie, ma sempre un rispetto enorme nei suoi confronti. Questo premio, rarissimo nel mondo del calcio, se l’è guadagnato attraverso un comportamento leale ed esemplare sul campi di calcio e fuori, attraverso dichiarazioni sempre composte che non hanno mai superato la misura, attraverso un rispetto totale nei confronti di tutti i suoi colleghi avversari, di tutti i suoi compagni, di tutti i suoi allenatori…insomma di tutti!
Per più di dieci anni ci ha rappresentati da Capitano in giro per i campi di tutto il mondo, per più di dieci anni ci siamo sentiti “rassicurati” dall’imponente e splendida figura del nostro eroe, per circa 25 anni ci siamo sentiti “al riparo” da possibili incursioni degli attaccanti avversari. Se la nostra vita fosse dipesa da una “grande giocata difensiva”, l’avremmo sicuramente affidata a lui!
Ed allora, quando è arrivata l’ora che nessuno pensava sarebbe mai arrivata, quella dell’ammaina bandiera, ci siamo preparati di tutto punto per partecipare alla festa più bella. Domenica a San Siro c’era il tutto esaurito per Paolo Maldini, domenica allo stadio era incredibile vedere come tutti avessero addosso una maglia o un qualcosa che raffigurasse il nome, il volto oppure il Numero di Paolo Maldini (quel numero che sarà suo per sempre). In altre parole, domenica a San Siro non c’era spazio per nient’ altro, ogni recriminazione, ogni “discussione”, ogni resa dei conti (si fa per dire, perché Paolo non ha niente da farsi perdonare da nessuno, anzi…) doveva rimanere fuori da lì!
Ed invece qualche imbecille ha deciso che era il caso di rubare la scena al festeggiato, qualcuno, che nella vita non farebbe parlare di sé per nessuna ragione, ha deciso che voleva sentirsi importante. C’è della gente che ha trasformato l’attività di capo-ultras in un lavoro, c’è chi con quel lavoro si mantiene (e bene) e non ne fa un altro per vivere, c’è chi per quel lavoro è disposto a minacciare, a massacrare di botte tifosi della stessa fede per difendere i propri interessi “commerciali” all’interno della stessa curva, che è disposto a sparare e gambizzare chi si permette di invadere il suo territorio, c’è chi tiene “per le palle” le società consenzienti (quasi tutte) con la minaccia di procuragli dei danni che per responsabilità oggettiva potrebbero avere una entità milionaria. C’è chi, in poche parole, con questo mestiere si è arricchito veramente, non ha mai pagato un abbonamento o un biglietto e che, nello stesso tempo, si permette di dire ad uno come Maldini che lui si è arricchito grazie a loro! Pazzesco! C’è chi pretende di dire alla società più vincente della storia del calcio cosa fare, chi vendere e chi tenere, ma non sulla base di considerazioni tecniche o tattiche (del resto sarebbe difficile farlo con il cervello completamente annebbiato dal fumo e dall’alcool) bensì sulla base di “simpatie” guadagnate da qualcuno che per comportamento (e spesso per convenienza) e non per quello che fa in campo è diventato “UNO DI LORO”. Per non parlare dei patetici slogan che animano questi esagitati soggetti: Rispetto per avere Rispetto! Ma chi? Ma dove? Ma cosa avete fatto voi per avere il rispetto incondizionato e gratuito di uno come Paolo Maldini? Cosa avete fatto per pensare che la restante parte dello stadio, che paga e non è animato da nessuno spirito belluino, merita meno rispetto di voi? Cosa vi fa pensare di poter andare in televisione e dire “noi tifosi vogliamo”? “Noi tifosi” chi? Ma chi vi conosce? Nessuno vi autorizza a parlare a nome dei tifosi perché noi tifosi (quelli nella vera accezione del termine) non abbiamo nessuna intenzione di farci rappresentare da nessuno. Siete riusciti in un’impresa memorabile. Anche se in ognuna di quelle circostanze il gesto fu compiuto da quattro imbecilli, da allora i tifosi dell’Inter sono quelli che buttano giù uno scooter dagli spalti, quelli che tirano i petardi al portiere avversario per frustrazione, quelli che si fanno mandare a cagare dal loro giocatore più forte (mercenarissimo) senza fiatare e perdonandogli tutto. Noi no, noi milanisti siamo diversi. Ed invece che succede: che adesso i tifosi milanisti, per quattro imbecilli, sono diventati “quelli irriconoscenti che sono capaci di contestare anche uno come Maldini. Roba da matti”. Siete riusciti a coinvolgerci in una delle figure di merda più colossali della storia del calcio. Ci avete costretti a “vergognarci” tutti di essere milanisti in quel momento….ed anche dopo! Ci avete messo nella condizione di non riuscire a tributare al nostro campione più amato il saluto che si meritava, avete costretto il festeggiato ad andare via dalla sua festa sbattendo la porta.
Col passare delle ore abbiamo pian piano sbollito la rabbia ed abbiamo riacquistato un minimo di lucidità, ed abbiamo di nuovo riacquistato la forza di dire “piano, non generalizziamo, noi Tifosi a Paolo abbiamo tributato l’affetto che si meritava. E’ stato un gruppo di fulminati che ha osato sfregiare un’opera d’arte”! Noi con voi non abbiamo nulla da spartire, noi, anche per questa volta, come abbiamo fatto per venticinque anni abbiamo deciso di farci proteggere dal Nostro Capitano e gli andiamo dietro nel dire CHE SIAMO ORGOGLIOSI DI NON AVERE NULLA A CHE FARE CON VOI!!!
Tutti ci ricorderemo dello sfregio, ma col tempo…. il capolavoro, protetto da una parete di cristallo invulnerabile, continua ad essere ammirato dai visitatori di tutto il mondo che si recano nella Basilica di San Pietro.
Questa puntata di Terza Pagina doveva essere dedicata a Paolo Maldini ed alla sua splendida carriera tutta rossonera, ma l’epilogo della giornata di domenica ci ha spinti a dedicare qualche riflessione su una vicenda vergognosa che ci obbliga ad alzare il nostro urlo di dolore e di accusa e ci porta alla amara riflessione: “c’era una volta il tifo milanista, che aveva la pretesa e la convinzione di essere diversa dalle altre e che un bel giorno, e che giorno!, si accorse che era come tutte le altre”!
Non vogliamo, neanche, commettere l’errore comune di  generalizzare e di generalizzare. Quando parliamo di curva non ci riferiamo a quanti hanno l’abitudine di andare nel secondo Blu e che in queste ore si sono pubblicamente dissociati da tale comportamento. Ognuno di noi ha una propria coscienza per sentirsi coinvolto in prima persona da quanto qui scritto.
Questa rubrica, con la fine del mese di Maggio, va in letargo per la pausa estiva. Lasciamo spazio alla versione “balneare” del sito e rinnoviamo l’appuntamento con la Storia Rossonera con l’inizio della nuova stagione agonistica.
Per il momento rivolgo un sentito ringraziamento a quanti hanno avuto la pazienza e la benevolenza di seguire settimanalmente Terza Pagina.
A presto. Gianpiero
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del 20/05

NULLA DI CUI VERGOGNARCI!
Vi è mai capitato di mettervi comodamente seduti davanti alla tv per assistere ad un’amichevole estiva o durante la stagione del Milan? Prima vi accostate all’evento con l’aria di chi è solo curioso di vedere chi gioca, poi siete incuriositi dalla prestazione di un nuovo acquisto in maglia rossonera oppure dal voler vedere come si muove un calciatore importante reduce da un lungo infortunio; comunque sia, avete l’aria tranquilla di chi sa che comunque vada a finire non ci sono preziosi punti in palio per la classifica di una competizione importante. Man mano che passano i minuti vedete che i ritmi sono blandissimi e che il grande Milan non riesce a mettere sotto l’avversario di turno, e comincia a venirvi qualche prurito. Se poi malauguratamente gli avversari vanno in vantaggio, nonostante lo spirito amichevole, cominciate ad innervosirvi di brutto. Se nel frattempo i montanari, gli albanesi, ciprioti, maltesi o orientali di turno cominciano a sembrare dei muri insormontabili, allora comincia a volare qualche improperio e vostra moglie/fidanzata vi guarda stupita e vi dice “…ma non avevi detto che era solo un’amichevole?...” . Se poi finisce che il Milan quell’amichevole la perde, allora vi passa anche la fame ed andate a letto con un leggero e continuato senso di fastidio di cui fareste volentieri a meno!
 Vi ci ritrovate in questo identikit? Bene, allora vuol dire che siete dei veri tifosi “malati” di Milan! Ma se siete dei veri tifosi del Milan, ed avete vissuto di persona i primi anni Ottanta, allora non potete dimenticare di aver visto vincere al Milan la tanto famigerata Mitropa Cup: è vero che quella coppa stava a significare che l’anno prima “avevi vinto il campionato di serie B”, ma è anche vero che se stiamo ad incazzarci perché non vinciamo un’amichevole, allora non vedo perché non dobbiamo tifare per la nostra maglia quando siamo impegnati, comunque, in un torneo ufficiale, e non vedo perché non dobbiamo gioire della vittoria di quel torneo. Se mi tocca di giocarlo, allora lo gioco col massimo dell’impegno e quel trofeo “lo voglio vincere”. Non sarà un trofeo che ha il prestigio delle altre coppe internazionali, non sarà un trofeo da sbandierare e da inserire nelle calde ed appassionate discussioni coi tifosi delle altre squadre, ma NON è neanche un trofeo di cui VERGOGNARSI.
Mi piace ricordare una frase estratta dal libro “Rossoneri. Il manuale del perfetto casciavit” di Davide Grassi:  “…Per meritarsi l’etichetta di rossonero doc è poi indispensabile conoscere – ed amare – la propria storia, anche quella meno nobile. A chi si vergogna della serie B e della Mitropa Cup dovrebbe essere vietato l’accesso a San Siro. Anzi, il vero milanista deve essere orgoglioso delle partite contro la Cavese e del trofeo della Mitteleuropa cadetta, che a fianco delle Coppe dei Campioni simboleggia le diversi fasi della storia della squadra!....”.
Io personalmente mi schiero con Davide Grassi, e come ebbi modo di dire nella puntata di presentazione di questa rubrica, per me i veri tifosi sono quelli che si ricordano anche degli anni bui e ne vanno fieri. Ci sono tifosi del Milan che nel 1981/82 non erano ancora nati oppure avevano un’età che non gli permette di ricordare quella stagione, e ci sono tifosi che, invece, pur avendo l’età per ricordarsi, fanno finta che quella stagione e quella coppa  non siano mai esistite. IO NO!
Io me la ricordo e voglio raccontarla, anche perché non vedo il motivo per cui non dovrei raccontare l’unico momento di gioia di quella disgraziatissima stagione.
La stagione di cui parliamo è la 1981/82, il Milan è reduce dalla vittoria del suo primo campionato di serie B e sotto la guida di Gigi Radice si affaccia alla nuova stagione con grande fiducia. Radice è noto per essere un “sergente di ferro”, ma nonostante il carattere era uno dei tecnici più in voga ed apprezzati di quegli anni. Viene considerato l’uomo giusto per gestire un ambiente che in quegli anni aveva avuto “qualche problema”. Sarà, invece, un autentico disastro. Certo, la rosa non è stratosferica, ma non sembra neanche così scarsa da far pensare ad un autentico calvario: molti dei ragazzi sono giocatori che solo due anni prima avevano vinto lo scudetto della stella (Collovati, Baresi, Novellino, Maldera, Antonelli e Buriani), ed a questi si era aggiunto l’attaccante scozzese Joe Jordan. L’avventura in Coppa Italia era già finita in estate a seguito di un beffardo pareggio subito all’89’ contro l’Inter a causa di un gol di Bergomi. In campionato si fece ancora peggio: dopo un inizio decente, la squadra entra in un periodo nerissimo che costerà ben presto la panchina a Radice. Dopo sedici giornate il suo posto verrà preso dal vice Galbiati. Nonostante un finale orgoglioso e positivo, il Milan per la seconda volta nella sua storia conoscerà la retrocessione in B agli ultimi stanti dell’ultima giornata. Solo quattro giorni prima della sua retrocessione, il 12 maggio 1982 il Milan vinceva la Mitropa Cup.
Cos’era la Mitropa Cup?
La Mitropa Cup o Coppa dell’Europa Centrale fu la più antica competizione calcistica europea per squadre di club. Il trofeo prese ispirazione dalla Challenge Cup, torneo di calcio tra squadre dell’impero Austro-Ungarico, disputato tra il 1897 ed il 1911. La coppa fu ideata dall’austriaco Hugo Meisl nel luglio del 1927 e l’anno successivo il trofeo prese il via. Nelle prime 2 edizioni vi partecipavano due club da ciascuno dei seguenti paesi: Ungheria, Austria, Cecoslovacchia e Jugoslavia. Nel 1929 la Jugoslavia fu sostituita dall’Italia. Nel 1934 le squadre ammesse da ciascuno delle quattro nazioni passarono da 2 a 4 e dal 1936 furono ammessi anche 4 club della Svizzera. Nel 1937 vi entrarono a far parte anche le squadre della Romania e furono riammesse quelle jugoslave, e i club per ogni nazione furono ridotti a tre. Nel 1939 i club partecipanti furono solo otto ed infine il torneo nel 1940, iniziato a Seconda Guerra Mondiale già scoppiato, fu sospeso prima della finale.
Per tutti gli anni Trenta la Mitropa godette di un prestigio che in seguito fu raggiunto solo dalla Coppa Latina negli anni Cinquanta e dalla Coppa dei Campioni dopo. Infatti, negli anni Trenta il calcio dell’area dell’Est europeo era, insieme a quello italiano, nettamente il miglior calcio giocato in Europa. Fu negli anni Cinquanta che il calcio “latino” cominciò a diventare quello più competitivo. Il Bologna fu il primo club italiano a vincere la Mitropa Cup e, in quegli anni, questo la rese una squadra molto celebre.
Dopo la fine della Guerra Mondiale, la Coppa Mitropa fu ripristinata nel 1955. La competizione era aperta ai club di Italia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Austria ed Ungheria.
Nel 1979 la coppa venne modificata e trasformata in un torneo per sole squadre che vincevano i rispettivi campionati di Seconda Divisione. La manifestazione si è disputata fino al 1992 (anno in cui è stata definitivamente sospesa), ed oltre al Bologna le squadre italiane ad averla vinta sono state la Fiorentina, il Torino, l’Ascoli, il Bari, il Pisa, l’Udinese ed il Milan.
Il Milan la conquista, appunto nel 1982. A sfidare i rossoneri sono gli ungheresi del VSE Haladas, i croati del NK Osijek ed i cechi del TJ Vitkovice.
L’esordio del Milan, il 21 ottobre 1981, è da panico assoluto: in terra ceca, il Vitkovice batte 2-1 i rossoneri. Il vantaggio di Antonelli al 15’ fa sembrare la gara una passeggiata, ma prima Kusnir (27’) e poi un rigore di Gajdusek al 90’ trasformano la trasferta in un inferno.
Il Milan si riscatta nella seconda giornata, disputata a San Siro il 4 novembre contro l’Haladas: grazie ai gol di Collovati (15’) ed Incocciati (78’) i rossoneri regolano per 2-0 gli ungheresi.
Il 25 novembre, nella terza giornata, il Milan capisce che vincere nell’Est dell’Europa non è semplicissimo, ed infatti, in terra croata, pareggia 1-1 contro l’Osijek (Novellino al 60’ e Sormaz al 89’ i marcatori).
Il sortilegio finisce nel quarto turno; il 7 aprile del 1982, già sotto la guida di Galbiati, il Milan espugna lo stadio Rohonci ùti Stadion di Szombathelyi per 1-0 contro l’Haladas grazie ad un gol di Battistini al 20’.
Gli ultimi due turni il Milan li disputa in casa. Il 21 aprile affronta e batte per 2-1 l’Osijek grazie ai gol di Antonelli al 6’ e di Baresi su rigore al 10’.
La partita decisiva per l’assegnazione del torneo si disputa a San Siro il 12 maggio contro il Vitkovice. Chi vince si aggiudica il torneo. Vince nettamente il Milan per 3-0, grazie ai gol di Baresi su rigore al 12’, Cambiaghi al 50’ e di Jordan (ancora su rigore) al 77’.  La classifica finale vide il Milan chiudere a 9 punti, davanti al Vitkovice con 8, l’Osijek con 4 e l’Haladas con 3.
Qualcuno non ci crederà, ma ho un ricordo nitidissimo della trepidazione con cui aprii il Corriere dello Sport la mattina del 13 maggio  per conoscere il risultato: sotto il titolo di un piccolo articolo dedicato alla partita c’era la foto della trasformazione del calcio di rigore da parte del “piscinin” Franco Baresi. Le partite non venivano trasmesse in tv e non esisteva nessun canale tematico che potesse darci la notizia, ed un giovane ed appassionato tifoso quasi non dormì quella notte in attesa della tanto desiderata notizia.
Sapere che c’è qualcuno (anche tra i nostri tifosi) che non capisce  e deride quel sentimento, mi porta ad essere ancora più orgoglioso e geloso di quel momento, e vedere che in quasi tutti i siti milanisti (compreso quello ufficiale) non c’è menzione di quella vittoria mi genera un pizzico di dispiacere.
In fondo, come diceva il filosofo Paul Valèry, “NON HA FUTURO CHI NON HA MEMORIA DEL PROPRIO PASSATO”!
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del 13/05

IL PRIMO APPUNTAMENTO
Il primo vero contatto tra Silvio Berlusconi, il calcio ed il Milan in particolare ebbe luogo nel mese giugno del 1981 quando l’emittente televisiva Canale 5, di proprietà dell’emergente imprenditore milanese, decise di organizzare un evento calcistico di grande calcio internazionale che avrebbe preso il nome di “Mundialito Clubs” o “Coppa delle Stelle”. Si trattava di un torneo amichevole internazionale che si sarebbe disputato a Milano ad intervalli di due anni e che vide la disputa di tre edizioni, dal 1981 al 1987, con l’eccezione del 1985 quando venne sostituito da un torneo amichevole che si disputò a Cesena.
Il torneo prevedeva, in origine, la partecipazione esclusiva delle squadre di club che avevano vinto almeno una volta la Coppa Intercontinentale, ed avrebbe avuto come costante la partecipazione delle due squadre milanesi (Milan ed Inter): Milano rappresentava una delle due città del mondo ad avere due squadre che avessero vinto tale competizione in passato; l’altra era Madrid.
L’avvento di questa manifestazione, oltre che per l’aspetto agonistico, è da ricordare per alcuni aspetti curiosi ed interessanti: come detto, fu il primo “appuntamento” tra Berlusconi ed il Milan (di cui era un dichiarato tifoso da sempre), e, soprattutto, fu il primo evento calcistico che venne trasmesso da un’emittente televisiva che non fosse la Rai. Era il primo esperimento in questo senso, al punto che la prima edizione non fu visibile in tutta Italia (ma solo nella zona di Milano) dal momento che il segnale della nuova TV non era ricevuto su tutto il territorio nazionale. Inoltre, il tipo di torneo, mette in evidenza come il futuro presidente del Milan abbia da sempre avuto una grande vocazione per le manifestazioni internazionali piuttosto che per quelle nazionali: la sua storia alla guida della società rossonera è lì a dimostrarlo.
I primi affari col calcio Canale 5 l’aveva fatti alla fine del 1980, quando l’emittente milanese aveva acquistato e poi rivenduto i diritti della Copa de Oro (un Mundialito per nazioni) che era stata organizzata dalla federazione dell’Uruguay per celebrare il trentennale della conquista del titolo mondiale a Rio de Janeiro contro il Brasile. Il ritorno economico spinse Canale 5 ad organizzare “La Coppa delle Stelle”.
La prima edizione fu disputata nel giugno del 1981, e, come detto, furono invitate a partecipare solo squadre che avevano vinto la Coppa Intercontinentale. Oltre alle due milanesi, a quell’edizione presero parte i brasiliani del Santos, gli uruguaiani del Penarol e gli olandesi del Feyenoord. Il Milan era reduce dalla vittoria del suo primo campionato di serie B, ed aveva proprio un gran bisogno di tornare a respirare aria di grande calcio. In occasione della prima partita, contro il Feyenoord, i rossoneri ebbero il piacere di schierare con la propria maglia il grande Johan Cruijff: il grande calciatore olandese degli anni settanta era ormai sul viale del tramonto, ma, sia pure solo per un tempo, fu un grande onore vedergli vestire per una volta la nostra maglia. La formazione del Milan contro il Feyenoord era: Piotti, Battistini, Maldera, De Vecchi, Tassotti, Baresi, Buriani, Novellino, Antonelli, Cruijff, Carotti. Alla fine del primo tempo il mitico numero 14 salutò tutti, fu sostituito da Romano, e lasciò il torneo. La partita non fu spettacolare e si concluse sullo 0-0.  
Il Milan disputò, e perse, la seconda gara una settimana dopo contro il Santos. Pur giocando decisamente meglio e pur passando in vantaggio (con Battistini), i rossoneri furono battuti dai brasiliani per 2-1 (Pita e Joao Paolo i marcatori).
Al terzo tentativo il Milan fa finalmente centro: grazie ad un gol di Vincenzi, il Penarol è costretto a cedere ai padroni di casa.
Nonostante i risultati altalenanti, nell’ultima gara del torneo il Milan ha ancora la possibilità di aggiudicarsi il torneo, ma per farlo deve battere con due gol di scarto i cugini dell’Inter. L’inizio è promettente, e Vincenzi (sempre lui) porta in vantaggio i rossoneri. Nel secondo tempo l’Inter mette a posto le cose: con i gol di Altobelli (doppietta) ed Oriali vince 3-1 e si aggiudica la prima edizione del torneo. Evaristo Beccalossi venne premiato come miglior giocatore della manifestazione.
Ecco tutti i risultati del torneo:
Milan-Feyenoord 0-0; Inter-Penarol 1-1; Penarol-Santos 1-1; Inter-Feyenoord 2-1; Feyenoord-Penarol 1-0; Milan-Santos 1-0; Inter-Santos 4-1; Milan-Penrol 1-0; Santos-Feyenoord 2-0; Milan-Inter 1-3.
La classifica finale fu la seguente: Inter 7; Santos 5; Milan e Feyenoord 3; Penarol 2.
La seconda edizione si disputò dal 24 giugno al 2 luglio del 1983. In questa edizione l’invito fu esteso anche a squadre che la Coppa Intercontinentale non l’avevano ancora vinta, come la Juventus. Le altre due squadre invitate furono il Penarol ed il Flamengo. Ancora una volta l’esordio dei rossoneri non fu fortunatissimo: gli uruguaiani del Penarol prevalsero per 1-0 grazie ad un calcio di rigore (Morena). Fu nella seconda gara che il Milan diede il meglio di se stesso. Contro la Juventus, reduce dalla finale di Coppa dei Campioni persa ad Atene contro l’Amburgo (gol di Magath), che schierava Platini, Boniek, Scirea, Cabrini, Tardelli, Rossi e Zoff, i rossoneri sfiorarono il clamoroso successo (ricordiamo che il Milan era reduce dal suo secondo campionato di B). Dopo il vantaggio siglato da Platini al 39’, i nostri ribaltarono il punteggio grazie ai gol di Stefano Cuoghi e di Aldo Serena. L’illusione durò fino all’86’, quando Pablito Rossi siglò il definitivo 2-2.
Nella terza giornata il Milan affronta il Flamengo di Leandro e Leo Junior. Ancora una volta i rossoneri sfiorano il successo: al gol di Serena risponde Marinho all’80’.
Il successo arrivò finalmente alla quarta ed ultima giornata nell’occasione, però, più attesa: il derby. Grazie ad una doppietta di Serena (che sarà il capocannoniere del torneo), il Milan batterà gli odiatissimi cugini nerazzurri per 2-1.
Ecco il tabellone completo del torneo:
Inter-Flamengo 1-2; Milan-Penarol 0-1; Milan-Juventus 2-2; Inter-Penarol 1-2; Juventus-Penarol 0-0; Milan-Flamengo 1-1; Flamengo-Penarol 2-0; Inter-Juventus 0-1; Juventus-Flamengo 2-1; Milan-Inter 2-1.
Classifica finale: Juventus 6; Flamengo, Penarol 5; Milan 4; Inter 0.
Miglior giocatore della manifestazione: Michel Platini.
Nel 1985 il  Mundialito non venne disputato. La tragedia dell’Heysel nella finale di Coppa di Campioni tra Juventus e Liverpool e la disputa della fase finale della Coppa Italia a cui partecipavano ancora le due squadre milanesi, convinsero gli organizzatori a non far disputare il torneo. Il tutto fu sostituito da un torneo estivo che venne disputato a Cesena che vide la partecipazione di Penarol, Santos, Indipendente e Inter.
Tra il 21 ed il 29 giugno del 1987 venne disputata la terza ed ultima edizione. Le squadre partecipanti furono Milan, Inter, Porto, Barcellona e Paris Saint Germain. Questa volta il trofeo si tinge di rossonero.
Il Milan, guidato da Fabio Capello, è reduce dallo spareggio di Torino per la conquista della zona Uefa  disputato e vinto contro la Samp per 1-0 (gol di Massaro nei supplementari). Ancora una volta il Milan decide di avvalersi di un giocatore in prestito; giocatore che qualche tempo dopo sarebbe diventato una vera e propria colonna della nostra squadra: Frank Rijkaard.  Nella nostra squadra gioca pure l’argentino Claudio Borghi, pupillo del presidente Berlusconi. Quando Arrigo Sacchi si troverà, all’inizio della stagione 88’-89’, a scegliere il terzo straniero del Milan, opterà per il colosso olandese a scapito proprio dell’argentino.
All’esordio del torneo il Milan affronta e batte i freschi vincitori della Coppa dei Campioni del Porto: un rigore di Virdis ed il raddoppio di Borghi firmano il perentorio e prestigioso 2-0. Nella seconda gara un gol di bip-bip Massaro serve a piegare (1-0) i francesi del Paris Saint Germain.
Il derby di questa edizione, disputato alla terza giornata, non passò alla storia per emozioni e spettacolarità; un misero 0-0 tra due squadre che badano a non perdere.
Per aggiudicarsi il torneo, al Milan basta anche un pareggio nell’ultima giornata contro il Barcellona. Un rigore trasformato da Virdis risulterà decisivo per la vittoria della partita e del torneo.
Finalmente anche il Milan, dopo l’Inter e la Juventus, vide segnato il suo nome nell’albo d’oro della manifestazione.
Ecco il quadro completo dei risultati:
Milan-Porto 2-0; Inter-Paris SG 0-0; Inter-Barcellona 3-1; Milan-PAris SG 1-0; Inter-Porto 0-2; Barcellona-Paris SG  3-1; Porto-Barcellona 1-1; Milan-Inter 0-0; Porto-Paris SG 1-0; Milan-Barcellona 1-0.
La classifica finale:
Milan 7; Porto 5; Inter 4; Barcellona 3; Paris SG 1.
La manifestazione, nel complesso, ebbe un bel successo di pubblico sia in termini di spettatori allo stadio di san siro sia in termini di audience a livello televisivo.
Si trattava di una piacevole appendice di calcio internazionale nelle serate di un’estate che doveva ancora entrare nel vivo e di una bella occasione per vedere all’opera giocatori di ottimo livello dell’intero panorama internazionale; la cosa da sottolineare è che tutte le squadre si presentavano all’evento con le squadre al completo e nessuno ci teneva a fare brutte figure.
Con l’avvento del calcio moderno, fatto di estati di preparazione infarcite di amichevoli non più contro le rappresentative di montagna ma contro squadre di ottimo livello internazionale, il Mundialito divenne un torneo ingombrante, e per questo motivo fu deciso di non proseguirne la disputa.
Costituì, comunque, per il Milan dei primi anni Ottanta (quelli bui del saliscendi dalla B) una bella occasione per sentirsi ancora “vivo” e partecipe del calcio che contava!
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del 06/05

LA PRIMA NON SI SCORDA MAI!
Per qualcuno è il mese delle rose, per qualcun altro è il mese della Madonna, per noi milanisti Maggio è il mese della Coppa dei Campioni (o, se si preferisce, della Champions League)!
Siamo appena entrati nel mese di maggio, e quindi ritengo opportuno dedicare questa puntata di Terza Pagina alla conquista, da parte del Milan, della Coppa dalle grandi orecchie della stagione 1988/89.
E’ vero che quella del 1989 non fu la prima Coppa dei Campioni della storia del Milan (la prima risale al 1963), ma per il sottoscritto rappresenta la prima finale e, soprattutto, la prima conquista di quel trofeo che solo qualche anno prima poteva apparire come il più irrealizzabile dei sogni! Ancora non conoscevamo così bene il presidente Berlusconi da credere che tutto quello che si riprometteva  per il suo Milan l’avrebbe realizzato, e, quindi, nonostante avessimo sentito con le nostre orecchie che la mission della dirigenza era quella di riportare la società rossonera sul tetto del mondo, nessuno, nemmeno il più ottimista dei tifosi, avrebbe potuto pensare che quella promessa si sarebbe potuta realizzare nel breve volgere di un triennio.
Dopo la conquista dello scudetto (l’undicesimo) avvenuta nella stagione precedente con un’incredibile quanto meritata rimonta nei confronti del Napoli di Maradona, la banda di Arrigo Sacchi si ripresentava sul palcoscenico europeo più prestigioso a distanza di quasi dieci anni dall’ultima apparizione. Eh sì, perché all’epoca dei fatti per poter accedere alla partecipazione alla Coppa dei Campioni (come diceva il nome del trofeo) bisognava solo ed esclusivamente vincere il titolo nazionale nella stagione precedente. Questo rendeva molto dificile l’accesso tra le 32 squadre di altrettanti paesi europei che si contendevano la vittoria finale.
Alla fine del campionato 1987/88 ed all’inizio della nuova stagione (durante la fase di preparazione estiva), il Milan di Sacchi, per abituarsi al nuovo clima che si accingeva a respirare, aveva affrontato alcune amichevoli internazionali di prestigio con squadre molto blasonate (ricordo quella disputate e vinte contro il Manchester Utd ed il Real Madrid) ed aveva dato l’impressione di poter essere all’altezza della situazione, soprattutto dopo aver ingaggiato in estate il grande Frank Rijkaard che andava a completare un fantastico trio olandese con Gullit e Van Basten, trio che nell’estate del 1988 aveva trascinato la nazionale orange alla conquista del suo primo ed unico alloro continentale. La squadra che si presentava ai nastri di partenza era valida e competitiva, ma nessuno osava sperare di poter arrivare fino in fondo alla competizione, e, soprattutto, nessuno, in quel momento, poteva lontanamente pensare che da lì sarebbe cominciata l’era di quella che solo qualche anno fa è stata considerata la squadra di club più forte di tutti i tempi!
Al primo turno (sedicesimi di finale) ci toccano in sorte i bulgari del Vitosha Sofia, squadra di modesta levatura che aveva nei nazionali Michailov (portiere) ed Iliev (difensore centrale che qualche anno dopo avrebbe vestito la maglia del Bologna) i suoi punti di forza. Il debutto europeo avvenne a Sofia il 7 settembre del 1988, e fu un autentico dominio della squadra rossonera che regolò gli avversari con un 2-0 secco firmato dai gol (uno per tempo) di Virdis e Gullit. La vittoria dell’andata mette fine al discorso qualificazione, e così la gara di ritorno a San Siro si trasforma in una festa in cui il grande mattatore sarà Marco Van Basten, autore di ben quattro dei cinque gol che verranno rifilati ai bulgari (a completare il 5-2 finale ci penserà ancora Virdis).
Passato di slancio il primo turno, negli ottavi la sorte ci riserva gli jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado, una squadra emergente del calcio europeo formata da un incredibile numero di giovani talenti (Stojkovic, Savicevic e Prosinecki su tutti). L’andata si disputa a San Siro il 26 ottobre, e qui gli slavi guidati dal tecnico Stankovic metteranno duramente in difficoltà la squadra di Sacchi, che in pochissime circostanze si era trovato nelle condizioni di correre a vuoto contro una squadra che eludeva il grande pressing del Milan grazie alle doti di palleggiatori dei propri giocatori. La gara terminerà 1-1, con due reti segnate nel giro di un minuto (al 47’ ed al 48’) ad inizio di ripresa da Stojkovic e Virdis. Tutto rimandato alla gara di ritorno, in quella che diventerà un gara epica dalla durata di due giorni. Si gioca il 9 novembre, ed il Milan incontra grandi difficoltà davanti ai 100.000 spettatori “caldissimi” del Maracanà di Belgrado. Dopo un primo tempo giocato in condizioni normali, ad inizio ripresa comincia a calare una fitta nebbia, al punto che il gol del vantaggio degli slavi (realizzato da Savicevic) riuscimmo ad “intuirlo” solo dopo 4 replay grazie ad una telecamera piazzata dietro alla porta di Giovanni Galli. Le condizioni di visibilità diventano proibitive ed al 57’ l’arbitro Pauly decreta la sospensione della partita. Si rigioca il giorno dopo, ed il Milan si presenta senza Ancelotti e Virdis squalificati e con un Gullit acciaccatissimo messo in campo “per forza e necessità” solo nel secondo tempo al posto di Donadoni. Sacchi si affiderà in attacco al duo Van Basten-Mannari. Il Milan in grande difficoltà sfodera una prestazione commovente. Dopo una topica svista dell’arbitro che non concede un gol al Milan con la palla entrata in porta di un paio di metri (e chi se la ricorda sa che non sto esagerando), il Milan passa finalmente in vantaggio al 34’ grazie ad un colpo di testa di Van Basten su cross perfetto di Donadoni (fin lì l’autentico trascinatore dei rossoneri). Il vantaggio durò poco, poiché nella bolgia generale 4’ dopo il solito Stojkovic pareggiava il conto. La drammaticità della partita toccò la sua punta più alta ad inizio ripresa quando una gomitata assassina di un avversario stava per mandare al Creatore il buon Roberto Donadoni: la respirazione artificiale salvò il bergamasco che alla fine se la “cavò” solo con la frattura della mandibola. La partita si trascina fino ai calci di rigore, nonostante il Milan tenti in tutti i modi di segnare prima il gol qualificazione. Si va alla lotteria dei rigori, e qui si erge a grande protagonista Giovanni Galli: parerà due rigori a Savicevic e Mrkela, mentre Baresi, Van Basten, Evani e Rijkaard segneranno tutti i rigori rossoneri.
Fu un’autentica liberazione, la fine di un incubo che durava da due giorni e che sembrava non avere mai fine. Tuttavia, nessuno mi toglie dalla testa che fu proprio in quel turno degli ottavi che i ragazzi del Milan svilupparono una convinzione ed una compattezza che li porterà avanti per tutta la manifestazione.
Ai quarti il Milan affronta i tedeschi del Werder Brema: sulla carta sembra un turno agevole, ed invece nell’arco dei 180’ il Milan faticherà molto a far crollare il muro dei tedeschi eretto intorno al portiere Oliver Reck che sembra insuperabile. L’andata si gioca a Brema il 1 marzo 1989, ed il Milan alla fine è costretto a tornare a casa con un pericolosissimo 0-0 nonostante una superiorità a tratti nettissima nei confronti del Werder. A determinare lo 0-0 ci si metterà anche l’arbitro Rosa Dos Santos che all’inizio non convalida un gol al Milan con la palla che, su colpo di testa di Rijkaard, aveva nettamente varcato la linea di porta. Sembra la riproposizione di un film già visto.
La gara di ritorno a Milano è un autentico dominio dei rossoneri che sfioreranno ripetutamente il gol con Van Basten che ingaggia un autentico duello con Reck. Nonostante le occasioni a grappoli il Milan vincerà solo 1-0 grazie ad un rigore trasformato da Van Basten per un fallo (dubbio) sullo stesso attaccante olandese. I tedeschi dopo il gol non riusciranno mai ad impensierire la porta di Galli. Siamo in semifinale, ed il nostro avversario sarà il temibilissimo e blasonatissimo Real Madrid. Nell’altra semifinale si sfidano Steaua Bucarest e Galatasaray.
Nella gara di andata (5 aprile) siamo in trasferta al Santiago Bernabeu. Se qualcuno all’epoca non c’era per motivi anagrafici, non pensi al Bernabeu di allora come a quello di oggi. La Casa Blanca era un campo dove succedeva di tutto: il pubblico “indirizzava” spessissimo l’andamento della partita esercitando una influenza devastante sulla propria squadra, su quella avversaria e, soprattutto, sull’arbitro. Nessuno in quello stadio era al sicuro, ed innumerevoli, in quegli anni, furono le rimonte “incredibili” del Real contro avversari che avevano dominato la gara casalinga. Ma quella sera qualcosa cambiò: il Milan diede un’autentica lezione di calcio agli spagnoli, e la superiorità dei rossoneri fu così evidente che il pubblico rimase senza parole!
Nonostante tutto il Milan non riuscirà ad andare oltre il pari: 1-1. Il Real, in pieno dominio rossonero, fu capace di portarsi in vantaggio al 41’ con Hugo Sanchez su azione di calcio d’angolo: una vera doccia fredda. Il Milan ricomincia la ripresa come aveva terminato il primo tempo, e cioè dominando. Dopo un gol annullato a Gullit (a proposito di arbitri “intimoriti”, fuorigioco inesistente fischiato all’olandese), i rossoneri vedranno premiati i propri sforzi al 78’ con un bellissimo volo d’angelo di Van Basten che manda di testa la palla alle spalle di Buyo su cross di Tassotti. Il Milan torna da Madrid con un risultato prezioso, ma, soprattutto, vista la prestazione torna con la consapevolezza di essere nettamente più forte del Real.
Il 19 aprile del 1989 rappresenta una data storica: con un rotondo 5-0 rifilato nella gara di ritorno agli spagnoli, il Milan annienta il mito del Real Madrid. Sarà un’autentica umiliazione!
Davanti ad uno stadio stracolmo, il Milan di Sacchi entra nella leggenda con una prestazione perfetta ed una prova di forza schiacciante. Al 18’ sblocca un siluro di Carlo Ancelotti dal limite, al 25’ ed al 45’ vanno a segno i colossi olandesi Rijkaard e Gullit. Il Milan non si ferma, ed al 49’ mette a segno un altro gol con un sinistro di Van Basten all’incrocio dei pali. Al 59’ Donadoni, con la complicità di Buyo, sigla il definitivo 5-0. Solo a questo punto, con mezz’ora ancora da giocare, i rossoneri decidono che è meglio non infierire. Quella guidata da Leo Beenhakker non era una “squadretta”, ma una autentica corazzata: Buyo, Chendo, Gordillo, Michel, Sanchis, Gallego, Butragueno, Schuster, Sanchez, Martin Vasquez, Llorente. Nonostante questo il dominio dei rossoneri fu totale!
Dopo vent’anni esatti il Milan torna in una finale di Coppa dei Campioni, e gli avversari saranno i rumeni dello Steaua Bucarest che in quegli anni andavano in giro a spaventare le grandi d’Europa (qualche anno prima aveva vinto la finale disputata a Siviglia contro il Barcellona ai rigori con il portiere Ducadam capace di parare tutti i rigori dei blaugrana).
La finale si disputa il 24 maggio 1989 a Barcellona al Camp Nou. Questa gara sarà ricordata come il più grande esodo in terra straniera di una tifoseria di una squadra di calcio: novantamila tifosi rossoneri, eccitati da un’attesa durata vent’anni e da una squadra apparsa imbattibile, gremirono lo stadio spagnolo diventato, per l’occasione, interamente rossonero.
Il pullman condusse la squadra dall’albergo allo stadio tra due ali di tifosi rossoneri letteralmente in delirio: nei giorni successivi nelle varie interviste i giocatori confessarono che davanti a quella scena si guardarono tra di loro negli occhi e si dissero “che non avrebbero potuto perdere quella coppa per nessuna ragione al mondo”. E quella partita, infatti, non la persero….anzi la stradominarono. Quelli che rischiarono di perdersi quella partita furono i tifosi milanisti rimasti in Italia: a causa di uno sciopero dei giornalisti Rai la trasmissione in diretta della gara rimase in forse fino all’ultimo istante. Alla fine la voce di Bruno Pizzul entrò nelle nostre case e ci fu dato modo di assistere ad un autentico trionfo.
Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, Costacurta, Baresi, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit, Ancelotti. Questo fu l’undici schierato dal primo minuto da Arrigo Sacchi. Non ci fu partita. Gullit rimase in dubbio per tutta la vigilia, ma, una volta recuperato, fu protagonista di un grande primo tempo. Dopo aver colpito un palo, al 18’ sblocca la partita dopo una mischia in area. Dopo soli 9’ il Milan raddoppia con un colpo di testa di Van Basten su perfetto cross di Tassotti. Altri dodici minuti e Gullit con un gran tiro dal limite fissa il punteggio sul 3-0. Ad inizio secondo tempo, dopo pochi secondi, su lancio filtrante di Rijkaard Van Basten in diagonale fissa il definitivo 4-0. Da lì alla fine sarà un autentico “torello” in attesa dello scorrere dei minuti che separano dalla premiazione tanto attesa. Ci sarà spazio per gli ingressi meritati di Filippo Galli e Virdis. Lo Steaua, bloccato Hagi, non riuscirà mai ad impensierire la difesa del Milan. Una difesa perfetta, gli ispiratissimi Rijkaard ed Ancelotti al centro del campo, gli instancabili Colombo e Donadoni sulle fasce, e due punte implacabili come Gullit e Van Basten consegnarono alla società di via Turati la terza Coppa dei Campioni della sua storia. Come detto, sarà la prima di una lunga serie di conquiste dell’era Berlusconi che faranno entrare il Milan nella storia di questa prestigiosissima manifestazione. E come per tutte le prime volte, per molti di noi quella del Camp Nou di Barcellona rappresenta la più bella delle coppe vinte.
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del 29/04

CUOR DI LEO
 “Sono contento della mia prestazione ma soprattutto sono contento per la squadra, non è importante il singolo ma la squadra”, “Io cerco di fare quello che mi chiede il mister”, “Sono contento per i nostri tifosi che ci stanno sempre vicini”, “Sbagliare è umano, e come un attaccante sbaglia un gol anche l’arbitro può sbagliare”, “La palla è rotonda e tutto può succedere”, “Rispettiamo tutti ma non abbiamo paura di nessuno” ed infine la madre di tutte le frasi del pre e del post partita “Oggi siamo qui per fare la nostra partita”. Sono solo alcune delle tante frasi banali e prive di significato che i calciatori e gli allenatori di tutto il mondo del calcio ci propinano durante la settimana e che dipingono uno scenario poco incoraggiante del livello intellettivo e culturale che anima la maggior parte degli attori protagonisti dello sport più amato del mondo. Quasi sempre, se ci fermiamo un attimo a riflettere, giungiamo alla conclusione che “il Signore ha voluto fornire a questi ragazzi delle doti naturali eccezionali, ma se non avessero fatto i calciatori probabilmente molti di essi nella vita non avrebbero combinato niente di importante”. Ed allora spesso ci meravigliamo quando ci troviamo di fronte a qualche calciatore che dimostra delle doti fuori dal comune, quando lo sentiamo parlare per un minuto di seguito senza dire banalità e frasi “standardizzate”, quando  dimostra di avere una cultura elevata ed è in grado di affrontare ogni argomento “extra-calcistico”  dimostrando di essere perfettamente conscio della realtà di tutti i giorni che è al di fuori del dorato mondo pallonaro. Ed ancor di più, veniamo letteralmente “rapiti” da persone come Leonardo de Araujo, noto a tutti come Leonardo e basta, che rappresenta forse un esempio “unico” ed inimitabile nel panorama del football mondiale! Calciatore di gran classe e dalla duttilità tattica straordinaria, Leonardo è stato un simbolo del calcio del suo Paese, ma nello stesso tempo è stato un autentico girovago che è stato in grado di giocare ad altissimi livelli in ben tre continenti giocando in Brasile, Spagna, Giappone, Francia ed Italia. Questo peregrinare e questa ricerca di esperienze sempre nuove, diverse e stimolanti gli ha permesso di accrescere a dismisura un bagaglio culturale che si innesta su una intelligenza sicuramente innata, gli ha permesso di imparare e parlare fluentemente e correttamente cinque lingue (ed anche un po’ di giapponese), gli ha permesso di “conquistare” tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui al punto da lasciare in tutti degli ottimi ricordi e conquistandosi una stima che gli permette oggi di svolgere il ruolo di dirigente con grande efficacia e credibilità.
Il rossonero fa da sfondo alla sua carriera da calciatore, dal momento che il piccolo Leo comincia la sua avventura col rossonero del Flamengo e la conclude con quello del Milan. Cresciuto nelle giovanili del Flamengo, fa l’esordio nel massimo campionato brasiliano a 17 anni nel 1987. Dopo tre stagioni passa al San Paolo dove resta per un anno e dove conquista un titolo paulista ed uno brasiliano, prima di tentare l’avventura nella primera divisione spagnola nel 1991 con la maglia del Valencia. Dopo due stagioni in terra iberica torna (nel 1993) al San Paolo con cui conquista la Coppa Intercontinentale  battendo  a Tokio il Milan, la Supercoppa Sudamericana e la Recopa. Nel 1994 si trasferisce in Giappone  e veste la maglia del Kashima Antlers. Coi giapponesi resta fino al 1996, giusto in tempo per giocare 49 partite, segnare 30 gol e conquistare un titolo della J League. Nella terra del sol levante Leo diventa un autentico idolo, al punto che i tifosi organizzano delle visite sotto casa sua per convincerlo a rimanere quando nel 1996 decide di tornare nel “calcio che conta” e cioè in Europa: lo ingaggia il Paris Saint Germain. La stagione vissuta in Francia sarà di altissimo livello, e sarà arricchita dal raggiungimento della finale di Coppa delle Coppe che i francesi perderanno contro il Barcellona (0-1) per un gol del connazionale Ronaldo su rigore. La prestazione di Leonardo fu straordinaria, e gli occhi del Milan si posero su quel talentuoso giocatore verdeoro. Nell’estate del 1997, infatti, passa al Milan dove ci resterà da protagonista per 4 stagioni (in totale saranno 96 le presenze in A e 22 le reti). Molto importante e decisivo fu l’apporto di Leonardo alla conquista dell’incredibile scudetto zaccheroniano del 1999: saranno 12 le sue segnature nelle 27 gare disputate. Il peso di Leonardo sul sedicesimo scudetto rossonero fu importantissimo. Classe, qualità, quantità, corsa, esperienza e gol pesantissimi fu quello che Leo portò alla causa dell’undici rossonero, il tutto considerando che le partite in cui partiva da titolare non furono moltissime. Tuttavia Zac sapeva che in tutte le circostanze poteva contare sull’apporto dell’asso brasiliano. Ricordo ancora i gol decisivi segnati alla Roma (alla sesta), il gol del decisivo 1-0 alla capolista Lazio alla decima, la doppietta nel derby di ritorno contro l’Inter alla venticinquesima, e la punizione vincente nella rocambolesca vittoria contro la Samp alla trentunesima. Così come mise il sigillo del 4-0 contro l’Empoli alla penultima giornata nel giorno del sorpasso alla Lazio bloccata a Firenze. Insieme a Zvone Boban rappresenterà il tocco di qualità in più in una squadra che di qualità non ne aveva tantissima.
Nel giugno 2001 lascia il Milan e torna in Brasile, prima al San Paolo e poi al Flamengo. Nonostante spesso si parli di ritiro, nell’ottobre del 2002, su richiesta di Berlusconi, un romanticissimo Galliani lo riporta al Milan come calciatore: l’esperienza sarà breve (fino a Marzo del 2003), giusto in tempo per giocare due gare di Coppa Italia contro l’Ancona (segnerà un gol nel ritorno a San Siro) e per collezionare una presenza in campionato.
Notevoli le soddisfazioni anche con la sua nazionale, anche se proprio con il Brasile commetterà l’unico isolato neo di tutta la sua carriera calcistica, e cioè il cartellino rosso rimediato negli ottavi di finale contro gli USA per una gomitata rifilata a Ramos: quella squalifica gli impedirà di disputare tutte le successive partite del Brasile di quel Mondiale che i verdeoro vinceranno in finale contro gli azzurri. Leonardo collezionerà anche un secondo posto ai mondiali del 1998 in Francia quando i brasiliani saranno sconfitti in finale dai padroni di casa. Oltre al titolo mondiale (1994), nelle 60 presenze con i carioca (con 8 gol) Leo conquisterà anche una Copa America (in Bolivia nel 1997) e la Confederations Cup (sempre nel 1997 in Arabia Saudita).
Come abbiamo già detto era proprio la sua duttilità tattica ad essere particolarmente apprezzata dai suoi allenatori: terzino sinistro, centrocampista, fantasista. E non dimentichiamo una grande bravura nel calciare le punizioni dal limite dell’area.
Nel 1999 Leonardo aveva cominciato a dimostrarsi molto attivo nel campo delle iniziative umanitarie; in Brasile, nel 1999, diede vita alla Fundacao Gol de Letra, una fondazione nata per aiutare i bambini brasiliani. L’esperienza maturata in questo campo, e la voglia dei massimi dirigenti milanisti di non privarsi di un uomo della cultura e dello spessore di Leonardo, portò Adriano Galliani ad annunciare il 1° Aprile 2003 in una conferenza stampa il ritiro dal calcio giocato di Leonardo ed il suo ingresso tra i quadri dirigenziali del club di via Turati in qualità di suo assistente personale e di Direttore della neonata Fondazione Milan.
Attualmente è anche consulente di mercato e Direttore Operazioni Area Tecnica del Milan ed emissario per la società in Sudamerica, tanto da aver contribuito in prima persona a portare al Milan giocatori come Kakà, Pato e Thiago Silva.
La stima di cui gode nel mondo del calcio, la serietà e la pulizia del personaggio, la rete di conoscenze accumulate negli anni in tre continenti diversi, il suo attivismo sentito ed autentico nei confronti delle persone più sfortunate e bisognose ed il suo spirito di solidarietà smisurato lo hanno reso il “protagonista”, il “propulsore” principale che ha contribuito in questi sei anni all’affermazione della FONDAZIONE MILAN ONLUS, un progetto nato dalla volontà del Club, da sempre attivo e sensibile nei confronti di chi si trova in condizioni di disagio, di dotarsi di una struttura dedicata, duratura ed affidabile che sostenga le realtà sociali che sono di fondamentale importanza per il benessere della comunità. La Fondazione, attiva in Italia ed all’estero, cerca di operare essenzialmente per sostenere progetti di ampio respiro attraverso attività di carattere promozionale ed economico, sfruttando da un lato gli strumenti di comunicazione del Club (testimonials, acmilan.com, Milan Channel, Forza Milan) per una strategia di sensibilizzazione e dall’altro pianifica, organizza e gestisce autonomamente operazioni ed eventi per la raccolta di fondi.
Ma cos’ha fatto di concreto Fondazione Milan in questi sei anni? Quali progetti ha portato avanti ed ha realizzato o contribuito a realizzare?
I progetti finanziati da Fondazione Milan in questi anni sono stati 39, sia in Italia che all’estero, con una raccolta e distribuzione di fondi per oltre 3 milioni di Euro. Vediamoli in sintesi.
Iniziativa di solidarietà a favore di Archè (associazione che si occupa di sieropositività in campo pediatrico) per 18.000 euro.
Campagna televisiva e stampa a favore di “Associazione Bambini cardiopatici nel mondo” in collaborazione con Pippo Inzaghi.
Donazione all’AMS (Associazione Malattie del Sangue) della Divisione di Ematologia dell’Ospedale Niguarda di Milano di 15.000 euro.
23.813 euro destinati alla Lega del Filo d’Oro, Associazione per il recupero delle persone sordo cieche e pluriminorate psicosensoriali, per la costruzione di un nuovo parco giochi.
Donazione di 19.010 euro a favore dell’Associazione “La Strada” di Milano (per la realizzazione di una sala multifunzionale nel complesso di Via Piazzetta 2, Milano).
Progetto a favore di Unicef per garantire un ciclo completo di vaccinazione per 17.000 bambini congolesi: importo devoluto 346.000 euro.
Destinazione a Fondazione Gol de Letra a favore dei bambini delle favelas brasiliane di 171.000 euro.
Contributo di 29.000 euro a favore dell’Opera Martinengo di Milano per l’acquisto di un pulmino per il trasporto di 5 persone più 2 disabili in carrozzina.
Destinazione di 20.000 euro a favore del Policlinico San Matteo di Pavia per l’allestimento di una sala giochi per bambini.
Donazione di 28.052 euro a sostegno di ABA (Associazione per lo studio e la ricerca sull’Anoressia, la Bulimia e i disordini alimentari).
Sostegno del “Progetto San Cristoforo” promosso dall’Associazione Risorse per la Famiglia-F.lli Mancini Onlus” per lo spostamento sul territorio di anziani e la loro assistenza per 17.000 euro.
Contributo a favore dell’Associazione Forza Ragazzi (di Rino Gattuso) per complessivi 46.516 euro.
Contributo di 21.900 euro per l’acquisto di un pulmino a favore dell’Associazione City Angels.
Sostegno a favore della Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi che opera a Milano attraverso la donazione di un pulmino.
Ristrutturazione ed ampliamento dell’asilo comunale del quartiere Nova Holanda a Rio de Janeiro.
Partecipazione alla ristrutturazione ed all’ampliamento del Pronto Soccorso della Clinica Pediatrica De Marchi di Milano; il costo totale del progetto è di 743.000 euro.
Contributo di 19.592 euro a favore del Comitato Maria Letizia Verga per la cura della leucemia.
Sostegno della ASCS (Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo) con un contributo di 21.000 euro.
Raccolta fondi a favore della ristrutturazione della sala EMODINAMICA presso il Dipartimento del Cuore e dei grossi vasi presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università della Sapienza di Roma.
Acquisto di una incubatrice a favore del reaprto di Neonatologia dell’Ospedale Niguarda di Milano.
Donazione alla clinica Pediatrica De Marchi di Milano di un macchinario per il Reparto di Terapia Intensiva.
Contributo a favore della costruzione di un pozzo nella provincia di Maroua, nell’estremo nord del Camerun.
Contributo di Fondazione Milan per l’Holy Family Hospital di Nazareth.
Donazione di un pulmino per il trasporto di persone diversamente abili a favore dell’Associazione Noi Come Voi Onlus di Galliate (Va).
Contributo per la ristrutturazione dell’Oratorio di Bettola di Pozzo d’Adda.
Fondazione Milan ha finanziato un anno di attività sportive presso il centro Lawrence House di Cape Town.
Donazione di 5 ventilatori meccanici di ultima generazione a favore dell’Unità Operativa di Neonatologia e Terapia Neonatale presso l’Ospedale Mangiagalli di Milano.
Contributo di 24.000 euro a favore della Fondazione Udinese per la Vita e la Lega Italiana Tumori di Udine.
Acquisto di tre pulmini donati a varie associazioni che operano nel territorio nazionale con raccolta fondi effettuata durante la festa di Natale del Milan del 2008.
Attualmente la Fondazione (di cui Leonardo ricopre il ruolo di Segretario Generale) è impegnato nel progetto a favore dell’Ospedale dei Bambini Buzzi di Milano e nell’attività a favore della Fondazione Borgonovo nella ricerca contro la SLA.
Ho voluto elencare nello specifico tutta l’attività svolta dalla Fondazione per dimostrare la serietà e l’impegno che la “squadra” guidata da Leonardo ha profuso e sta profondendo attualmente.
Per tutto questo mi sembra doveroso complimentarmi con Leo ed i suoi collaboratori per tutto il lavoro svolto, per quello che stanno svolgendo e per i risultati ottenuti e futuri.
Ed allora, visto che si avvicina il periodo (ahimè) della presentazione delle Dichiarazioni dei Redditi, mi sembra doveroso invitare i tifosi rossoneri a contribuire ai progetti in corso attraverso la Donazione del Cinque per Mille dell’Irpef a favore di Fondazione Milan Onlus.
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del 22/04

PEPE SCHIAFFINO, LA CLASSE AL POTERE!
Se vi è mai capitato di sfogliare qualche libro dedicato alla storia del Milan, sicuramente il vostro sguardo si sarà fermato sulla foto in bianco e nero di un calciatore elegante, dal look sempre perfetto,  coi capelli impomatati insolitamente sempre in ordine e divisi da una riga, il viso perfettamente sbarbato. E se mossi dalla curiosità di sapere chi era quell’uomo vi sarete imbattuti nelle sue note biografiche, avrete sicuramente scoperto che si tratta di uno dei più grandi giocatori di calcio di ogni epoca. Già, perché  sono pochi i calciatori che sono entrati nella storia del calcio mondiale come ci è entrato Juan Alberto Schiaffino, e cioè senza nemmeno un filo di retorica ma semplicemente con la forza delle sue gesta che lo hanno letteralmente proiettato nel “mito”!
Scrive di lui Gianni Brera: “Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto.”
Lo scrittore Eduardo Galeano invece lo descrive così: “Con i suoi passaggi magistrali organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando il campo dal punto più alto della torre dello stadio.”   
Insomma, avrete capito che chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare dal vivo, ha ammirato un calciatore immenso, un interno di sinistra dalla tecnica sopraffina che si trasformò poi in regista dalla visione di gioco notevole e dall’intelligenza tattica eccezionale, dote che gli permetteva di capire con anticipo l’evolversi dell’azione e di passare il pallone al compagno meglio piazzato per il tiro. Gioca la palla sempre a testa alta e sembra muoversi sempre in punta di piedi.
Quando Schiaffino arrivò in Italia, nella stagione 1954/55, un giornale di Montevideo titolò “Il Dio del pallone ci ha lasciato. Una perdita irreparabile”. Eh sì, perché Pepe Schiaffino (il nomignolo gli fu dato dalla madre per il suo carattere da “peperino”) era già diventato una leggenda del suo Paese in quanto era stato il protagonista principale de “El Maracanazo”, e cioè come quello che viene ricordato come il “colpo gobbo” più clamoroso della storia del calcio. Siamo nel 1950 ed in Brasile si disputa la Coppa Rimet, vale a dire la fase finale dei Campionati Mondiali di Calcio. I padroni di casa brasiliani sono i grandi favoriti per la vittoria finale, e tutto sembra andare secondo i pronostici fino all’ultima partita di quel torneo, che si disputò il 16 luglio 1950 al Maracanà di Rio de Janeiro davanti a 200.000 tifosi. Brasile-Uruguy non è la finale, perché in quella edizione la formula è quella del girone all’italiana che darà il titolo alla prima classificata. Non è una finale, ma di fatto lo è. E’ l’ultima partita e al Brasile basta il pari per diventare campione, mentre l’Uruguay deve vincere ad ogni costo. I brasiliani si aspettano solo di vincere, e nessuno osa immaginare il contrario, neanche i dirigenti uruguagi! E le cose effettivamente si mettono benissimo per i verdeoro: segna Friaca, e tutto il Brasile è in delirio. Ma nessuno ha fatto i conti con l’orgoglio dei giocatori della “celeste” con a capo il loro capitano Obdulio Varela. Il delirio dei brasiliani prima si affievolisce e poi si trasforma in tragedia col passare dei minuti. Trascinati da uno Schiaffino incontenibile, l’Uruguay prima pareggia con lo stesso Schiaffino e poi vince 2-1 con un gol di Ghiggia su assist sempre del Pepe! Per l’Uruguay è il secondo titolo mondiale, per il Brasile un vero dramma: quella notte vennero certificati 34 suicidi e 56 attacchi cardiaci. Tenterà di suicidarsi anche il difensore del Brasile Danilo. Schiaffino diventa l’idolo incontrastato di una nazione e la sua grandezza si tramanderà fino ai giorni nostri, al punto che qualche anno fa è stato nominato come il più grande giocatore della storia dell’Uruguay. Schiaffino farà grandi cose con la sua nazionale anche nei Mondiali successivi, quelli di Svizzera 1954: guiderà i suoi fino alla semifinale persa sfortunatamente contro la Grande Ungheria, e nonostante la mancata vittoria sarà nominato il miglior giocatore di quel torneo.
In quegli anni Schiaffino giocava in patria con la maglia del Penarol, la squadra più prestigiosa del paese con cui aveva conquistato 5 titoli in nove stagioni. Alla vigilia dell’edizione dei mondiali elvetici, il “genovese” Schiaffino si fece convincere dai milioni del presidene milanista Rizzoli, che lo acquisterà per l’importante cifra di 100.000 dollari. Da quel momento diventerà il perno intorno al quale ruoterà un grande Milan, capace di vincere molto trascinata dal suo “regista” italo-uruguaiano. Eh sì, perché Pepe era di chiare origini italiane. Nato a Montevideo il 28 luglio 1925,  era originario della Liguria da dove era partito il nonno (sembra da Portofino), come molti altri italiani agli inizi del Novecento era emigrato in Sudamerica in cerca di fortuna. Secondo gli aneddoti, Alberto Schiaffino ha sempre avuto proprio uno “spirito ligure”: era molto parsimonioso (Liedholm diceva sempre che la cosa più difficile era farsi offrire un caffè da Schiaffino) e si dimostrò in grado di gestire molto bene i suoi guadagni facendo numerosi e fruttuosi affari soprattutto nel campo dell’immobiliare. Per il suo carattere spigoloso, burbero ed introverso, spesso ebbe dei problemi coi suoi allenatori (spesso litigava con Gipo Viani) ed andò incontro a squalifiche e tensioni. Quando Schiaffino arriva in Italia ha già compiuto 29 anni, ed a Montevideo pensano di aver dato via un giocatore già in fase calante. Sarà un errore clamoroso, perché non solo Schiaffino gioca un mondiale eccezionale, ma disputerà con la maglia del Milan sei stagioni da grandissimo protagonista insieme ai vari Nordhal, Grillo, Maldini ed Altafini. Al suo debutto (1954/55) conquista subito lo scudetto (il quinto per il Milan) e si dimostra anche molto prolifico, mettendo a segno 15 reti in 27 presenze. Si dimostrerà un buon cecchino anche nella stagione successiva (16 reti in 29 gare) ed in quella 1956/57 in cui coi suoi 9 gol contribuirà alla conquista del sesto scudetto milanista. Nello stesso anno sarà anche tra i protagonisti della conquista della prestigiosa Coppa Latina.
Nel 1957/58 sfiorò con il Milan la conquista della prima Coppa dei campioni. Il Milan disputò la finale all’Heysel di Bruxelles contro il grande Real Madrid di Di Stefano Gento, e fu sconfitto per 3 a 2 dopo i tempi supplementari. Nonostante la sconfitta Pepe brillò più del mitico Di Stefano, segnando anche il gol che sbloccò il risultato al 60’.
Le conquiste proseguirono la stagione successiva, quando conquistò il suo terzo scudetto con la maglia del Milan. Finirà la sua esperienza in rossonero l’anno successivo, quando all’età di 35 anni e dopo sei stagioni da mattatore decise di trasferirsi alla Roma di Bernardini dove rimase per due stagioni, giocando da libero e partecipando alla conquista della Coppa delle Fiere.
Prima di andare dal Milan designò il suo successore nel giovane sedicenne di Alessandria Gianni Rivera. La leggenda vuole che quando Gipo Viani si trovò a convincere il presidente del Milan Rizzoli ad investire una certa cifra per acquistare il giovane talento Rivera, al telefono gli disse “presidente, al Moccagatta c’era la nebbia e non si capiva chi era Schiaffino e chi Rivera!”. Bastarono queste parole a convincere lo scettico Rizzoli  al sacrificio economico: il nome di Schiaffino non si spendeva mai per scherzare, e quelle parole valevano più di ogni referenza!
Oltre alla maglia della nazionale uruguagia, Schiaffino, per le sue origini, indossò anche la maglia della Nazionale italiana. Erano gli anni degli oriundi, ma la sua esperienza con la maglia azzurra fu breve (solo quattro presenze) e poco felice: partecipò alla gara di Belfast persa contro l’Irlanda del Nord (2-1) che costò all’Italia la mancata partecipazione ai mondiali di Svezia ‘58, l’unica fase finale a cui la nostra nazionale  non ha preso parte.
Nel 1962 Schiaffino appende le scarpe al chiodo e se ne torna in Uruguay ed intraprende la carriera di allenatore, carriera intrapresa senza troppa convinzione e chiusa molto in fretta. Decide così di dedicarsi alla gestione dei suoi affari ed alla sua vita familiare insieme alla sua inseparabile moglie Angelica, che aveva conosciuto nel 1942 su un autobus. La loro fu un’esistenza felice, e quando nel nel 2002 la moglie lo lasciò per sempre, lui pensò di seguirla nell’al di là solo qualche mese dopo: il 13 novembre del 2002 si spense a causa di un male incurabile. A dare l’annuncio fu direttamente la ditta delle pompe funebri, in quanto, non avendo figli, era rimasto solo nella sua casa di Montevideo. Ma all’annuncio della sua dipartita il mondo dimostrò di non essersi scordato di lui: in Uruguay l’annuncio fu sottolineato con l’espressione “Gloria de nuestro futbol, protagonista del Maracanazo. El adiòs a un grande, se fue Schiaffino”.
In Italia il Milan lo ricordò con tutti gli onori del caso, ed il pubblico di San Siro lo salutò nello stesso modo in cui lo aveva sempre “coccolato”: con un lungo ed interminabile applauso.

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del 15/04

MA SAN SIRO E’ ANCHE IL NOSTRO STADIO?
La crisi economica mondiale ha, recentemente, riportato alla ribalta quelli che potrebbero essere i riflessi che questa potrebbe avere sul mondo del calcio in generale e su quello italiano in particolare. Nel cercare le cause della crisi del “nostro” pallone ci si imbatte principalmente su due aspetti: la disparità del trattamento fiscale a cui sono sottoposte le nostre società rispetto a quelle del resto d’Europa, ed il danno procurato dal fatto che quasi nessuna società del nostro calcio abbia lo stadio di proprietà (ad eccezione della Reggiana che è proprietaria dello Stadio Giglio). Già, e qua proprio di stadio vogliamo parlare…del “Nostro” Stadio…dove l’uso dell’aggettivo possessivo non è casuale, ma voluto!
Oggi l’AC Milan sarebbe disposto a rilevare la proprietà dello stadio ubicato in via Piccolomini nr. 5, facendo il percorso inverso rispetto a quello compiuto circa settant’anni fa quando ne cedette la proprietà al Comune di Milano. Eh sì, perché tutti sanno che il nostro stadio è stato costruito da un Presidente del Milan e dalla nostra società è stato onerosamente “donato” al comune meneghino nel 1935! Tutti lo sanno….ma forse c’è qualcuno che o non se lo ricorda oppure fa finta di non saperlo. Ma vediamo perché.
Nel 1909 diventa proprietario e Presidente del Milan Piero Pirelli, imprenditore milanese che resta alla guida della società per vent’anni. Il signor Pirelli decide che il Milan debba avere uno stadio tutto suo, e nel dicembre del 1925 dà il via all’edificazione di un nuovo impianto che prevedeva una capienza di circa 35.000 spettatori. Lo stadio, il cui progetto porta la firma degli architetti Stacchini e Cugini,  fu costruito in soli tredici mesi e mezzo, vide l’impiego di 120 operai e costò circa cinque milioni di lire, che oggi equivarrebbero a circa un milione e mezzo di Euro. Lo stadio venne denominato sin da subito “San Siro”, dal nome del quartiere in cui sorge e che a sua volta prende tale nome da una piccola chiesetta, ormai scomparsa, dedicata a quel Santo. La “forma” dello stadio è tipicamente all’inglese, e cioè con quattro tribune non collegate tra loro. L’impianto viene inaugurato il 19 settembre 1926 con la disputa, naturalmente, di un derby amichevole contro l’Inter. La prima partita di campionato fu giocata il 6 ottobre 1926 contro la Sampierdarenese (persa dai rossoneri 1-2), mentre il primo galà internazionale avvenne il 20 febbraio 1927 con una partita della nazionale Italiana contro la Cecoslovacchia (finita 2-2). Per quasi vent’anni (fino al 1947) San Siro è stato solo ed esclusivamente  lo stadio “del Milan”, nel senso che ospitava solo le gare casalinghe del club di via Turati, mentre il l’altro club della città, l’Internazionale, disputava le sue gare presso l’Arena napoleonica. Il Milan continuò ad essere l’unico occupante dell’impianto anche dopo che lo stesso club aveva ceduto l’impianto al Comune di Milano nel 1935. Tre anni dopo la cessione, nel 1938, l’impianto subì dei lavori di ristrutturazione ed ampliamento progettati dall’architetto Rocca e dall’Ingegner Calzolari: lo stadio, dopo circa un anno di lavoro, assunse la forma molto simile a quella attuale, ed aveva una capienza-monstre di 150.000 posti, che lo rese per qualche anno lo stadio più grande del mondo! L’inaugurazione del “nuovo” impianto avvenne il 13 maggio del 1939 con la partita Italia-Inghilterra (2-2) che fruttò un incasso di 1.200.000 lire (pensate che la spesa totale dell’ampliamento era stata di 5.100.000 lire). Nel 1952 il comune deliberò la riduzione della capienza a 100.000 posti per motivi di ordine pubblico e di tempistica di evacuazione dello stadio in caso di emergenza. Nel 1954 iniziarono nuovi lavori di ristrutturazione: le tribune furono dotate di seggiolini personali, e questo portò la riduzione della capienza a 85.000 posti. Nel 1955 fu completata la costruzione del secondo anello, nel 1957 venne inaugurato il primo impianto di illuminazione per le gare in notturna d’Italia. Nel 1967 venne inaugurato il tabellone elettronico che segnalava il punteggio. Nel 1979 venne completamente restaurato il secondo anello dei popolari (vi ricordate Rivera che il giorno di Milan-Bologna invita col microfono in mezzo al campo i tifosi ad abbandonare il secondo anello che non era ancora agibile?).
In occasione della fase finale della Coppa del Mondo del 1990, iniziarono ulteriori lavori di ammodernamento: venne messa in piedi una opera architettonica veramente enorme ed avveniristica. Il progetto firmato dagli architetti Ragazzi e Hoffer e dall’ingegner Finzi, ha portato alla costruzione del terzo anello ed alla copertura di tutti i posti a sedere dello stadio. La costruzione prevede la costruzione di sostegni autonomi su cui appoggiare il nuovo anello, disposti intorno allo stadio esistente. Vengono così realizzate undici torri cilindriche in cemento armato che danno accesso alle gradinate, e quattro di queste fungono da sostegno anche alle travi reticolari di copertura. Il massimo confort, inoltre, viene garantito dall’installazione di seggiolini suddivisi per tutti gli spettatori previsti. Lo stadio viene dotato di un nuovo impianto di illuminazione ed il manto erboso viene dotato di un sistema di riscaldamento. L’8 giugno del 1990 il nuovo impianto ospita la gara inaugurale dei Mondiali italiani del 1990 tra Argentina e Camerun. Attualmente, dopo gli ultimi lavori di rifacimento del trucco, lo stadio prevede una capienza totale di 80.074 posti così suddivisi:
-Primo anello: 28.161
-Secondo anello 32.368
-Terzo anello: 19.545.
Attualmente è lo stadio più grande d’Italia, il 3° d’Europa ed il 10° a livello mondiale.  Lo stadio ospita, inoltre, un museo delle due squadre cittadine.
Per 11 anni, dal 1939 al 1950, è stato ufficialmente il più capiente stadio del mondo con 150.000 posti, superato poi solo dal Maracanà di Rio de Janeiro. Lo stadio, conosciuto anche come “La scala del calcio”, ha anche ospitato un match di puglilato tra Duilio Loi e Carlo Ortis (1 settembre 1960) per il titolo mondiale dei pesi welter junior. Numerosi sono stati e sono, inoltre, i concerti musicali di grandi artisti di fama mondiale ospitati dall’impianto milanese.
Sopra le rampe che portano al secondo anello all’altezza degli ingressi della tribuna centrale sono appese le “targhe” commemorative delle vittorie internazionali conquistate dalle due squadre milanesi: per la verità si tratta di una vera e propria “esibizione” di trofei milanisti, dal momento che le “commemorazioni” delle vittorie nerazzurre si  perdono in mezzo a quel mare di trionfi rossoneri.
Ecco la storia dello stadio di San Siro, un impianto costruito da un Presidente milanista, un impianto che fino a quarant’anni fa era la casa esclusiva dei colori rossoneri, l’impianto che ha ospitato prevalentemente “le imprese” internazionali di una solo squadra della città (il Milan naturalmente e le targhe sono lì a testimoniarlo), un impianto che il presidente Moratti abbandonerebbe pur di riuscire a costruire uno stadio tutto suo per la sua Inter e che il Milan, sentendo legittimamente proprio, sarebbe disposto a ri-comprare subito dal comune milanese. Ma questa è storia, e la storia la conoscono tutti, soprattutto i milanesi….ma allora….perchè lo stadio di San Siro dal 1980 è stato intitolato a Giuseppe Meazza che è stato sì un grande giocatore milanese ma solo e prevalentemente coi colori nerazzurri? Beh vabbè, è solo un caso e d’altronde si tratta di intitolare lo stadio ad uno dei   calciatori “italiani” più forti di ogni epoca. Dai, diamo un contentino al Milan ed alla sua società che sto c***o di stadio l’ha costruito ed onorato!!! Ed allora intitoliamo il piazzale antistante allo stadio ad Angelo Moratti!!! Ma come? Ma Angelo Moratti non è stato il presidente dell’Inter ed il papà di quello attuale?
Allora i casi sono due: o le giunte comunali dei milanesi sono composte da persone che non conoscono la storia della loro città, oppure c’è qualcuno che è abituato a “comprare” tutto pur di sopravanzare gli odiati cugini milanisti…ma del resto, se uno è disposto a comprare “tituli” vinti dagli altri pur di vincere qualcosa (vedi scudetto 2005/06) figuriamoci se non è disposto a “comprarsi” l‘intitolazione del piazzale dello stadio.
Comunque sia, la storia è scritta e nessuno la può cambiare, e poi per noi Milanisti lo stadio in cui gioca, e speriamo giocherà un giorno da solo, il Milan è solo “San Siro”…e non certo “il Meazza”!
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del08/04

“IL POMPIERONE SVEDESE”!
Secondo la leggenda, la storia “italiana” e rossonera di uno dei più grandi  giocatori di tutti i tempi è nata quasi per caso. E’ il 1948 ed a Londra vanno in scena i Giochi Olimpici. La medaglia d’oro, nel calcio, viene conquistata dalla Svezia, ma durante quel torneo succede qualcos’altro. La nazionale olimpica italiana affronta e perde per 5-3 contro la Danimarca. Uno dei cinque gol subiti dal portiere azzurro Cesari fu realizzato dall’attaccante danese Ploeger. Il Milan lo mette nel mirino ed invia il suo segretario Gianotti a Parigi per trovare l’accordo con il suo legale. Accordo raggiunto, al punto che Ploeger, il suo legale e Gianotti si mettono in treno per raggiungere Milano per formalizzare il tutto. Ma quando il convoglio giunge  a Domodossola, su quel treno salgono John Hansen, nazionale danese della Juventus, ed il segretario della società bianconera ragionier Artino. La società juventina dice di aver già opzionato Ploeger, di fatto “rapisce” il giocatore e lascia con un palmo di naso il club rossonero. Siamo, praticamente, di fronte ad un incidente diplomatico bello e buono, ma a ricomporre il tutto ci pensa l’Avvocato Gianni Agnelli. Da qualche tempo la Juventus ha sotto controllo un attaccante svedese molto interessante, e l’Avvocato offre al Milan la possibilità di acquistarlo mettendo anche a disposizione la filiale Fiat di Stoccolma. Il giocatore si chiama GUNNAR NORDHAL! Il ragazzone si era già messo in mostra, a livello internazionale, alle già citate Olimpiadi del ’48, dove insieme a due suoi fratelli e ad altri giocatori che avremmo imparato a conoscere in seguito (Liedholm e Gren su tutti) aveva conquistato la medaglia d’oro. Come tutti i calciatori svedesi, Nordhal era un dilettante che prestava servizio nel corpo dei vigili del fuoco svedese, e fu per questo che al suo arrivo a Milano fu soprannominato il “Pompierone”. A proposito del suo arrivo a Milano, nel Gennaio 1949, sembra che ad attenderlo fossero presenti oltre duemila persone il cui entusiasmo danneggiò la stazione mandandone in frantumi diverse vetrate. Gunnar sembrava un po’ spaesato, ma l’eco delle sue gesta aveva preceduto il suo arrivo in Italia: oltre all’alloro olimpico (fu anche capocannoniere del torneo), in Svezia aveva già vinto 4 campionati ed aveva conquistato per 3 volte il titolo di capocannoniere, riportando un bilancio totale di 149 reti in 172 partite.
Fu così che cominciò l’avventura milanista di quello che può essere considerato il più grande attaccante del campionato italiano di tutti i tempi. Nordhal, infatti, detiene il record per il maggior numero di reti segnate in una stagione nel campionato di serie A a 20 squadre (35 reti nel campionato 1949/50); inoltre Nordhal, oltre ai cinque titoli di capocannoniere, è ancora il secondo marcatore di sempre della serie A italiana dietro a Silvio Piola, ma tra i 64 calciatori che finora hanno raggiunto quota cento è quello con la media gol a partita più alta: 0,773 frutto di 225 gol in 291 partite disputate!
Del reso, che il “Bisonte” (altro soprannome per il suo fisico) avesse una certa confidenza col gol lo si capì fin da subito: il giorno dopo il suo arrivo in Italia, il 17/01/1949, debuttò all’Arena contro la Pro Patria segnando subito un gol. In quello scorcio di stagione tenne subito una media-monstre, segnando 16 gol in 15 partite di campionato.
Alla fine di quella stagione Nordhal si reca nella sede del Milan per parlare con il presidente Umberto Trabattoni e col Direttore Sportivo Toni Busini. Lo svedese disse che in Svezia c’erano due suoi amici, Liedholm e Gren, che “giocavano molto bene” e che bisognava acquistarli. Nacque così il mitico GRE-NO-LI, il trio che in sole quattro stagioni contribuì  a riportare il Milan ai massimi livelli nel campionato italiano (tornando alla conquista dello scudetto dopo 44 anni di attesa) ed in Europa (due volte la Coppa Latina).
La stagione successiva (1949/50) sarà quella del record assoluto di reti. Il bisonte metterà a segno la bellezza di 35 gol in 37 partite: record assoluto ancora imbattuto. Il Milan non vincerà lo scudetto, ma l’attaccante svedese incanterà tutti con le sue prodezze. La sua caratteristica principale era la potenza fisica unita ad una velocità incredibile: un “bisonte” che quando partiva palla al piede non era marcabile dai suoi avversari, e dopo averli trascinati aggrappati ai suoi pantaloncini si presentava davanti al portiere avversario fulminandoli con il suo tiro potente e preciso. A tutto questo, tuttavia, aggiungeva una correttezza straordinaria; una volta un avversario nel tentativo di fermarlo in tutti i modi si fece male, e lui lanciato verso la porta avversaria si fermò per accertarsi che non si fosse fatto male e per soccorrerlo.
Il duello in quella stagione sarà contro la Juventus allenata da Vittorio Pozzo. Alla fine la spunterà la squadra bianconera, ma nella gara di Torino si materializzerà una delle imprese più belle della nostra storia: il Milan vincerà al Comunale per 7 a 1 e Nordhal sarà l’autentico mattatore mettendo a segno un poker di gol.
Riviviamo la cronaca di quella partita così come la riporta il sito www.storiedicalcio.it.
“….il 5 febbraio 1950, giorno di pioggia e di fango, i rossoneri scendono allo stadio torinese. La squadra bianconera, però, appare un po’ stanca e viene deciso un “ritiro” disintossicante al sole della Riviera, a Rapallo.
È carnevale, l’aria tiepida propizia il buonumore e l’allegria; il Milan, che la domenica successiva arriverà a Torino sperando di ridurre ulteriormente i tre punti di distacco, avrà pane per i suoi denti. La squadra si rilassa e si riposa, ma quando il sabato sera rientra a Torino rabbrividisce di colpo: la città è avvolta da neve e gelo, un impatto durissimo che sarà decisivo.
La Juventus si presenta con: Viola; Bertuccelli, Manente; Mari, Piccinini, Parola; Muccinelli, Martino, Boniperti, John Hansen, Praest. Il Milan presenta Buffon; Belloni, Foglia; Annovazzi, Tognon, Bonomi; Burini, Gren, Nordahl, Liedholm, Candiani.
La squadra rossonera è comporta da giocatori abbastanza normali, se non fosse per quel trio centrale d’attacco, il famoso “ Gre-No-Li” rimasti nella memoria e nelle cronache come una impressionante macchina da goals. Comunque i favori sono per i bianconeri che giocano in casa ed i cinquantamila spettatori presenti giurano, per i nove decimi, sulla vittoria dei bianconeri.
Sono passati solo tredici minuti (conterà anche la scaramanzia, in questa folle partita...) ed Hansen realizza su passaggio di Praest, dopo una galoppata solitaria. È evidentemente il principio della fine, si dicono i nove decimi di cui sopra. Hanno ragione, ma non immaginano che la fine riguarda la sorte della Juventus, non quella del Milan.
Al 15’ pareggia Nordahl su calcio d’angolo, al 23’ segna il “professore” Gren, i tifosi non credono ai loro occhi; il Milan straripa, è come un’alluvione inarrestabile, al 24’ segna Liedholm, al 25’ ancora il “pompiere” Nordahl. E fa quattro a uno. Incredibile !!!. Il tifo juventino è annichilito, si vedono solo bandiere rossonere.
Qualche giocatore bianconero perde la testa ed è il solitamente calmissimo e sportivissimo Parola che al 41’ rifila un calcione a Nordahl, reo di qualche scorrettezza di troppo; il buon Carletto viene espulso.
Per la Juventus, rimasta in dieci, è notte fonda ed il secondo tempo è un interminabile calvario; l’incontro si trascina senza storia, in un silenzio glaciale, non fosse per altre tre reti milaniste, che portano il totale a sette: gli autori sono Nordahl, Burini e Candiani. La “tragedia” sportiva si è consumata fino in fondo,
 Commenta Vittorio Pozzo: «Nessuna meraviglia che il numero uno della classifica venga battuto dal numero due, ma è il modo quello che conta. La Juventus si è fatta male cadendo.”
Lo scudetto, attesissimo, arriverà nella stagione successiva (1950/51) dopo un lungo duello contro l’Inter (sopravanzata di un solo punto). Sarà il primo dei due scudetti che Gunnar Nordhal conquisterà in Italia col Milan (l’altro sarà quello della stagione 1954/55), ai quali aggiungerà due Coppe Latina e ben cinque volte il titolo di capocannoniere. Chiuderà l’avventura rossonera nell’estate del 1956 dopo aver messo a segno in totale 221 gol (di cui 210 in campionato) in 268 gare. Prima di abbandonare il calcio avrà una breve parentesi nella Roma, dove resterà per due stagioni per un totale di 34 partite e 15 gol.
Alla conclusione della sua carriera agonistica torna in Svezia, anche se il 15 settembre del 1991 passa a miglior vita ad Alghero dove si trovava per turismo con un gruppo di amici svedesi.
Anche se stiamo parlando di un campione che ha indossato la nostra maglia in un’epoca lontanissima, Nordhal ha il merito di essere ancora molto attuale: ogni attaccante che indossa e che indosserà la nostra gloriosa maglia e che spera di diventare il giocatore più prolifico della nostra storia, guardando lassù, in cima alla lista, ci troverà stampato il nome del “Pompierone” Gunnar Nordhal…e forse, viste le cifre ed i tempi, quel nome in cima a quella lista ci resterà per sempre!
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del 01/04

LA PARTE NASCOSTA DEL…PALMARES!
Entri nella sala dei trofei di via Turati e resti per qualche secondo senza fiato: chi non ci è mai entrato immagina che in essa siano esposte, alle spalle del tavolo dove avvengono le conferenze e le presentazioni delle grandi occasioni, “solo” le diciotto coppe che ci hanno reso uno dei due club più titolati del mondo. In realtà la sala è piena di trofei, coppe e targhe, su tutte le pareti della “stanza più invidiata del mondo del calcio”.  Ci sono, in pratica, tutti i riconoscimenti conquistati dalla squadra rossonera in giro per il mondo, tornei amichevoli compresi. Tra questa miriade di coppe, fanno bella mostra di sé due coppe dall’aspetto imponente: si tratta della Coppa Latina. Quante volte è stata citata, quante volte ne abbiamo sentito parlare, eppure forse la sua storia non è proprio conosciuta come dovrebbe.
Per cui andiamo alla scoperta di questa Coppa, che molti hanno ribattezzato “La madre della Coppa dei Campioni”.
Dal 1920 al 1940 le squadre più forti del continente si trovavano nell’est europeo (Ungheria, Cecoslovacchia ed Austria) e queste squadre si contendevano lo scettro del più forte attraverso la Mitropa Cup, competizione che andò avanti fino al 1940 allorchè scoppio la seconda guerra mondiale. L’attività calcistica andò avanti solo nei singoli tornei nazionali fino a quando, dopo la guerra, non cominciò ad affermarsi la voglia dei nuovi movimenti calcistici di misurarsi tra di loro. Ormai le squadre dell’Est avevano perso molta forza e considerazione, per cui, nel 1949 nacque la Coppa Latina, e cioè la competizione a cui prendevano parte le squadre di club campioni nazionali di Francia, Italia, Portogallo e Spagna. Era ormai convinzione comune che il baricentro del calcio europeo si fosse spostato nei “paesi latini”, e fu per questo che la competizione che nacque prese il nome di Coppa Latina. C’è da dire che in alcune edizioni non parteciparono direttamente le squadre vincitrici del titolo nazionale, ma l’invito veniva esteso a squadre prestigiose che spesso le rimpiazzavano. Per l’Italia, per esempio, fu invitata la Lazio al posto della Juventus (1950) ed il Milan al posto dell’Inter e della Fiorentina. Il torneo si disputava nel mese di giugno al termine dei rispettivi tornei nazionali: partecipavano quattro squadre che si sfidavano in gare ad eliminazione diretta in semifinale, finale per il 3° posto per le perdenti e per il 1° posto per le vincenti. A rotazione, ogni anno, il torneo veniva disputato nelle varie nazioni “affiliate”. Come detto la prima edizione si disputò nel giugno del 1949, ed in totale furono disputate 8 edizioni. Solo nel giugno del 1954 la competizione non venne disputata, poiché in quell’estate ci fu la concomitanza della svolgimento della fase finale dei Mondiali di calcio che si disputarono in Svizzera. L’ultima edizione fu disputata nel 1957. Da segnalare, inoltre, che oltre al club vincitore della singola manifestazione, veniva stilata una sorta di classifica per nazioni, attribuendo al paese della squadra vincitrice 4 punti, tre a quello della seconda e così via, per poi stabilire dopo quattro edizioni il paese vincitore. Delle otto edizioni 2 furono vinte dal Barcellona, 2 dal Real Madrid e dal Milan, una dal Benfica ed una dai francesi dello Stade De Reims. Chiaramente, in base a questo albo d’oro, i due Titoli per Nazioni (1949-52 e 1953-57) andarono alla Spagna.
Il 15 maggio 1954 venne fondata l’UEFA, una organizzazione che nacque su sollecitazione della FIFA per la gestione futura del calcio europeo. Su iniziativa del signor Gabriel Hanot, redattore del quotidiano sportivo francese “L’Equipe”, l’UEFA decise di dare vita ad una sorta di campionato europeo tra squadre di club, e, quindi, nel settembre del 1955 decise di creare la Coppa dei Campioni. Da queste date si evince che per due edizioni (1955/56 e 1956/57) la Coppa Latina e la Coppa dei Campioni si sovrapposero. Il Real Madrid, nel 1957, diede una grandissima dimostrazione di forza vincendo entrambe le competizioni.
Ma torniamo alla Coppa Latina e diamo uno sguardo alle otto edizioni disputate.
La prima edizione (1949) venne disputata a Barcellona (Spagna) e fu vinta dai padroni di casa. I risultati furono i seguenti:
Semifinali: Barcellona-Stade De Reims 5-0; Sporting Lisbona- Torino 3-1.
Finale 3° posto: Torino-Stade De Reims 5-3.
Finale 1° posto: Barcellona-Sporting Lisbona 2-1.
L’edizione del 1950 venne disputata in Portogallo, a Lisbona, con questi risultati:
Semifinali: Benfica-Lazio 3-0; Bordeaux-Atletico Madrid 4-2.
Finale 3° posto: Atletico Madrid-Lazio 2-0.
Finale 1° posto: Benfica-Bordeaux 2-1 (ripetizione dopo un primo incontro finito 3-3).
L’edizione del 1951 venne disputata a Milano e vide la prima partecipazione del nostro Milan. Questi i risultati:
Semifinali: Milan-Atletico Madrid 4-1 (tripletta di Renosto e gol di Nordhal); Lilla-Sporting Lisbona 6-4 (primo incontro 1-1).
Finale 3° posto: Atletico Madrid-Sporting Lisbona 3-1.
Finale 1° posto: Milan-Lilla 5-0.
Il Milan (allenato da Czeizler) si schierò con questa formazione: Buffon, Silvestri, Bonomi, Annovazzi, Tognon, De Grandi, Burini, Gren, Nordhal, Liedholm, Vicariotto. I gol furono realizzati da Nordhal (tripletta) Burini e Annovazzi.
Edizione 1952 disputata in Francia, questi i risultati:
Semifinali: Nizza-Sporting Lisbona 4-2; Barcellona-Juventus 4-2.
Finale 3° posto: Juventus-Sporting Lisbona 3-2.
Finale 1° posto: Barcellona-Nizza 1-0.
Nel 1953 il torneo si disputa in Portogallo:
Semifinali: Stade De Reims-Valencia 2-1; Milan-Sporting Lisbona 4-3 (doppietta di Nordhal e gol di Liedholm e Frignani).
Finale 3° posto: Sporting Lisbona-Valencia 4-1.
Finale 1° posto: Stade De Reims-Milan 3-0.
L’edizione del 1955 venne disputata in Francia ed a trionfare fu il Real Madrid. I risultati furono i seguenti:
Semifinali: Stade De Reims-Milan 3-2 (gol di Sorensen e Liedholm); Real Madrid-Belenenses Lisbona 2-0.
Finale 3° posto: Milan-Belenenses 3-1 (doppietta di Ricagni e gol di Nordhal).
Finale 1° posto: Real Madrid-Stade De Reims 2-0.
Nel 1956 il Milan ottiene il suo secondo trionfo nel torneo disputato in Italia. Questi i risultati:
Semifinali: Milan-Benfica 4-2 (reti di Mariano, Bagnoli e doppietta di Schiaffino); Atletico Bilbao-Nizza 2-0.
Finale 3° posto: Benfica-Nizza 2-1.
Finale 1° posto: Milan-Atletico Bilbao 3-1.
Il Milan (guidato da Puricelli allenatore) si schierò con: Buffon, Fassetta, Zagatti, Liedholm, Maldini C., Radice, Mariani, Bagnoli, Dal Monte, Schiaffino, Frignani.
I gol rossoneri furono segnati da Bagnoli, Dal Monte e Schiaffino.
La forza di quel Milan venne confermata dal fatto che i rossoneri furono chiamati a disputare anche la prima edizione della Coppa dei Campioni ed arrivarono fino alle semifinali dove vennero battuti da un fortissimo Real Madrid.
L’ultima edizione, quella del 1957, venne disputata in Spagna e fu vinta dal Real Madrid che vinse anche la Coppa dei Campioni. Questi i risultati:
Semifinali: Real Madrid-Milan 5-1 (gol di Cucchiaroni); Benfica-Saint Etienne 1-0.
Finale 3° posto: Milan-Saint Etienne 4-3 (Ricagni, Mariani, Bredesen e Liedholm).
Finale 1° posto: Real Madrid-Benfica 1-0.
Dopo due edizioni “accavallate” l’affernazione della Coppa dei Campioni, competizione ufficiale dell’UEFA, fece venire meno l’interesse per la Coppa Latina, che venne quindi definitivamente soppressa nel 1957. L’internazionalizzazione del torneo ed il lotto delle partecipanti (Barcellona, Real e Benfica su tutte) portano al giudizio unanime che la Coppa Latina possa essere considerata, a tutti gli effetti, la madre della Coppa dei Campioni. Certo, con la Coppa dei Campioni l’UEFA volle dare un maggior carattere europeo all’avvenimento allargando la partecipazione alle squadre di club di quasi tutte le nazioni europee. La prima edizione, infatti, fu disputata da ben 16 squadre di cui ben sette erano campioni nazionali: Anderlecht, Arhus, Djurgardens, Milan, Real Madrid, Stade De Reims ed Essen. L’unico neo era rappresentato dall’assenza delle squadre inglesi: infatti i campioni nazionali del  Woverhampton Wanderers si auto-proclamarono squadra più forte d’Europa dopo aver battuto in amichevole la Honved di Budapest e lo Spartak Mosca…erano troppo forti per potersi misurare con gli altri. La lacuna venne colmata l’anno dopo…..ma questa è già un’altra storia.
Con questa rivisitazione della Coppa Latina abbiamo voluto ricordare gli eroi rossoneri che in assenza di trofei “ufficiali” ebbero, comunque, il merito di trionfare in quella che era la competizione più prestigiosa di quell’epoca. Inoltre, serve a ribadire, ove ce ne fosse bisogno, che anche in quegli anni il Milan rappresentava l’unica squadra italiana a tenere alto il nome dell’Italia a livello internazionale: UNA ABITUDINE CHE NON E’ STATA MAI PERSA!
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del 25/03

LA BATTAGLIA DELLA “BOMBONERA”!
Nell’Ottobre del 1969 il Milan dà l’assalto, per la seconda volta, alla conquista della sua prima Coppa Intercontinentale. Il primo assalto era andato a vuoto dopo tre partite disputate, nel 1963, contro il Santos di Pelè. L’epilogo di quella contesa fece già capire che vincere la coppa per una squadra europea sarebbe stato sempre complicato, poiché l’ambiente che si trovava in Sudamerica non lasciava mai presagire nulla di buono. Contro il Santos il Milan vince a San Siro per 4-2 ma nel ritorno perde a Rio de Janeiro con lo stesso punteggio. In quel caso era prevista la disputa della “bella”: la gara si disputò di nuovo a Rio, con lo stesso arbitro (molto, molto casalingo) e finì con la vittoria dei brasiliani per 1-0 grazie ad un calcio di rigore inesistente e col Milan ridotto in 10 per l’espulsione di Cesare Maldini.
Il secondo assalto va a segno, ma il prezzo da pagare sarà altissimo, ed il Milan per vincere dovrà dare tutto…ANCHE IL SANGUE! E non è né una battuta né un’esagerazione, ma la realtà.
L’avversario di turno è l’Estudiantes, squadra argentina di una piccola città che arriva a dominare il calcio sudamericano di quegli anni. Nell’Estudiantes ci sono buoni giocatori, tra i quali Carlos Bilardo (futuro CT dell’Argentina mondiale del 1986) e Juan Ramon Veron, il padre di Sebastian Veron (ve lo ricordate no?).
La gara d’andata (8 ottobre ’69) giocata a San Siro finisce 3-0 per il rossoneri grazie ai gol di Sormani (2) e Combin, ma nel rievocare la vittoria della coppa di quella partita non si ricorda quasi mai nessuno. A passare alla storia sarà la gara di ritorno, disputata il 23 Ottobre 1969 alla “Bombonera” di Buenos Aires. Dopo il punteggio dell’andata il Milan è favoritissimo, ma gli argentini, che erano detentori del titolo vinto l’anno prima contro il Manchester United, non si dimostrano per niente rassegnati a cedere il trofeo agli italiani. Per orgoglio, per desiderio sportivo, ma anche per ragioni molto più banali: nel Milan gioca il calciatore più odiato d’Argentina, Nestor Combin. Ma cosa aveva combinato costui per meritarsi tutto ciò? Facciamo un passo indietro. Nestor Combin è un ragazzo con la faccia da pugile e con uno scatto micidiale: fa il centravanti e per la velocità i giornalisti francesi lo soprannominarono “la foudre”, la folgore. Che c’entrano i francesi? Combin, come molti argentini in quegli anni, si era trasferito in Francia. Nel 1963 Nestor viene chiamato alle armi, ma non risponde alla chiamata perché nel frattempo ha acquisito la cittadinanza francese. Il “caso Combin” diventa un affare di stato: i giornali argentini lo chiamano codardo, traditore e disertore! In realtà Combin non è niente di tutto questo, perché nel frattempo, per un accordo tra i due governi, ha prestato il servizio militare in Francia. I giornali pensarono bene di non riportare questa notizia nel 1963, né tantomeno decisero di farlo nel 1969 quando era prevista la sfida tra l’Estudiantes ed il Milan. Combin non solo è il centravanti del Milan, ma nella gara d’andata ha anche segnato un gol. E così, persa per persa (visto il risultato dell’andata), la gara di ritorno si trasforma per gli argentini nell’occasione propizia per dare una vera lezione al “disertore” Combin ed a chi lo aveva accolto in squadra. Insomma, cominciò una delle più feroci “cacce all’uomo” che si siano mai viste su un campo di calcio.
Davanti a quarantamila spettatori ed agli ordini dell’uruguagio Massaro, il Milan si presenta con la seguente formazione: Cudicini, Anquilletti, Schnellinger, Rosato, Malatrasi, Fogli, Sormani, Lodetti, Combin, Rivera, Prati. Al 16’ Prati scatta in contropiede e subisce un fallo da parte del libero argentino Aguirre-Suarez; il fallo è un normale fallo di gioco, ma a tradimento il portiere Poletti sferra un calcio alla testa al povero Pierino che è ancora a terra. Prati si rialza e continua a giocare, ma ormai vaga per il campo come un automa. Al 35’ dopo una mischia su corner cade svenuto nell’area avversaria, e Rocco lo sostituisce con Rognoni. Il Milan a quel punto è già in vantaggio per 1-0, grazie ad una prodezza del suo capitano Gianni Rivera che, su passaggio di Combin, aveva dribblato anche il portiere per entrare praticamente in porta con il pallone. Quel gol inasprì gli animi degli argentini, ed ancor di più li inasprì il fatto che nel finale del primo tempo l’Estudiantes era riuscito a ribaltare il punteggio grazie ai gol di Conigliaro (43’) e Aguirre-Suarez (47’). A quel punto gli argentini cominciano a crederci veramente, e l’atteggiamento intimidatorio assume contorni incredibili. Addirittura Rocco suggerisce alla squadra di non superare la metà campo avversaria ed invita i suoi ad una strenua difesa. Il Milan si aggrappa in modo disperato al suo portiere Cudicini ed al difensore tedesco Schnellinger, autore di una partita memorabile. Partito da terzino sinistro, a seguito dell’infortunio di Malatrasi aveva anche ricoperto il ruolo del difensore centrale. Il Milan nella ripresa è in trincea: più passano i minuti, più la coppa prende la strada di Milano e più gli argentini sono accecati dalla rabbia. A quel punto succede il fattaccio: Combin viene inseguito minaccioso in ogni angolo del campo. Falli, spallate, spinte…fino al 22’ del secondo tempo. Rivera subisce fallo e l’arbitro Massaro concede la punizione al Milan: nella confusione generale il terribile Aguirre-Suarez (sempre lui) si avvicino a Combin e gli sferra un pugno nello stomaco. Mentre Combin si piega in due per il dolore, parte una ginocchiata in pieno viso che gli procurerà la frattura del naso e dello zigomo. Combin crolla a terra svenuto. La partita viene sospesa per cinque minuti e nel frattempo l’arbitro, su segnalazione del segnalinee, espelle il libero argentino. Il Milan non avrà il beneficio della superiorità numerica, poiché Combin non può essere sostituito in quanto Rocco è già stato costretto ai due cambi. Una volta ottenuto lo scopo, gli argentini decisero, finalmente, di calmarsi, e permisero la “regolare” fine della partita. L’unico ancora su di giri è il portiere Poletti: al fischio finale decide di colpire alla testa il nostro Lodetti che a metà campo si abbracciava con Fogli. Il clima era talmente teso che la coppa fu consegnata al Milan dentro gli spogliatoi.
Finita qui? Ma neanche per sogno. Mentre in Italia si diffuse la notizia che Prati era addirittura morto, all’uscita degli spogliatoi si presentarono due agenti di polizia che arrestarono il massacrato Combin. Motivo? Quella famosa diserzione di cui sopra. Nestor fu portato in questura, subì tre interrogatori e, secondo la leggenda, dopo il campo i pestaggi proseguirono anche in cella. Nel frattempo la delegazione rossonera, guidata dal presidente Franco Carraro, aveva deciso di non prendere l’aereo per l’Italia senza il compagno. Per fortuna, dopo qualche ora, la polizia si arrese all’evidenza, e permise a Combin, accompagnato dal vice presidente  rossonero Avvocato Sordillo, di unirsi alla comitiva milanista direttamente in aeroporto.
A quell’epoca in Argentina i reati sportivi venivano giudicati anche dalla magistratura ordinaria, per cui un brutto fallo, se volontario, poteva avere anche conseguenze penali. I giudici argentinisi erano accorti della ferocia di Poletti ed Aguirre-Suarez ed erano intenzionati a portarli in tribunale per lesioni volontarie. Per farlo avevano bisogno della denuncia di Combin, ma davanti alla loro richiesta la risposta del calciatore franco-argentino fu disarmante: “Io non denuncio nessuno, ciò che avviene sui campi di calcio è un affare di sport, non di polizia”! La risposta fu incredibile quanto il modo in cui era stato trattato dai suoi ex connazionali. Tuttavia, Poletti ed Aguirre-Suarez non poterono evitare le conseguenze della giustizia sportiva: Poletti venne squalificato a vita ed Aguirre-Suarez fu sospeso per trenta partite di campionato e per cinque anni dalle competizioni internazionali ufficiali.
Quando il Milan arrivò in Italia ad accoglierlo c’erano migliaia di tifosi festanti: finalmente, per la prima volta, i calciatori furono in grado di sollevare al cielo la Coppa Intercontinentale! Sarà la prima della serie, ma forse, per le modalità con cui venne conquistata e per la sofferenza patita, è sicuramente la più bella ed indimenticabile!
Forse nessuno oggi si augurerebbe di poter ripetere un’esperienza del genere, ma sicuramente i reduci di quella spedizione si sono guadagnati sul campo l’appellativo di “EROI DELA BOMBONERA”.
Grazie ragazzi.

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del 18/03

FRUTTA, MENU’ E…SCOMMESSE!
Un negozio di frutta, un ristorante romano, dei clienti illustri e tanti milioni (di lire) che girano. Sembra l’ambientazione di un film-commedia all’italiana, in realtà è lo scenario che fa da sfondo al primo grande scandalo che ha coinvolto il mondo del calcio tra il 1979 ed il 1980. Quella volta il colpo fu terribile: chi ha vissuto quegli anni non si scorderà mai la domenica del 23 marzo 1980. Quella domenica, in apertura di 90° minuto (la prima trasmissione a mandare le immagini delle partite di serie A), un pallido Paolo Valenti diede la clamorosa notizia in anteprima, e fu sconvolgente vedere le immagini delle auto e delle camionette della Polizia e della Guardia di Finanza che facevano irruzione negli stadi e portavano via in manette alcuni dei calciatori e dei dirigenti coinvolti nello scandalo. Le immagini delle auto sulla pista dello stadio Olimpico di Roma in attesa dei “delinquenti” da portare via rimangono indelebili nella mente di noi tutti. Quelle crude immagini ci misero per la prima volta davanti al fatto compiuto, e servirono a confermare un sospetto che è sempre aleggiato nell’aria ma al quale nessuno voleva credere: molte delle squadre e delle partite della serie A erano truccate!!! La cosa più atroce fu il fatto che il nostro Milan era pienamente coinvolto in quella schifosa vicenda.
E torniamo allora al nostro scenario iniziale. Un tale Massimo Cruciani, commerciante romano di frutta, si presenta alla Procura della Repubblica di Roma il 1° marza 1980 per rilasciare una confessione che darà il via ad un autentico terremoto. Il signor Cruciani è travolto dai debiti ed è inseguito dai “gestori” delle scommesse clandestine, ed in piena crisi esistenziale decide di spifferare tutto. Ed è proprio dal testo originale di questa confessione che ricostruiamo per voi tutta la storia.  Il Cruciani, per lavoro, rifornisce la frutta ad un noto ristorante della capitale (Le Lampare) che è di proprietà del signor Alvaro Trinca. Il ristorante è ben frequentato, e tra gli avventori ci sono alcuni calciatori della Lazio, in particolare Wilson, Manfredonia, Giordano e Cacciatori. Cruciani entra in contatto con questi giocatori, poiché è un grande appassionato di calcio e di scommesse. I quattro fanno capire a Cruciani che è possibile truccare i risultati delle partite e, di conseguenza, si può scommettere “sul sicuro”. La cosa avrebbe potuto essere estesa ad altri giocatori di altre squadre che si sarebbero resi disponibili. Il giochino è semplice…troppo semplice: i calciatori prendono contatto con colleghi di altre squadre per combinare i risultati delle partite, il Cruciani scommette per sé e per conto dei calciatori al totonero, incassa le vincite e le distribuisce ai “partecipanti”. La prima prova fu fornita da un incontro amichevole dell’ottobre 1979, in cui i quattro dimostrarono che grazie alla collaborazione del calciatore del Palermo Guido Magherini, quella partita sarebbe finita in parità. Dopo quella partita Cruciani prende contatti con Magherini per combinare il risultato di Taranto-Palermo prevista il 9 dicembre del 1979. Magherini organizza il pareggio tra le due squadre, e chiede a Cruciani di puntare 10 milioni di lire per lui e di consegnare 10 milioni a testa ai giocatori del Taranto Renzo Rossi e Giovanni Quadri. Cosa succede? Beh, succede un piccolo contrattempo: che il Palermo vince la partita! Cruciani chiede a Magherini la restituzione dei 30 milioni versati (compresi quelli ai giocatori tarantini), ma questi si rifiuta. Nel frattempo Cruciani (ed alcuni suoi amici) avevano scommesso, e quindi perso, sul pareggio, la modica cifra di 160 milioni di lire. Il “fruttarolo romano” insiste per riavere i soldi, e Magherini gli promette, in cambio, il “risultato certo” di Lanerossi Vicenza-Lecce. Nella stessa data (6 gennaio 1980) si gioca Milan-Lazio, e Cruciani combina con i suddetti giocatori della Lazio il risultato di tale partita. La “legata” prevede la vittoria del Vicenza sul Lecce e quella del Milan sulla Lazio. Magherini mette in contatto Cruciani con Claudio Merlo (Lecce), il quale riceve un assegno di 30 milioni per assicurare la sconfitta della sua squadra. Per quanto riguarda Milan-Lazio, i biancazzurri Wilson, Manfredonia, Giordano e Cacciatori si accordano col portiere rossonero Enrico Albertosi. Per questa partita Cruciani consegna tre assegni da 15 milioni e due da 10 milioni a Giordano, Manfredonia, Wilson, Viola e Garlaschelli. Un altro assegno da 15 milioni va a Cacciatori (il quale lo incassa intestandolo ad un certo Orazio Scala). Ed il Milan che fa? Il Milan contribuisce alla combine inviando 20 milioni in contanti attraverso il suo calciatore Giorgio Morini due giorni dopo la partita (che il Milan in effetti vincerà). Wilson, Manfredonia, Giordano e Cacciatori chiedono a Cruciani di puntare per loro conto la cifra di 20 milioni sulla sconfitta della Lazio. La vincita di 80 milioni non dovrà essere consegnata ai giocatori laziali, ma dovrà essere girata a tre giocatori dell’Avellino ( Cesare Cattaneo, Salvatore Di Somma e Stefano Pellegrini) come somma necessaria per concordare la sconfitta degli Irpini contro la Lazio la settimana successiva.
E Cruciani ed i suoi amici? Per l’accoppiata combinata (vittoria Vicenza e Milan) gli sciagurati decidono di puntare 200 milioni di lire. Tutto bene? Neanche per sogno, perché il Milan batte la Lazio (e fin qui ci siamo), ma Vicenza-Lecce finisce 1-1. Un disastro economico!!!
Cruciani nell’esposto/denuncia specifica: “Desidero peraltro precisare che le squadre coinvolte in questa storia sono anche l’Avellino, il Genoa, il Bologna, la Juventus, il Perugia, il Napoli. Ciò nel senso che i relativi giocatori o meglio alcuni di essi come Carlo Petrini (Bologna), Giuseppe Savoldi (Bologna), Paris (Bologna), Zinetti (Bologna), Dossena (Bologna), Colomba (Bologna), Agostinelli e Damiani (Napoli), Paolo Rossi, Della Martira e Casarsa (Perugia), Girardi (Genoa) ed altri hanno partecipato  agli incontri truccati percependo denaro o richiedendo, in cambio dei loro favori, forti puntate nel loro interesse.” Cruciani per rientrare continua ad anticipare i soldi delle puntate e quelle destinate alle squadre “da accomodare”. Ma qualcosa, sempre più spesso, va storto, ed allora il debito aumenta sempre. I calciatori non hanno intenzione di “pagare”, ed allora per rientrare promettono nuove combine e quindi sono necessarie nuove scommesse. Il giro diventa vorticoso e pericoloso, poiché Cruciani ha ormai accumulato diverse centinaia di milioni di perdite ed è minacciato insistentemente dagli allibratori clandestini. Cruciani ormai non ne può più, è sull’orlo di una crisi di nervi e per salvare la pelle decide di denunciare tutto.
La bomba ormai è esplosa. Il polverone si è alzato alla grande e fa un po’ paura, al punto che Trinca e Cruciali, successivamente, decidono di ritrattare. Il 9 marzo 1980 Alvaro Trinca viene arrestato per truffa, tre giorni dopo si costituisce Cruciani.
Il 23 marzo alle cinque della sera scatta l’incredibile giornata delle manette: all’Adriatico di Pescara (dove gioca la Lazio) vengono arrestati Cacciatori, Wilson, Giordano e Manfredonia. Contemporaneamente all’uscita di San Siro (dove si gioca Milan-Torino) vengono fermati Albertosi e Morini, mentre all’Olimpico di Roma vengono ammanettati i perugini Della Martira, Zecchini e Casarsa. A Regina Coeli finiscono anche Pellegrini (Avellino), Magherini (Palermo), Merlo (Lecce) e Girardi (Genoa). Tra i tanti calciatori invitati a comparire per accertamenti ci sono anche Paolo Rossi, Dossena, Savoldi e Damiani.
E’ un autentico choc: Artemio Franchi (presidente della Federazione e dell’Uefa) rassegna le dimissioni, e la Nazionale Italiana, menomata, si appresta a disputare in Italia gli Europei in un clima di grande vergogna.
Comincia il processo della giustizia sportiva e quello della giustizia ordinaria.
La giustizia sportiva sforna la sentenza di primo grado della Disciplinare il 18 maggio 1980 e quello definitivo della CAF verso la fine di giugno. I verdetti definitivi furono i seguenti:
Società di serie A: Milan e Lazio retrocesse in serie B; Avellino, Bologna e Perugia 5 punti di penalizzazione da scontare la stagione successiva.
Società di serie B: Palermo e Taranto 5 punti di penalizzazione da scontare la stagione successiva.
Dirigenti: Felice Colombo (presidente Milan) radiato; Tommaso Fabretti (presidente Bologna) 1 anno di squalifica.
Calciatori serie A: 6 anni di squalifica a Pellegrini (Avellino); 5 anni a Cacciatori (Lazio)e Della Martira (Perugia); 4 anni ad Albertosi (Milan); 3 anni e 6 mesi a Giordano, Manfredonia (Lazio), Petrini (Bologna) e Savoldi (Bologna); 3 anni a Wilson (Lazio) e Zecchini (Perugia); 2 anni a Paolo Rossi (Perugia); 1 anno e 2 mesi a Cordova (Avellino); 1 anno a Morini (Milan); 6 mesi a Chiodi (Milan); 4 mesi a Montesi (Lazio); 3 mesi a Colomba (Bologna) e Oscar Damiani (Napoli).
Calciatori serie B: 3 anni e 6 mesi a Magherini (Palermo); 3 anni a Massimelli (Palermo); 1 anno a Merlo (Lecce).
La sentenza del processo della Giustizia Ordinaria (giunta a dicembre) fu sorprendente: tutti i calciatori coinvolti vennero assolti perché “il fatto non sussiste”. La sentenza non deve sconvolgere, poiché a livello penale il fatto non era punibile in quanto all’epoca dei fatti non era previsto come reato.
L’unica condanna ad una spesa pecuniaria fu comminata allo sfortunato Cruciani.
Dopo la vittoria della Italia ai campionati Mondiali di Spagna 82, la FIGC decise di praticare una amnistia che annullava le squalifiche di quei calciatori che ancora stavano scontando la pena.
Questa è la ricostruzione della vicenda del famoso calcio-scommesse del 1980. La cosa veramente orribile per noi tifosi rossoneri fu il coinvolgimento della nostra società e la relativa condanna. Per la prima volta nella sua gloriosa storia l’AC Milan veniva condannato a disputare un campionato di serie B e lo faceva a seguito di una vicenda che di sportivo non aveva nulla. Le cose che  ricordo che dopo aver appreso la notizia da “Sport Sera” (su Rai2) per bocca di Ennio Vitanza sono le lacrime di dolore e rabbia per quella atroce sentenza, ed una domanda a cui nessuno avrebbe mai potuto dare una risposta: come poteva essere successo tutto questo per mano del massimo dirigente della nostra società (il presidente Colombo) e di uno dei più grandi idoli della tifoseria milanista, e cioè Ricky Albertosi.
Ma tant’è…anche questa è storia: la storia non è costituita solo dai trofei vinti e dai momenti di successo, ma anche da momenti bui e drammatici come questi. Nessuno di noi ha voluto dimenticare quei momenti; al contrario, chi li ha vissuti, li ricorda come un momento in cui l’amore e l’attaccamento per la nostra Maglia diventarono, nella difficoltà, ancora più forti di prima. Ripartire dal punto più basso è stato difficilissimo, ma forse ci ha concesso di gioire e di godere ancora di più per tutti i trofei che sarebbero arrivati dopo.Gli anticorpi si sono creati e sviluppati in modo rapido e veloce, e da allora niente e nessuno ci fa più paura!

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del 11/03

TALE PADRE…TALE FIGLIO!
Lo spunto per questa puntata particolare di Terza Pagina mi è venuto ascoltando la settimana scorsa Gigi Garanzini su Radio 24 nella sua rubrica quotidiana dedicata allo sport in generale ed al calcio in particolare. Sapete chi ha pronunciato la frase “I Moratti? Sono delle brave persone, tranne quando parlano di calcio!”. Da lì si è scatenata la fantasia di tutti nel pensare alla risposta: sarà stato Moggi, sarà stato un tifoso anti-interista, sarà comparso su qualche sito/blog/forum in cui si dice di tutto di più, sarà stato…boh! Può essere stato chiunque! Sapete qual’era la risposta esatta a questo indovinello? La frase fu scritta da Gianni Brera in un articolo sulla stampa del 1964! Cosa??? Il grande Gianni Brera aveva osato pronunciare una frase del genere? E perché mai lo avrà fatto? Comunque sia…la cosa ha scatenato la mia curiosità. Certo, di Angelo Moratti e della sua Inter di Herrera avevo già sentito parlare a proposito delle “bombe” di cui la squadra faceva uso su ordine del Mago (pensate che Sandro Mazzola non rivolge la parola a suo fratello Ferruccio perché quest’ultimo ha più volte confessato le malefatte), ma quella frase di Gianni Brera mi è rimbombata nella mente per alcuni giorni, fino a quando ho deciso di andare sul web alla ricerca di qualcosa che confermasse tale “ardita affermazione” Voi direte “cosa centra Moratti con Terza Pagina?”. Beh, dato che il Milan non gioca da solo, è interessante anche andare a vedere, storicamente parlando, gli scenari all’interno della quale la Nostra Storia si intreccia con quella degli altri.  
Ed ecco che il motore di ricerca mi sputa fuori un articolo apparso sul quotidiano Tuttosport a firma Stefano Lanzo datato 31/01/2007 in cui viene riportata una intervista allo scrittore inglese Brian Glanville, noto soprattutto per i tanti libri dedicati al mondo del calcio.
Riporto qui, letteralmente, tale articolo/intervista:
I RETROSCENA DELLO STORICO GLANVILLE
«Allodi era il Moggi di Moratti»
STEFANO LANZO
TORINO. Chi ama il calcio e le grandi storie che soltanto il calcio può raccontare, non può non conoscere Brian Glanville, il più grande scrittore di pallone che l’Inghilterra abbia mai avuto. Un esperto di football a tutto tondo, ma in particolare un conoscitore delle vicende italiane. Sulle quali non perde occasione di raccontare aneddoti e innescare, giocoforza, polemiche. Come quando ha sollevato un autentico terremoto lanciando accuse pesanti come macigni dal prestigioso pulpito del Times: l’Inter del primo Moratti, Angelo papà di Massimo, era sì grande. Ma rubava. Apriti cielo, il finimondo. E allora l’occasione è giusta per riprendere il discorso con l’ex collaboratore di svariate testate italiane (tra cui lo stesso
Tuttosport), autore di numerosi libri ed anche di due sceneggiature hooliwoodiane (di argomento calcistico, of course). Nonostante il suo tono estremamente calmo, molto british, Glanville mena fendenti pesanti, in un italiano perfetto.
«Parlo meglio la vostra lingua che la mia».
Good morning, Mister Glanville, non ha perso il suo senso dell’umorismo, da buon inglese.
«Ho 75 anni, ma sono ancora arzillo e vitale. Finché dura...».
Trattiamo un argomento che le sta a cuore: il calcio italiano degli anni ’60 e ’70.
«Sono molto legato all’Italia. Pensi che ho da poco sentito Montella, che qui sta facendo benissimo con il Fulham, ed abbiamo parlato un po’ del vostro paese. Io ho vissuto a Firenze e a Roma, mio figlio ha anche giocato nel Formia. Sono molto legato all’I­talia, ed è proprio per questo che ne ho denunciato gli scandali».
Ma lei ha infangato un mito come quello della grande Inter degli anni ’60. E’ così che dimostra il suo affetto verso il nostro calcio?
«Sono i fatti a parlare, non io. Abbiamo dimostrato che l’Inter corrompeva gli arbitri. E Angelo Moratti non poteva non sapere».
Ci racconti la storia di quel periodo.
«Nel 1973 ricevetti un colpo di telefono da un collega, Charlie Coutts. Un comunista scozzese che ebbe legami con Radio Budapest. Sapeva tutto di Deszo Solti, questo ungherese che muoveva i fili dell’Uefa. Lui e Italo Allodi, negli anni ’60 segretario dell’Inter, erano dietro a tutte le manovre sporche.
Lei si riferisce in particolare ad alcuni casi. E dice di avere le prove.
«Nel 1964, nella gara con il Borussia Dortmund, Solti, mosso da Allodi, corruppe l’arbitro: fu scandaloso, Suarez da espulsione, ci furono degli episodi palesemente a favore dei nerazzurri. E lo stesso accadde nel ’65, nella semifinale con il Liverpool: gli inglesi vinsero in casa per 3-1, al ritorno l’Inter si impose per 3-0. I primi due gol furono molto, molto dubbi. E, nel 1973, Coutts confermò i miei sospetti. Solti era corrotto ».
Perché nel 1966 non funzionò allo stesso modo?
«L’arbitro Vadas era uno di carattere e non si piegò. Infatti lo eliminarono dalla circolazione, non diresse più partite a livello internazionale. Inter-Real, l’ungherese Gyorgy Vadas fu designato per la sfida: Solti, convinto di poterlo manovrare a suo piacimento, fece i conti senza l’oste. Come dite voi.
Invece...
«E invece, come mi disse Peter Borenich, Vadas si rifiutò e, di conseguenza, Honti, il segretario della federazione ungherese dei tempi, lo mise ai margini. Era Allodi a muovere i fili. E lo stesso accadde anni dopo».
A cosa si riferisce
«A quando Allodi si trasferì alla Juve. Anche lì c’è un caso palese sul quale abbiamo prove. Era il ’73: seppi che Solti fu mandato a Lisbona per corrompere Lobo. Juventus- Derby County, partita di ritorno. Non solo Lobo rifiutò, ma andò alla commissione arbitri. Successe un putiferio. Ci fu anche un confronto tra Solti e Lobo, tutto alle spalle del mio amico Artemio Franchi, che era all’oscuro di tutto. Lobo confermò al mio amico Botsford, un americano molto esperto di calcio italiano. Voglio raccontare un aneddoto su quella partita».
Prego.
«Nell’intervallo della sfida, il grande Brian Clough uscì dagli spogliatoi e urlò: “Non parlerò con nessun truffatore”. Gli juventini mi chiesero cosa disse, io glissai, ma Brian venne da me e ribadì: “adesso ripeti esattamente cosa ho detto a questa gente”. Parole irripetibili...»
Si può dire che la vicenda di Allodi ricordi un po’ quella di Moggi.
«Con una grande differenza, però. Moggi ha pagato, Allodi no. Anzi, la sua immagine ne uscì più forte. Cercò anche di infangare la mia immagine, dicendo che lui mi aveva mandato dei soldi nel ’54, quando andai via da Firenze, perché io rimanessi in Italia. Falso: io incontrai per la prima volta Allodi nel 1973. Lui si servì della mia amicizia con Mauro Franceschini, ma io non ho mai avuto contatti con Allodi. Ma lo sa qual è la cosa che mi dispiace di più?
No, dica pure.
«Che tutto quel polverone, tutti quelli scandali, non hanno portato a niente. Le battaglie che abbiamo intrapreso, non hanno cambiato il calcio. Anzi, adesso è anche peggio. Pensavo che Moratti figlio fosse meglio del padre, ma forse mi sbagliavo. Il nostro è stato un fallimento, volevamo migliorare questo mondo, non ci siamo riusciti. E mi dispiace da morire anche un’altra cosa: che Gianni Brera, da me ritenuto un amico, non scrisse una riga contro quelli scandali, pur essendo a conoscenza di ogni cosa».
Che idea si è fatto delle ultime vicende che hanno stravolto il mondo del pallone? In una parola, Calciopoli.
«Non parlo di cose che non so. Io conosco la realtà degli anni ’60 e ’70, adesso non saprei».
Sorpresi vero? Beh, forse qualcuno lo sapeva già, forse qualcuno aveva letto qualcosa. Ma la cosa più evidente di questa vicenda è che gli antichi non si sbagliavano mai: TALE PADRE…TALE FIGLIO! Pensateci un attimo: come aveva fatto il suo adorato padre, il buon Massimo acquista l’Inter, spende 600 milioni di Euro per non vincere niente, e poi, appurato che esiste in giro qualcuno più bravo e competente di lui e resosi conto che stava diventando lo zimbello del calcio italiano, decide che è il caso di far ricorso al Sig. Solti della situazione (vi ricorda qualcuno?)…perché “si deve vincere per forza!!!”. Ed una volta arrivato allo scopo, si permette anche di ergersi ad unico, inimitabile ed incontrastato SIGNORE DEL CALCIO che tutto può e tutto sa! Ma la cosa di questa storia che è drammaticamente evidente, è che a distanza di 45 anni, la frase che Gianni Brera usò per Angelo sembra essere stata pronunciata l’altro giorno per Massimo. Incredibile ma vero! 

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del 04/03
E’ di questi giorni la notizia su un ipotetico interesse-offerta degli Arabi (risparmiatemi il nome degli interessati, vi prego) per l’acquisto di una quota del capitale sociale dell’AC Milan detenuto quasi per intero da Silvio Berlusconi (attraverso la Fininvest). La notizia, personalmente, mi ha fatto venire i brividi, soprattutto perché ho avuto la fortuna (o la sfortuna) di aver vissuto in prima persona le vicende di alcuni dei predecessori dell’attuale Presidente. Conoscere chi eravamo e da dove veniamo, può semplicemente aiutare a non lanciarsi in proclami “entusiastici sul nuovo che avanza” per il semplice gusto di cambiare. I mancati risultati di questa stagione non devono portarci a buttare il bambino insieme all’acqua sporca: se permettete, nel valutare la “figura” del mio presidente ideale, guardo a qualcosa che va al di là dei semplici “numeri”. Oltre alle possibilità economiche, il mio Patron deve avere delle spiccate capacità manageriali, deve avere un grande carisma nei confronti dell’intero ambiente, deve avere entusiasmo e, soprattutto, deve avere un grande attaccamento nei confronti delle Nostra Maglia, una grande passione ed un pieno coinvolgimento emotivo. Cose scontate? Parole banali? Direi proprio di no, e la nostra storia recente lo dimostra.
Breve carrellata. Dopo la presidenza Rizzoli (durata 9 anni con 4 scudetti, una Coppa Latina, una Coppa dei Campioni…ed il Centro Sportivo di Milanello), arriva al timone il sig. Felice Riva(1963), industriale cotoniero, che in seguito al crack della sua azienda, sarà costretto a fuggire in Libano. Successivamente era toccato all’industriale metallurgico Vittorio Duina: oberato da debiti per centinaia di milioni e poi fallito, tra una marea di cambiali ed assegni cabriolet conobbe una tragica fine in Sud America, dove morì a seguito di un incidente. Il suo successore fu Albino Buticchi, un industriale petrolifero che qualche anno prima aveva tentato di suicidarsi nella sua villa in Liguria sparandosi un colpo di pistola in testa: rimase miracolosamente vivo, ma cieco per il resto della sua vita. Dopo di lui arrivò Felice Colombo: ebbe il grande merito di essere il Presidente della Stella, ma ebbe il demerito di essere il Presidente che, a seguito degli illeciti sportivi che lo videro coinvolto in prima persona, condannò il Milan alla serie B per la prima volta della sua storia. Per quella vicenda conobbe anche il conforto delle patrie galere. Ci fermiamo qui? Ma neanche per sogno, anzi arriviamo alla vicenda del penultimo presidente della nostra gloriosa società: Giuseppe Farina detto Giussy.
Nel mondo del calcio era già famoso per essere stato il presidente del Lanerossi Vicenza dal 1968 al 1980. La sua presidenza vicentina passerà alla storia per aver acquistato alle buste contro la Juventus il suo pupillo Paolo Rossi. La notte prima “una spia” gli fece la soffiata che la società bianconera avrebbe offerto per Rossi la cifra di 2 miliardi e mezzo, e quindi “se scrivi 2 miliardi e 600 milioni te lo porti a casa!”. Farina offrì la cifra monstre (per l’epoca) di 2.612 milioni di lire, la Juve ne offrì molti di meno. Risultato: il Vicenza compra Paolo Rossi ma comincia il suo declino. Per quella cifra Giussy mandò a farsi fottere le casse sociali. Sarà costretto, qualche anno dopo, a lasciare la società al figlio con un buco nel bilancio stratosferico.
Non contento nel 1982 acquista il Milan (pensa un po’ come eravamo messi!!!). L’avventura non nasce sotto i migliori auspici. Subentrato a Gaetano Morazzoni, vedrà il Milan sprofondare di nuovo in B per la seconda volta. Il primo anno “vero” fu una passeggiata: il Milan (guidato da Castagner) vince facilmente il campionato e si ripresenta in serie A. Come regalo per la promozione, Giussy regala ai tifosi rossoneri giocatori “del calibro” di Blisset, Gerets (solo per poche partite, poiché per illecito sportivo consumato in Belgio verrà rispedito in patria), Spinosi, Tacconi (non il portiere Stefano, ma tale Daniele), Manzo, Paciocco e Russo. Il Milan disputa un campionato anonimo, ma già il fatto di non ri-precipitare di nuovo nella cedette ria è già un successo!
Per la stagione successiva Farina cerca di fare le cose in grande, ed affida la guida tecnica a Nils Liedholm. Stavolta la campagna acquisti è decente: arriva Terraneo dal Torino, Di Bartolomei dalla Roma, Virdis dall’Udinese e la coppia inglese Wilkins ed Hateley. Sotto la sapiente guida del Barone il Milan si classifica quinto e torna finalmente in Europa; la coppa Uefa ci aspetta a braccia aperte. Dopo un lungo digiuno quello era il massimo traguardo a cui la nostra squadra poteva aspirare.
Arriviamo alla stagione 1985/86. Per il ritorno sul palcoscenico europeo il presidente ci regala una una campagna acquisti pirotecnica: acquistiamo Marco Macina, Mario Bortolazzi ed udite-udite, nientepocodimenoche Paolo Rossi. Quelli che oggi accusano la dirigenza di aver acquistato un “vecchio” come Emerson dovrebbero impallidire davanti a cotanta manovra di mercato. Credo che fino all’ultimo giorno della mia vita ricorderò questo acquisto come uno dei più patetici, inspiegabili ed insignificanti della nostra storia: il fatto che Rossi segnò gli unici due gol della sua avventura rossonera in un derby non mi ha mai fatto sentire meglio!
Comunque, torniamo a noi. Il consiglio di amministrazione del Milan vede la presenza di Rosario lo Verde, Gianni Nardi, Gaetano Morazzoni e la bandiera rossonera Gianni Rivera. La stagione, dal punto di vista dei risultati sarà disastrosa….ma niente in confronto a quello che succede in società. Il capitale sociale dell’AC Milan è controllato al 64,9% dalla finanziaria Ismil (acronimo di Iniziative sportive Milan), la quale a sua volta è controllata per il 52% dalla Fin Milan SpA, della quale Farina detiene il 40%, il vice presidente Nardi il 4%, ed il restante è suddiviso tra molti soci in piccolissime quote. Alla Ismil fa capo, per il 70%, la Milan Promotion (sotto il controllo di farina anch’essa) che ha lo scopo dello sfruttamento pubblicitario dell’immagine della squadra. Il bilancio della società è drammatico: in tre anni il passivo si triplica (da 2 a 6 miliardi di lire), e si scopre addirittura che Farina utilizzò 2 miliardi della società Milan per acquistare l’83% della Vicesport di Vicenza (società si sua proprietà). Ma la cosa più sconcertante è che ci sono alcuni miliardi di arretrati da versare al fisco per l’Irpef. Volete l’aneddoto per rendervi conto della situazione di sbando in cui ci trovavamo? Farina aveva talmente bisogno di soldi che il ristorante e le sale di Milanello (sì, avete letto bene…il Centro Sportivo di Milanello) venivano affittate per cerimonie come matrimoni e ricorrenze varie. Alcuni giocatori raccontano che più volte durante il sabato di vigilia fino a notte fonda i festeggiamenti andavano avanti mentre la squadra era in ritiro pre-gara! E per fortuna che il presidente Rizzoli quando costruì Milanello lo donò alla società AC Milan con un vincolo ben preciso: non è possibile separare la proprietà del centro sportivo da quella dell’AC Milan…altrimenti Farina se lo sarebbe venduto all’istante!
La situazione a dicembre 1985 diventa insostenibile, e comincia a spargersi la voce che Silvio Berlusconi sia interessato ad acquistare il Milan. Farina è già scappato in Africa, mentre la Federcalcio (attraverso i suoi organi disciplinai) ha messo in mora la società e la magistratura spicca numerosi avvisi di garanzia nei confronti di alcuni dei componenti del consiglio di amministrazione. Berlusconi ed il suo staff si rivolge a Rivera, il quale fa capire che finchè Farina è latitante l’unico a cui rivolgersi è Gianni Nardi. Ormai i libri stanno per essere portati in tribunale. Viene notificato al tribunale di Milan la trascrizione ufficiale delle dimissioni di Giuseppe Farina, e viene eletto nuovo (provvisorio) presidente Rosario Lo Verde. Sarà quest’ultimo a traghettare la società verso la nuova, subentrate società di Silvio Berlusconi. L’aumento di capitale di 10 miliardi di lire ne è il primo passo. Berlusconi paga subito 3,8 miliardi di lire per saldare gli arretrati Ipef  (condizione necessaria per liberare le azioni rossonere dal sequestro conservativo deciso dalla magistratura), paga gli stipend arretrati dei giocatori e paga anche l’ultima rata per l’acquisto (da parte di Farina) di Mark Hateley. Da lì ebbe inizio l’era del Presidente Berlusconi che tutti conosciamo, fatta di impegni finanziari importanti, di risultati senza precedenti nella storia del calcio, fatta di passione e tifo, di organizzazione eccezionale ed invidiata da tutti. Nessuno è stato in grado di fare meglio in passato…e nel presente. E’ possibile che qualcuno possa fare meglio in futuro? E’ possibile che Berlusconi si sia stancato della sua creatura? Tutto è possibile.
Ma quando sento parlare qualcuno di vendere agli Arabi mi viene la pelle d’oca: di Beduini qui al Milan ne abbiamo già visti parecchi, e di vederne degli altri al posto del miglior presidente della storia del mio club NON NE HO PROPRIO VOGLIA.

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del 25/02

NEREO ROCCO, IL “PARON”!
In questi giorni ricorre il trentesimo anniversario della morte di Nereo Rocco (il 20 febbraio), ed è assolutamente doveroso dedicare questa puntata di Terza Pagina a quello che può essere considerato un autentico monumento della storia del Milan (in primis) e del calcio italiano in generale.
Durante i miei studi liceali, un giorno scoprii che Giovanni Pascoli forniva la spiegazione più “semplice ma lucida” sul tema dell’Immortalità dell’uomo dopo la morte: sono le azioni compiute durante la vita a garantire l’immortalità ad un uomo, “se una persona si sarà comportata da eroe durante la sua esistenza, dopo la sua morte saranno i ricordi di quelli che restano a rendere eterna la sua presenza tra i vivi, e questo rende Immortale un essere umano anche dopo la sua dipartita da questa terra!”. Se oggi tutti abbiamo la sensazione di averlo conosciuto, se ne parliamo come se fosse ancora tra di noi, se discutiamo di calcio “attualizzando” concetti che lui applicava cinquant’anni fa, insomma, se parliamo di Nereo Rocco come se fosse ancora “vivo”, allora vuole proprio dire che durante la sua esistenza terrena il Paron ha proprio “vissuto da eroe”, e cioè alla grandezza della sua carriera “lavorativa” ha unito una grandezza da uomo che lo ha reso un personaggio assolutamente unico nel panorama dello sport più amato del mondo.
Nereo Rocco, nato a Trieste il 20 maggio 1912, è stato un giocatore di ottimo livello (in totale otto stagioni in serie A con 232 presenze e 66 reti), ma è come allenatore che si costruisce un’autentica leggenda. E lo farà non solo grazie agli splendidi ed incredibili risultati che otterrà da tecnico, ma, soprattutto, per il suo modo di essere, per il suo carattere, per le sue doti di “gestore” di uomini, per i rapporti coi colleghi, per i rapporti coi giornalisti, per i rapporti coi calciatori. Un vero “personaggio” che oggi farebbe impallidire il miglior Mourinho d’annata, ma con la differenza che metteva il rispetto verso gli altri al di sopra di tutto. Rocco ed Helenio Herrera (il Mago) resero celebre la figura dell’allenatore: prima di loro i tecnici erano meno pubblici, più in disparte. Come due autentici consumati attori se ne dicevano di tutti i colori. Gianni Mura li ricorda così “HH era il Matamoros un po’ spaccone, Rocco una specie di Bertoldo che lo rimetteva coi piedi per terra. Provocazioni, frecciate, polemiche, ma senza volgarità”. Sono rivali nel derby, Helenio fa il gradasso e lo provoca; Nereo lo chiama “quel mona de mago” e, soprattutto, dirà “dà lavoro a quei mona di giornalisti”.  Ed a proposito di giornalisti sarà uno dei pochi personaggi del mondo del calcio ad essere veramente apprezzato dal mitico Gianni Brera: due personaggi che nei rispettivi ruoli si rispettavano, si stimavano e si volevano bene. Mi è capitato, per scrivere questo ricordo, di imbattermi nel pezzo scritto da Gianni Brera in occasione della morte del Paron: da brividi!
Nereo Rocco viene ricordato come colui che, a livello tattico, introdusse in Italia il “catenaccio” : ai tempi del Padova propone di giocare con un uomo in più in difesa dietro a tutti. Questo “credo” lo accompagnerà per tutta la sua carriera da tecnico, anche se il suo pupillo Gianni Rivera ha sempre tenuto a precisare che il Milan di Rocco schierava davanti “prima Rivera, Mora, Altafini e Barison e poi, in seguito, Rivera, Hamrin, Sormani e Prati”.  Comunque sia i risultati furono eccezionali: condusse stabilmente nell’elite del calcio italiano squadre “di media fascia” come la Triestina ed il Padova, e portò sul tetto dell’Europa e del Mondo il nostro Milan. La Triestina nel 1947/48 arrivò addirittura seconda alle spalle del Grande Torino, mentre il Padova nel 1957/58 raggiunse il miglior risultato (terzo posto) della sua storia in serie A. Dopo quindici anni di lavoro diviso tra Trieste e Padova (con un breve intermezzo a Treviso) nel 1961 arriva al Milan del presidente Rizzoli voluto da Gipo Viani. Sono anni difficili per i rossoneri, in quanto i cugini interisti la fanno da padroni. Rocco fa un capolavoro e costruisce una formazione storica. La stagione si concluderà subito con la conquista dello scudetto, l’ottavo della storia milanista. Farà ancora meglio la stagione successiva, quando a Wembley condurrà il Milan alla conquista della Coppa dei Campioni, la prima della storia rossonera ma anche la prima per il calcio italiano. Rocco lascia il Milan per andare al Torino che allenerà per quattro campionati ottenendo i migliori risultati del dopo Superga. In rossonero tornerà nel 1967/68 nel primo Milan di Luigi Carraro. Ritroverà Rosato, Rivera, Trapattoni, Schnellinger ed Hamrin. Il ritorno coincide con la conquista del nono scudetto e della Coppa delle Coppe. In quella successiva conquisterà nuovamente la Coppa dei Campioni, e quindi la Coppa Intercontinentale. Da quel giorno, una volta conquistato tutto, si porrà come unico obiettivo quello di conquistare la Stella! La grande occasione si presenta nella stagione 1972/73: il Milan conquista la Coppa delle Coppe il mercoledì precedente all’ultima giornata di campionato….quel campionato che si concluderà con la sconfitta di Verona e con la perdita dello scudetto (e della Stella) per un solo punto. Fu una grandissima delusione per il Paron, una delusione per una cosa fortemente voluta, attesa, sfiorata ma che non arriverà mai!
Lascerà il Milan con rammarico ed andrà ad allenare la Fiorentina, dove resterà per una sola stagione.
Oltre alle sue grandi doti tecniche e tattiche si metterà in mostra come grande conduttore di uomini. Quando a Milanello lo chiamavano mister, lui replicava “Mister te sarà ti, mona. Io sono il signor Rocco”. Anzi il Paròn. Lui comanda, e quando qualcuno lasciato fuori formazione si lamenta, risponde: “No xe mia la decision, ma de la siora Maria”. La signora Maria era sua moglie, ma quello era il suo modo di fare per tenere in mano lo spogliatoio. Già, lo spogliatoio! A detta di tutti i suoi “ragazzi” Nereo Rocco fu l’inventore del concetto di “spogliatoio”. A proposito di questo Rivera dirà: “La forza di una squadra nasce nello spogliatoio. La cultura di Rocco era quella di creare le condizioni perché, nello spogliatoio, una squadra si organizzasse anche sul piano nervoso, della tensione, dei rapporti fra i compagni: una forza superiore rispetto a quella che ci sarebbe se non ci fosse questa unione di modi di pensare. Era proprio la cultura di Rocco che ci faceva sentire forti dentro gli spogliatoi per essere più forti ancora in campo. Non va sempre così ma questa è la filosofia giusta di una squadra".
Passeranno alla storia anche alcuni episodi e frasi che egli pronuncerà in occasioni diverse. Come quella volta che prima di una partita raccomandò ai suoi difensori: “Tuto quel che se movi su l’erba, daghe. Se xe la bala, pasiensa” (“Tutto quello che si muove sull’erba, colpiscilo. Se è la palla, pazienza”). E come non ricordare il famosissimo dialogo con un giornalista che prima di un Padova-Juventus gli disse: “Vinca il migliore”; Rocco lo guardò e rispose: “Ciò, sperem de no!”
Addirittura per il suo modo di fare, burbero e bonario, Federico Fellini gli propose di recitare da protagonista nel film Amarcord. Rinuncerà per pudore e perché il suo mondo era sul campo di allenamento e di calcio e non sul set cinematografico.
Nel 1977 viene chiamato dal Milan in qualità di direttore tecnico e consigliere del tecnico Nils Liedholm. Un poco della sua personalità e della sua esperienza sarà presente nel famoso scudetto della Stella del 1978/79. Purtroppo il destino imperscrutabile ha deciso che Nereo quella Stella cucita sulla maglia rossonera non debba proprio vederla: il 20 febbraio 1979, tre mesi prima che il Milan di Gianni Rivera ( che lui definiva“i me oci”) conquistasse l’agognato trofeo, il Paròn muore all’ospedale Maggiore di Trieste. Il figlio Tito ricorderà che la sera prima di morire, il padre lo guardò negli occhi e gli disse: “Tito, dame el tempo”. Come diceva a Bergamasco e Cesare Maldini verso la fine della partita….pensava di essere in panchina.
Che Nereo Rocco sia ancora il “padre” di tutti gli allenatori rossoneri, lo dimostra il fatto che ancora oggi detenga il record assoluto di presenze sulla nostra panchina, e che la sensazione che le sue “istruzioni” e le sue frasi in italo-triestino riecheggino ancora negli angoli di Milanello lo dimostra il fatto che il Paròn, lungo il viale che costeggia il campo centrale del centro sportivo rossonero, sia l’unico personaggio della nostra ultra centenaria storia a cui sia stata dedicata una statua per ricordarne la memoria e la grandezza. Perché lui per il Milan è stato un simbolo immortale, e Milanello in fin dei conti è sempre stata, e sempre sarà, casa sua.

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del 18/02

PIERINO LA PESTE!
Il sottoscritto rappresenta la prova vivente di quanto “quella coppia” accendesse le fantasie dei tifosi rossoneri alla fine degli anni settanta: “Era la coppia più bella del mondo, uno era la mente (Gianni Rivera) e l’altro era il braccio (Piero Prati)” e fu questo il motivo per cui quando nacqui mio padre decise di chiamarmi Gianpiero! Inutile dirvi che da quel giorno, pur non avendolo mai visto giocare, Piero Prati diventò uno dei miei idoli. Riprendiamo, quindi, il filo conduttore tracciato qualche settimana fa con il pezzo dedicato al mitico Gianni Rivera, ed occupiamoci, in questa occasione, del “braccio”.  Pierino “la peste” Prati, nato a Cinisello Balsamo (Mi) il 13 dicembre 1946, rappresenta una delle punte più forti e complete del calcio italiano. Giocatore, tra l’altro, in grado di ricoprire sia la posizione di prima punta, sia quella di ala sinistra, si mise in mostra non solo per le sue grandi doti realizzative, ma anche per le sue capacità tecniche, per la sua agilità e per le sue grandi doti nel gioco aereo. Fu molto bravo, in quegli anni, a “sfruttare” insieme al suo compagno di reparto (Sormani) l’ispirazione dell’uomo che si muoveva alle loro spalle, e cioè Gianni Rivera. Dopo essere cresciuto nelle giovanili rossonere alle dipendenze di Nils Liedholm, fu mandato in serie C a farsi le ossa nella Salernitana (19 partite e 10 gol). Nella stagione 1966/67 torna al Milan e fa il suo debutto in serie A il 18 settembre 1966 contro il Venezia (2-1), ma dopo solo 2 presenze viene dirottato in B a Savona (15 reti in 29 partite). A questo punto il Milan di Nereo Rocco lo considera definitivamente pronto per tornare da titolare al Milan, e nella stagione 1967/68 inizia la grande affermazione di Prati in rossonero (e di conseguenza a tutti i livelli). Ad inizio stagione Rocco punta sul trio Sormani-Rivera-Mora, ma sarà l’ingresso tra i titolari di Prati (alla nona giornata) a dare il via verso la cavalcata che porterà il Milan alla conquista del suo nono scudetto. Prati, infatti, non uscirà più dall’undici iniziale, e con le sue 15 reti contribuirà in modo decisivo alla conquista del titolo oltre a fregiarsi del titolo di Capocannoniere del massimo campionato. Ma la stagione sarà trionfale anche in Coppa delle Coppe: segnerà nei quarti contro lo Standard Liegi (due reti) e nella semifinale di andata a S.Siro contro il Bayern Monaco. Il Milan conquisterà anche quella coppa, battendo in finale per 2-0 l’Amburgo. Sarà solo l’inizio di una carriera gloriosa. Al termine di quella stagione viene convocato da Valcareggi in Nazionale per la disputa, in Italia, dei Campionati Europei per Nazioni. Elimina praticamente da solo la Bulgaria nei quarti di finale, e giocherà da titolare la prima partita di finale contro la Jugoslavia (1-1): gli verrà preferito Gigi Riva nella ripetizione che darà all’Italia il primo (e finora ultimo) titolo continentale per Nazioni. Sarà proprio Gigi Riva la “rovina”, come lui stesso la definì, di Prati in quegli anni con la maglia azzurra. Sarà sempre e solo l’alternativa di quello che è stato considerato il più grande attaccante italiano di tutti i tempi. Ciò nonostante, dimostrerà la sua prolificità anche in azzurro, segnando 7 gol in 14 presenze. L’aver partecipato al Mondiale in Messico (nel 1970) solo come spettatore in tribuna e panchina sarà il suo cruccio più grande. Dopo la stagione “vincente” del debutto arriva quella….della consacrazione. La stagione 1968/69 segnerà il trionfo di Pierino la Peste. Riuscirà a bissare il numero dei gol della stagione precedente in campionato (il Milan arriverà terzo), ed entrerà letteralmente nella storia del Milan nella conquista della seconda Coppa dei Campioni della storia rossonera. Il cammino del Milan verso quel trionfo sarà tortuoso, e Prati (ispiratissimo ed implacabile) farà di tutto per permettere ai rossoneri di tirarsi fuori dai guai. I primi problemi si presentano già nei sedicesimi: il Milan perde all’andata a Malmoe (2-1), e sarà chiamato a ribaltare il risultato nella gara di ritorno. Ce la farà vincendo per 4-1 e Prati trascinerà la squadra segnando 2 reti. Ma la leggenda Prati se la conquisterà nei quarti contro il Celtic. Gli scozzesi in quegli anni rappresentavano l’elite del calcio europeo (solo due anni prima avevano battuto in finale l’Inter!!!). Il Celtic impone lo 0-0 ai rossoneri nella gara d’andata a S.Siro, e la qualificazione sembra svanita, un sogno. Davanti a 90.000 spettatori il Milan compie “l’impresa”: al 12’ Prati ruba palla a centrocampo, corre per 50 metri verso la porta avversaria inseguito dagli avversari e batte Fallon! I restanti 80 minuti saranno un autentico assedio degli scozzesi, ma un grande Cudicini parerà l’impossibile: quella sera nasce il mito del “ragno nero” e la gara di Glasgow entrerà tra le più belle e grandi imprese della storia internazionale del Milan. Dopo aver eliminato in semifinale il Manchester United, il Milan si presenta alla finale di Madrid contro l’Ajax di Cruijff il 28 maggio 1969. Il Milan distrugge gli olandesi per 4-1, e Piero Prati, ispirato da un pauroso Rivera, segnerà la bellezza di tre gol: mai nessuno riuscirà a fare meglio ed a segnare più gol in una finale di Coppa Campioni/Champions League! Saranno 6 i gol in Europa, e 21 in totale quelli stagionali. Nella stagione 1969/70 Prati segnerà i suoi “soliti” gol, e parteciperà alla conquista della Coppa Intercontinentale contro l’Estudiantes. Dopo il 3-0 dell’andata, la sua gara nel ritorno durerà solo 37’: la furia degli argentini si accanirà su di lui e su molti dei suoi compagni, e Prati lascerà il campo vittima di una commozione celebrale. Il Milan riuscirà comunque a portare a casa la coppa. La stagione 1970/71 sarà per il Milan avara di successi (nessuna conquista), ma Prati porterà a casa il suo solito bottino di gol: in campionato batte il suo record di reti (saranno 19) ed in totale metterà a segno 22 gol. Meno fruttuosa la stagione successiva (1971/72): Prati segna “solo” 12 gol, ma, comunque, il suo palmares sarà arricchito della conquista della Coppa Italia (2-0 al Napoli). I successi non finiscono qui, ma l’ultima stagione di Pierino con la maglia del Milan sarà la più difficile. Nonostante la conquista della Coppa delle Coppe (1-0 al Leeds) e della Coppa Italia (battuta ai rigori la Juventus), Prati metterà insieme solo 21 presenze e 8 reti. La stagione si concluderà con la grandissima delusione della “fatal Verona” e la mancata conquista della Stella tanto attesa. Prati decide di cercare fortuna altrove, e passa alla Roma di Scopigno. Sembra praticamente rinato, e nella sua prima stagione giallorossa mette a segno ben 14 reti trascinando la Roma al terzo posto finale. Gli anni successivi saranno meno “positivi”, e la sua ultima esperienza sarà alla Fiorentina di Mazzone (solo 8 presenze). L’esperienza romana gli permetterà di mettere a segno il gol numero 100 in serie A. Nel 1979 si concederà anche il lusso di una breve parentesi in terra americana nelle file dei Rochester Lancers. In maglia rossonera disputerà in totale sette stagioni mettendo insieme 209 presenze e 102 reti (di cui 72 in campionato, 14 in Coppa Italia e 16 nelle Coppe Europee). Il suo palmares conta 1 scudetto, 1 Coppa dei Campioni, 1 Coppa Intercontinentale, 2 Coppe delle Coppe, 3 Coppe Italia, 1 titolo di capocannoniere. Questa è la storia di un autentico campione della nostra gloriosa società, un uomo che è stato in grado di legare il suo nome ad alcune delle imprese più esaltanti della nostra Storia…..il gol di Glasgow, la tripletta contro l’Ajax e soprattutto l’appartenenza ad uno degli scioglilingua più famosi della storia del calcio rossonero, italiano ed europeo: Cudicini, Anquilletti, Schnellinger, Rosato, Malatrasi, Trapattoni, Hamrin, Lodetti, Sormani, Rivera, PRATI. Ciao e grazie Pierino!

La crisi economica mondiale ha, recentemente, riportato alla ribalta quelli che potrebbero essere i riflessi che questa potrebbe avere sul mondo del calcio in generale e su quello italiano in particolare.
Nel cercare le cause della crisi del “nostro” pallone ci si imbatte principalmente su due aspetti: la disparità del trattamento fiscale a cui sono sottoposte le nostre società rispetto a quelle del resto d’Europa, ed il danno procurato dal fatto che quasi nessuna società del nostro calcio abbia lo stadio di proprietà (ad eccezione della Reggiana che è proprietaria dello Stadio Giglio).
Già, e qua proprio di stadio vogliamo parlare…del “Nostro” Stadio…dove l’uso dell’aggettivo possessivo non è casuale, ma voluto!
Oggi l’AC Milan sarebbe disposto a rilevare la proprietà dello stadio ubicato in via Piccolomini nr. 5, facendo il percorso inverso rispetto a quello compiuto circa settant’anni fa quando ne cedette la proprietà al Comune di Milano.
Eh sì, perché tutti sanno che il nostro stadio è stato costruito da un Presidente del Milan e dalla nostra società è stato onerosamente “donato” al comune meneghino nel 1935!
Tutti lo sanno…ma forse c’è qualcuno che o non se lo ricorda oppure fa finta di non saperlo.
Ma vediamo perché.Nel 1909 diventa proprietario e Presidente del Milan Piero Pirelli, imprenditore milanese che resta alla guida della società per vent’anni.Il signor Pirelli decide che il Milan debba avere uno stadio tutto suo, e nel dicembre del 1925 dà il via all’edificazione di un nuovo impianto che prevedeva una capienza di circa 35.000 spettatori.
Lo stadio, il cui progetto porta la firma degli architetti Stacchini e Cugini,  fu costruito in soli tredici mesi e mezzo, vide l’impiego di 120 operai e costò circa cinque milioni di lire, che oggi equivarrebbero a circa un milione e mezzo di Euro.
Lo stadio venne denominato sin da subito “San Siro”, dal nome del quartiere in cui sorge e che a sua volta prende tale nome da una piccola chiesetta, ormai scomparsa, dedicata a quel Santo.
La “forma” dello stadio è tipicamente all’inglese, e cioè con quattro tribune non collegate tra loro.
L’impianto viene inaugurato il 19 settembre 1926 con la disputa, naturalmente, di un derby amichevole contro l’Inter.
La prima partita di campionato fu giocata il 6 ottobre 1926 contro la Sampierdarenese (persa dai rossoneri 1-2), mentre il primo galà internazionale avvenne il 20 febbraio 1927 con una partita della nazionale Italiana contro la Cecoslovacchia (finita 2-2).
Per quasi vent’anni (fino al 1947) San Siro è stato solo ed esclusivamente  lo stadio “del Milan”, nel senso che ospitava solo le gare casalinghe del club di via Turati, mentre il l’altro club della città, l’Internazionale, disputava le sue gare presso l’Arena napoleonica. Il Milan continuò ad essere l’unico occupante dell’impianto anche dopo che lo stesso club aveva ceduto l’impianto al Comune di Milano nel 1935.
Tre anni dopo la cessione, nel 1938, l’impianto subì dei lavori di ristrutturazione ed ampliamento progettati dall’architetto Rocca e dall’Ingegner Calzolari: lo stadio, dopo circa un anno di lavoro, assunse la forma molto simile a quella attuale, ed aveva una capienza-monstre di 150.000 posti, che lo rese per qualche anno lo stadio più grande del mondo!
L’inaugurazione del “nuovo” impianto avvenne il 13 maggio del 1939 con la partita Italia-Inghilterra (2-2) che fruttò un incasso di 1.200.000 lire (pensate che la spesa totale dell’ampliamento era stata di 5.100.000 lire).
Nel 1952 il comune deliberò la riduzione della capienza a 100.000 posti per motivi di ordine pubblico e di tempistica di evacuazione dello stadio in caso di emergenza.
Nel 1954 iniziarono nuovi lavori di ristrutturazione: le tribune furono dotate di seggiolini personali, e questo portò la riduzione della capienza a 85.000 posti.
Nel 1955 fu completata la costruzione del secondo anello, nel 1957 venne inaugurato il primo impianto di illuminazione per le gare in notturna d’Italia.
Nel 1967 venne inaugurato il tabellone elettronico che segnalava il punteggio.
Nel 1979 venne completamente restaurato il secondo anello dei popolari
(vi ricordate Rivera che il giorno di Milan-Bologna invita col microfono in mezzo al campo i tifosi ad abbandonare il secondo anello che non era ancora agibile?).
In occasione della fase finale della Coppa del Mondo del 1990, iniziarono ulteriori lavori di ammodernamento: venne messa in piedi una opera architettonica veramente enorme ed avveniristica.
Il progetto firmato dagli architetti Ragazzi e Hoffer e dall’ingegner Finzi, ha portato alla costruzione del terzo anello ed alla copertura di tutti i posti a sedere dello stadio.
La costruzione prevede la costruzione di sostegni autonomi su cui appoggiare il nuovo anello, disposti intorno allo stadio esistente.Vengono così realizzate undici torri cilindriche in cemento armato che danno accesso alle gradinate, e quattro di queste fungono da sostegno anche alle travi reticolari di copertura.
Il massimo confort, inoltre, viene garantito dall’installazione di seggiolini suddivisi per tutti gli spettatori previsti.
Lo stadio viene dotato di un nuovo impianto di illuminazione ed il manto erboso viene dotato di un sistema di riscaldamento.
L’8 giugno del 1990 il nuovo impianto ospita la gara inaugurale dei Mondiali italiani del 1990 tra Argentina e Camerun.
Attualmente, dopo gli ultimi lavori di rifacimento del trucco, lo stadio prevede una capienza totale di 80.074 posti così suddivisi:
-Primo anello: 28.161-Secondo anello 32.368-Terzo anello: 19.545.
Attualmente è lo stadio più grande d’Italia,il 3° d’Europa ed il 10° a livello mondiale. 
Lo stadio ospita, inoltre, un museo delle due squadre cittadine.
Per 11 anni, dal 1939 al 1950, è stato ufficialmente il più capiente stadio del mondo con 150.000 posti, superato poi solo dal Maracanà di Rio de Janeiro.
Lo stadio, conosciuto anche come “La scala del calcio”, ha anche ospitato un match di puglilato tra Duilio Loi e Carlo Ortis (1 settembre 1960) per il titolo mondiale dei pesi welter junior.
Numerosi sono stati e sono, inoltre, i concerti musicali di grandi artisti di fama mondiale ospitati dall’impianto milanese.
Sopra le rampe che portano al secondo anello all’altezza degli ingressi della tribuna centrale sono appese le “targhe” commemorative delle vittorie internazionali conquistate dalle due squadre milanesi:
per la verità si tratta di una vera e propria “esibizione” di trofei milanisti, dal momento che le “commemorazioni” delle vittorie nerazzurre si  perdono in mezzo a quel mare di trionfi rossoneri.
Ecco la storia dello stadio di San Siro, un impianto costruito da un Presidente milanista, un impianto che fino a quarant’anni fa era la casa esclusiva dei colori rossoneri, l’impianto che ha ospitato prevalentemente “le imprese” internazionali di una solo squadra della città (il Milan naturalmente e le targhe sono lì a testimoniarlo), un impianto che il presidente Moratti abbandonerebbe pur di riuscire a costruire uno stadio tutto suo per la sua Inter e che il Milan, sentendo legittimamente proprio, sarebbe disposto a ri-comprare subito dal comune milanese.
Ma questa è storia, e la storia la conoscono tutti, soprattutto i milanesi…
ma allora…perchè lo stadio di San Siro dal 1980 è stato intitolato a Giuseppe Meazza che è stato sì un grande giocatore milanese ma solo e prevalentemente coi colori nerazzurri?
Beh vabbè, è solo un caso e d’altronde si tratta di intitolare lo stadio ad uno dei   calciatori “italiani” più forti di ogni epoca.
Dai, diamo un contentino al Milan ed alla sua società che sto c***o di stadio l’ha costruito ed onorato!!!
Ed allora intitoliamo il piazzale antistante allo stadio ad Angelo Moratti!!! Ma come? Ma Angelo Moratti non è stato il presidente dell’Inter ed il papà di quello attuale?
Allora i casi sono due: o le giunte comunali dei milanesi sono composte da persone che non conoscono la storia della loro città,
oppure c’è qualcuno che è abituato a “comprare” tutto pur di sopravanzare gli odiati cugini milanisti…
ma del resto, se uno è disposto a comprare “tituli” vinti dagli altri pur di vincere qualcosa (vedi scudetto 2005/06) figuriamoci se non è disposto a “comprarsi” l‘intitolazione del piazzale dello stadio.
Comunque sia, la storia è scritta e nessuno la può cambiare e poi per noi Milanisti lo stadio in cui gioca, e speriamo giocherà un giorno da solo il Milan
è SOLO SAN SIRO…e non certo “il Meazza”!
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del 11/02

“IL SEGNO DI ZORRO”
Che si trattasse di un ragazzo di grande personalità lo si era capito sin da ragazzino, se pensiamo che dopo soli tre anni dal suo debutto nella Dinamo Zagabria (a soli 16 anni nel 1985) ne diventò il capitano ed il leader assoluto; ma forse nessuno avrebbe mai potuto pensare che per quella stessa personalità sarebbe entrato nella “storia del suo Paese”!
E’ il 13 maggio del 1990 ed a Zagabria è in programma la gara del campionato jugoslavo tra la Dinamo e la Stella Rossa di Belgrado. Da qualche tempo in Jugoslavia sta montando una certa tensione etnico-politica, e quella partita allo stadio Maksimir di Zagabria è una specie di alibi per gli ultras della squadra che rappresentavano gli “oppressi croati” e quelli della squadra serba che rappresentava  l’emanazione del governo centrale di oppressione. Quella partita non avrà mai inizio. Gli scontri violentissimi tra le due tifoserie spingono la polizia ad effettuare delle cariche nei confronti dei tifosi croati; i giocatori della Dinamo cercano di intervenire per calmare le acque, ma le loro intenzioni si rivelarono vane. Nella baraonda generale quasi tutti i giocatori fuggono negli spogliatoi per trovare riparo, ma sul campo rimane solo il Capitano della Dinamo, Zvonimir Boban. Accortosi che gli uomini della Polizia Federale Jugoslava si stanno accanendo contro un giovane tifoso croato, il giovane Zvone Boban con un calcio volante colpisce uno di quei poliziotti per proteggere quel ragazzo. Quella guerriglia durò diverse ore, ed alla fine il bilancio fu di 138 feriti, 147 arresti e gravi danni dentro e fuori dallo stadio. Il giovane capitano della Dinamo Zagabria con quel suo calcio, impersonò la ribellione di una etnia oppressa contro gli oppressori serbi, e da quel giorno Zvonimir Boban (che sfiorò l’arresto) diventò per la Croazia, sua futura patria, un autentico eroe nazionale. Da lì a pochi mesi comincerà in Jugoslavia una sanguinosa guerra di secessione, dimostrando che quegli episodi non erano, come furono catalogati all’inizio, dei disordini dovuti ad una mera rivalità calcistica, ma dei veri e propri episodi che presagivano una rivolta civile e sociale che sfocerà poi nel sangue.
Zvone Boban, nato a Imotski il 08/10/1968, è stato uno dei giocatori rossoneri più amati dai tifosi milanisti. A colpire il tifoso di quegli anni sono state molte cose: al di là della grande classe, del grande talento e della tecnica sopraffina, a colpire fu una grande personalità (quasi straripante) e, soprattutto, la immensa consapevolezza nei propri mezzi che lo portarono ad affermarsi alla grandissima all’interno di una squadra che in quegli anni traboccava di campioni. Furono molte le volte in cui il Milan fu sul punto di cederlo per dargli motivo giocare di più, ma tutte le volte Zorro ribadiva lo stesso concetto: “Io voglio restare qui al Milan perché posso dare molto”. Il suo nome in quegli anni fu accostato a molte squadre, ma quella volta che gli dissero “Zvone, si dice che tu possa andare nel Parma” (che quegli anni era una delle famose sette sorelle del campionato italiano), lui rispose “con tutto il rispetto per il Parma, io non posso giocare al Tardini dopo aver giocato a S.Siro con la maglia del Milan!”. Da quella volta ho amato Boban come pochi: al di là di tutte le sue qualità, quelle parole furono il segnale di un inequivocabile ed autentico attaccamento alla Nostra Maglia!
Dopo aver disputato sei stagioni (dal 1985 al 1991) nella Dinamo Zagabria (109 gare con 45 reti), nell’estate del 1991 lo acquista il Milan su richiesta di Fabio Capello, ma per problemi burocratici il Milan lo dirotta in prestito al Bari. L’esordio in serie A sarà il 17 novembre 1991 in Bari-Lazio 1-2. L’inizio non fu dei migliori, sia perché fu impiegato fuori ruolo (giocava da punta) sia perché, nel momento migliore, fu messo k.o. da un’epatite A che mise fine alla sua stagione. Diciassette gare e due gol il suo bilancio pugliese.
La stagione successiva “torna per la prima volta” a casa. Il problema fondamentale di quegli anni era che non erano schierabili più di tre stranieri per volta: per intenderci nella stagione 1992/93 il Milan ha in rosa Van Basten, Gullit, Rijkaard, Papin, Savicevic e Boban. Zorro faticherà ad affermarsi, ma riuscirà, comunque, a ritagliarsi il suo spazio ed a “costringere” Capello a prenderlo in considerazione anche in sfide importanti. L’esordio in  campionato avverrà all’ottava giornata (Milan-Torino), ma Capello lo schiera titolare all’undicesima giornata nello contro diretto a Torino contro la Juventus (0-1 per noi gol di Simone). Alla fine Boban sarà schierato 13 volte in campionato (vinto dal Milan) e 6 in Champions League (persa in finale contro il Marsiglia).
La stagione successiva (1993/94) lasciano il Milan Gullit e Rijkaard e Van Basten è costretto all’inattività forzata: Boban diventa un trascinatore di quella stagione . Dopo un grande inizio Zvone si infortuna ad un ginocchio e per due mesi starà fuori, ma quel Milan ormai poggia sulle spalle del duo Boban-Savicevic (ma guarda un po’….un croato ed un serbo-montenegrino) che condurrà il Milan alla riconquista dello scudetto e della Champions League nella “mitica” finale di Atene contro il Barcellona. Da lì in avanti Boban sarà un uomo cardine del Milan.
L’ingresso in squadra di Desailly gli permetterà di avvicinarsi sempre più ad occupare un ruolo a lui più congeniale. Gli ultimi tre mesi della stagione ‘94/’95 saranno bellissimi per Zvone! Il Milan perderà la finale di Champions contro l’Ajax….ma il contropiede micidiale del Parco dei Principi finalizzato da Boban al 90’ non lo scorderà nessuno!
Nella stagione ‘95/’96 con l’arrivo di Weah in rossonero, l’alternanza tra Boban e Savicevic è molto accentuata. E’ ormai noto che l’anno successivo sarebbe sparita la limitazione per gli stranieri, e quindi Boban sopporta di più qualche esclusione in attesa dell’evento. La stagione si concluderà con la conquista dell’ennesimo scudetto.
Le due stagioni successive (‘96/’97 e  ‘97/’98) saranno le peggiori dell’era Berlusconi, ed anche il rendimento di Zorro Boban sarà condizionato “dall’andazzo generale”.
Ma l’orgoglio di Boban è smisurato, e così il meglio di se stesso lo darà nella stagione successiva (1998/99) proprio nel momento di massima difficoltà. Forse quello zaccheroniano è lo scudetto che più di ogni altro “appartiene” a Boban. Il sistema di gioco di Zaccheroni non si addice molto alle caratteristiche di Zvone, e la prima parte di stagione non lo vedrà protagonista. Ma arriva lo scontro diretto di Firenze contro i viola capolista. Non sapremo mai se è la verità o se è una leggenda, ma in quella gara Boban “si mette da solo nel suo ruolo” e disputa una delle partite più belle mai disputate dal croato in rossonero. Il Milan non andrà oltre il pari (0-0), ma la prestazione impone che quello schieramento non debba più essere cambiato. Con Boban dietro le punte il Milan diventa una macchina perfetta, una macchina che inizierà una rimonta eccezionale nei confronti della Lazio. Gli assist ed i gol di Zorro trascineranno il Milan in una corsa senza freni….come quella che lui e Weah faranno mano nella mano a Torino verso la curva dei tifosi rossoneri dopo il secondo gol del liberiano su perfetto assist di Zvone. Quel gesto e quella corsa saranno il simbolo dell’incredibile  scudetto di quell’anno. Nascerà anche la leggenda che ad “imporre” il Boban alle spalle delle punte sarà il suo più grande tifoso, il presidente Silvio Berlusconi.
Sarà l’ultimo grande trionfo di Boban con la nostra maglia. Le due stagioni successive (fino al 2001) saranno di “normale amministrazione” verso la fine della sua avventura milanista. Nel 2001 passa nel Celta Vigo per chiudere la carriera in Spagna (forse non una grande scelta da parte di nessuno), ma nella Liga disputerà solo quattro partite. Il giorno del suo addio riceverà dal popolo rossonero un’ovazione che era stata riservata a pochi.
Un’ovazione ed un riconoscimento del tutto meritato per un personaggio che di banale non ha mai avuto niente durante tutta la sua carriera. Una carriera fatta di molte cose, fuori e dentro il campo, ma sicuramente sempre contraddistinta da tanta, tantissima ELEGANZA!

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del 04/02
Il sospetto di essere stati fortunati a vivere di persona quegli anni ce l’avevamo già, ma il marchio dell’ufficialità l’abbiamo avuto qualche tempo fa quando un sondaggio della rivista inglese World Soccer ha decretato il Milan di Arrigo Sacchi del biennio 1988/90 come la squadra di club più forte di tutti i tempi, nonché la quarta migliore di sempre in assoluto dietro il Brasile del 1970, l’Ungheria del 1953 e l’Olanda del 1974.  A chi, tra gli addetti ai lavori, gli rinfacciava il fatto di essere un allenatore che non aveva mai giocato a calcio, il piccolo uomo di Fusignano rispondeva con una frase che lasciava senza parole l’interlocutore: “Per essere un grande fantino non bisogna di certo essere stati un grande cavallo!!!”. E di persone senza parole il Suo Milan in quegli anni ne lasciò veramente molte. Quando arrivò sulla panchina del Milan (estate 1987) erano in molti quelli che pensarono che “l’Arrigo non avrebbe mangiato il panettone”, che l’infatuazione del neo-presidente Berlusconi (scoppiata nella stagione precedente quando il piccolo Parma allenato da Arrigo Sacchi (squadra di serie B) in Coppa Italia ci battè a S.Siro nella fase iniziale a gironi e poi concesse il bis eliminandoci nel doppio confronto degli ottavi di finale) sarebbe durata poco, e, soprattutto, che i campioni che allenava si sarebbero sacrificati poco nei suoi allenamenti massacranti e maniacali perché “loro non sono come i giocatori di provincia”! Insomma la diffidenza era tanta, e nessuno avrebbe mai pensato che la squadra che stava per nascere sarebbe passata alla storia del calcio, un autentico CAPOLAVORO!
Allenatore fortunato che ebbe “il culo” di trovarsi al posto giusto al momento giusto e che fu bravo a mettere in campo i campioni che aveva a disposizione? Ma neanche per sogno!!! Il calcio italiano trova in Arrigo Sacchi un autentico spartiacque: esiste il calcio AVANTI SACCHI (AS) ed il calcio DOPO SACCHI (DS). La sua fu un’autentica rivoluzione copernicana, sia dal punto di vista del sistema di gioco e sia dal punto di vista della mentalità. Prima di Sacchi le squadre di serie A giocavano o in modo molto tradizionale (due marcatori fissi, un libero, un fluidificante, un ala, due mediani, il “numero dieci” e due punte) o con una zona (Liedholm ed Ericksson) fatta di un possesso palla prolungato ed “orizzontale” e la ricerca della copertura degli spazi. Per non parlare della mentalità: le squadre italiane che giocavano in Europa puntavano esclusivamente a limitare i danni in trasferta facendo le barricate per poi giocarsi le qualificazioni in casa. Con Sacchi cambiò il mondo!  Dal punto di vista tattico e del gioco: un 4-4-2 rivoluzionario dove ogni giocatore aveva compiti sia in fase difensiva che offensiva, grande pressing ed aggressione dell’avversario in ogni zona del campo, intensità, ripartenze fulminanti, difesa alta che pratica in modo “sistematico la tattica del fuorigioco” e, soprattutto, una grandissima ricerca del movimento dei suoi giocatori “senza palla”, con scatti e movimenti continui che offrono più soluzione al portatore di palla stesso. La squadra stava in campo in modo perfetto: distanza tra i reparti eccezionale (squadra in 20 metri), con la “fase difensiva” che iniziava già con le punte, con avversari che non avevano mai il tempo di impostare il gioco con tranquillità. Quel modo di stare in campo permise di realizzare quello che si pensava non si potesse mai ottenere: una squadra molto offensiva, che andava continuamente alla ricerca del gol, che nello stesso tempo era iper-difensiva, che grazie al movimento, al pressing alto ed alla tattica del fuorigioco subiva pochissimi tiri in porta da parte degli avversari.  In poche parole: UN MIX PERFETTO!
A tutto questo si aggiungeva una mentalità calcistica nuova di zecca per il calcio italiano: si gioca allo stesso modo sia in casa che in trasferta, non solo in Italia, ma, udite-udite, in Italia ed in Europa. Roba da matti. La prova che “tutto era cambiato” fu la partita di andata della semifinale di Coppa dei Campioni della stagione 1988/89 in casa del Real Madrid. I Blancos erano famosi, in quegli anni, per essere una squadra debole in trasferta ma che al Santiago Bernabeu non lasciava scampo a nessuno, sia per il modo di giocare, sia (e soprattutto) per il timore che incuteva l’ambiente madrileno nei confronti di avversari ed arbitri. Ebbene, quella sera il Milan ammutolì il Bernabeu: il Real fu dominato in casa sua per 90 minuti, ed in attacco fu irretito al punto di essere messo per oltre 20 volte in fuorigioco. Solo la sfortuna ed una svista arbitrale (gol regolarissimo annullato a Gullit) impedirono al Milan di vincere (finì 1-1). Ma l’impressione che destò il Milan agli occhi del mondo fu devastante: nacque e si affermò ovunque il MILAN DI SACCHI!  Da quel giorno le squadre italiane “capirono” che forse si poteva andare a giocare all’estero “per vincere”. Per raggiungere questa perfezione in campo (nella pratica) era necessario fare molto allenamento (teoria). Era l’allenamento il segreto di quella squadra: la cura maniacale dei particolari, metodi moderni, ordine tattico, disciplina, schemi e movimenti provati e riprovati fino allo stremo. Tutti erano importanti per il progetto, nessuno aveva privilegi o deroghe, tutti dovevano sacrificarsi per gli altri. Il tutto fu reso possibile grazie al fatto che L’Innovatore ebbe a che fare con grandi uomini e professionisti: tutti i giocatori si misero a disposizione del progetto e della filosofia sacchiana. Magari qualcuno non era contentissimo che si mettesse lo schema al di sopra di tutto (un nome a caso…Van Basten), ma i benefici di quel metodo furono grandissimi per tutti. Lo stesso Van Basten, che innegabilmente qualche discussione con Sacchi la ebbe, imparò molto dalle metodologie sacchiane, al punto che da C.T. dell’Olanda la gestione dei suoi uomini ricorda molto quella del buon Arrigo.
L’avventura inizia nel 1987/88. Non inizia benissimo per la verità. Dopo la vittoria all’esordio (a Pisa), al debutto a San Siro il Milan perde in casa con la Fiorentina (0-2). Alla terza il Milan fa 0-0 a Cesena, ed al termine di una partita giocata benissimo Sacchi dirà: “Oggi ho visto la squadra che vincerà lo scudetto”. Lo prendemmo tutti per matto! Soprattutto perché di lì a poco il Milan sarebbe stato eliminato dall’Uefa (dall’Espanyol)  ed in campionato non decollava. Il decollo avvenne alla sesta giornata a Verona: prestazione monstre dei Nostri e vittoria per 0-1 con gol di Virdis. Da lì inizia una cavalcata strepitosa, il Milan non perderà più (a parte la sconfitta a tavolino contro la Roma), subirà solo 14 reti e andrà a pendersi in trasferta, sul campo del Napoli e tra gli applausi scroscianti dei tifosi avversari, il suo 11° scudetto.  Sarà solo l’inizio del Milan degli Immortali. La stagione successiva (1988/89) inizierà l’epopea internazionale del Milan sacchiano. Il Milan conquista la sua terza Coppa dei Campioni al termine di una cavalcata memorabile conclusasi con il trionfo di Barcellona (4-0) contro la Steaua. Novantamila tifosi milanisti in trasferta salutarono la conquista della coppa più prestigiosa che mancava da vent’anni. La stagione più bella fu quella 1989/90. Dopo la conquista della Coppa Intercontinentale e della Supercoppa Europea, la squadra rimase in lizza in tutte le competizioni fino alla fine. Perderà lo scudetto in modo del tutto immeritato (un vero furto…per dirla come va detta), perderà la finale di Coppa Italia (contro la Juve), ma vincerà, ancora una volta, il trofeo più ambito. Al Prater di Vienna il Milan conquista la sua quarta (seconda consecutiva) Coppa Campioni battendo il Benfica in finale (gol di Rijkaard). A proposito del campionato: indimenticabile l’ultima partita disputata in casa (a Bergamo per la verità) a scudetto già perso: tutta la squadra fu portata in trionfo dai tifosi, che tributò un applauso a Sacchi che lo indusse alle lacrime di commozione. Per Sacchi fu il massimo delle soddisfazioni: si realizzava quella rivoluzione che lui aveva sempre cercato, e cioè un pubblico che applaudiva la sua squadra non per aver vinto (quindi per il risultato) ma per aver dimostrato di essere la squadra che giocava un gran calcio. Roba da brividi. La stagione 1990/91 fu la sua ultima del grande ciclo (sorvoliamo sul ritorno del ‘97 al posto di Tabarez). Il Milan giungerà secondo in campionato, vincerà la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa Europea ed uscirà nei quarti di Coppa Campioni contro il Marsiglia. Sacchi è spremuto “come un limone”, ha voglia di rivoluzionare la squadra in quanto è in contrasto con qualche giocatore (Van Basten) e sottopone alla presidenza il classico “o io o lui”….ed il presidente sceglio “lui” ed affida la panchina all’esordiente Fabio Capello. Sacchi andrà a fare il C.T. della Nazionale, e per poco non metterà a frutto la sua proverbiale “fortuna” perdendo solo ai rigori la finale mondiale di USA ’94.  Quattro stagioni, quelle rossonere, vissuti con grande “intensitè”, quattro stagioni in cui, oltre a qualche calciatore, bruciò molte delle sue energie mentali per portare a termine un progetto che avrebbe cambiato per sempre la storia del calcio italiano.  Dal giorno dell’avvento di Sacchi nel calcio che conta, le cose non furono mai più le stesse: parole come “pressing”, “ripartenze”, “zona alta”, “diagonali” sono diventate all’ordine del giorno nel gergo calcistico. Per non parlare delle competenze e della mentalità vincente: se si guarda al “mitico” Milan di Sacchi, non è casuale che gente come Ancelotti, Donadoni, Van Basten, Rijkaard ed altri (Gullit e Tassotti) siano diventati dei tecnici affermati e vincenti in tutta Europa o, comunque, studiano da tecnici per il futuro (Costacurta, F.Galli ed Evani). Non è un caso….come non è un caso che Charles Puyol, capitano del Barcellona spettacolare e vincente di quest’anno, qualche giorno fa abbia dichiarato “Noi ci spiriamo al Milan vincente e spettacolare di Arrigo Sacchi”.
Ed allora diciamolo pure, caro Arrigo: noi che abbiamo vissuto gli anni della sua “rivoluzione copernicana” siamo stati proprio delle persone fortunate!

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del 28/01

ROBERTO DONADONI….COME “IL NUMERO 1”.
All’interno del’ufficio di Zio Paperone, faceva bella mostra di sé un quadro che conteneva il Primo Dollaro guadagnato dal mitico personaggio di Walt Disney e di cui il riccone andava molto orgoglioso. Se volessimo per un attimo fantasticare, sarebbe bello immaginare che in via Turati nell’ufficio del presidente dell’ AC Milan Silvio Berlusconi sulla parete alle spalle della scrivania ci sia appeso un quadro con la foto di Roberto Donadoni, che ha il merito di essere stato in assoluto il primo acquisto effettuato personalmente nell’estate del 1986 dal neo patron rossonero! L’acquisto di Donadoni non passerà alla storia solo per essere stato il primo dell’era berlusconiana, ma anche, e soprattutto, perché rappresentò una vera rivoluzione copernicana per il mondo del calcio italiano: per la prima volta un giocatore già “promesso” alla Juventus degli Agnelli da una società “amica” come l’Atalanta finì per non approdare in bianconero! Il giovane e rampante presidente del Milan si era innamorato di quel calciatore riccioluto e decise, confidando anche sulla fede milanista dello stesso, che quello doveva rappresentare il primo tassello della nascente corazzata rossonera,e con un autentico blitz operò lo “scippo” ai danni degli intoccabili dirigenti bianconeri……sarà il primo di una lunga serie, e ne valse sicuramente la pena!
Roberto Donadoni, nato a Cisano Bergamasco (BG) il 9 settembre 1963, mise in mostra già da ragazzino le qualità che l’avrebbero reso un grande calciatore. La sua carriera comincia, ovviamente, nelle giovanili dell’Atalanta, e già nel 1982 debutta in prima squadra nel campionato di serie B. Giocherà nell’Atalanta in B anche l’anno successivo (quello della promozione) e, sempre nella compaginebergamasca, farà il debutto in serie A nella stagione 1984/85;  rimarrà in “nerazzurro” fino al termine della stagione 1985/86.
Centrocampista che prediligeva giocare sulla fascia destra, mise in mostra una spiccata attitudine ad accompagnare la manovra offensiva, non disdegnando di andare spesso alla conclusione. Nel corso della sua carriera al Milan, successivamente, mostrerà una grandissima capacità di ricoprire tutti i ruoli del centrocampo, distinguendosi come uno dei calciatori “tatticamente più intelligenti” dell’intero panorama calcistico!
Per dieci stagioni consecutive, con Liedhom, Sacchi e Capello, sarà un titolare assolutamente inamovibile della nostra squadra ricoprendo tutte, ma veramente tutte, le posizioni del centrocampo rossonero. Ala destra con Liedholn, esterno destro nei primi tre anni dell’era Sacchi, rifinitore alle spalle delle punte nella stagione 1990/91, centrale e a sinistra nel primo Milan di Capello, centrale nel 1992/93, ala destra e ala sinistra nel 1993/94: non c’è stata nessuna posizione e nessun ruolo in cui Donadoni non abbia giocato (e bene!) nel Milan. Oltre al talento, le capacità tecniche e la grande duttilità tattica, si dimostrò un grande uomo ed un grandissimo professionista: queste doti e questi caratteri distintivi li metterà in mostra anche nella sua carriera da allenatore…soprattutto nell’esperienza da Commissario Tecnico della Nazionale nel recente biennio 2006-2008!
Dopo una prima stagione interlocutoria per il Milan, comincia l’era Sacchi (1987/88), e Donadoni “diventa” un grande giocatore non solo a livello di club, ma anche a livello di Nazionale italiana, dove prima con Vicini e poi con Sacchi disputerà due Europei e due Mondiali, collezionando, tra l’altro un terzo posto ad Italia 90 ed un secondo posto ad USA 94.
In questi 10 anni di calcio ad altissimo livello Donadoni non si segnalerà per dei picchi incredibili per cui passare alla storia del calcio, ma nella storia di questo sport ci resterà per una costanza di rendimento eccezionale: trovare una insufficienza in pagella è come cercare un ago in un pagliaio. Di soddisfazioni personali in partite “storiche”, comunque, Donadoni se ne toglierà lo stesso: in particolare Donadoni entrò nel tabellino marcatori sia nella sfida scudetto contro il Napoli nella stagione 1987/88 (4-1 per noi), sia nella indimenticabile semifinale di Coppa Campioni dell’edizione 1988/89 contro il Real Madrid a S.Siro (5-0).
Tra tutti i ricordi legati a Roberto Donadoni, ce ne sono anche alcuni drammatici e sfortunati: nella storica partita della “nebbia” di Belgrado del novembre 1988, Donadoni rischiò addirittura di morire sul campo per una delinquenziale gomitata rifilatagli da un avversario; il massaggio cardiaco del medico sociale rossonero evitò la tragedia. Fu una delle tante cose che ci diede la spinta per “strappare” a tutti i costi la qualificazione nella infinita gara del giorno dopo.
Una delle partite più belle (…forse la più bella) giocate da Donadoni nel Milan fu sicuramente la gara di ritorno dei quarti di finale della Coppa Campioni della stagione 1989/90 contro il Malines. Dopo lo 0-0 dell’andata in Belgio, a S.Siro andò in scena una partita, calcisticamente parlando, drammatica: una battaglia “infinita”! Il Milan pur disputando una grande partita e pur avendo a disposizione dozzine di palle gol, riuscirà a battere i belgi solo ai tempi supplementari grazie ai gol di Van Basten e Simone. Donadoni fu straordinario e disputò una partita eccezionale, risultando letteralmente immarcabile e subendo “centinaia” di falli da avversari impazziti. Alla fine la beffa: sull’ennesimo fallo subito e sull’orlo dello sfinimento fisico, Roberto Donadoni reagì malamente e venne espulso! La squalifica fu così severa,che Donadoni fu costretto a saltare le semifinali col Bayern Monaco e la finale di Vienna contro il Benfica. Per uno che in oltre 400 partite ha subito un numero di ammonizioni che si contano sulle dita di una mano, fu uno scherzo atroce del destino.
Al termine dei mondiali americani del 1994, dopo 10 stagioni al Milan, Donadoni ( a 33 anni) decise di andare a giocare nel campionato Americano con i New York MetroStars: l’esperienza durò un anno e mezzo; a gennaio del 1997 Roberto tornò in rossonero su richiesta del rientrato Fabio Capello in un Milan in grande difficoltà. La sua esperienza era “necessaria” soprattutto a livello di spogliatoio. Dopo 15 dignitosissime presenze, la società rossonera gli chiese di restare anche nella stagione successive, quella della rivoluzione zaccheroniana che culminerà nella conquista del clamoroso scudetto in rimonta sulla Lazio: il contributo di esperienza e di classe di Donadoni sarà molto apprezzato.
Finirà la sua carriera nel Al-Ittihad, in Arabia Saudita, con cui vinse l’ultimo scudetto della sua pluridecorata carriera.
Il suo palmares, infatti, è straordinario: in 12 stagioni nel Milan, in cui metterà insieme 390 presenze e 23 reti, vincerà 6 volte il Campionato Italiano, 3 volte la Coppa dei Campioni, 2 volte la Coppa Intercontinentale, 3 volte la Supercoppa Europea e 4 volte la Supercoppa Italiana.
L’unico rammarico di una carriera straordinaria fu rappresentata dalla mancata vittoria di una grande competizione a livello di Nazionale, pur essendoci andato molto vicino.
Oggi come oggi, quando penso alla fatidica frase “il Milan ai milanisti”, nel pensare ad un lontano futuro senza Ancelotti, la prima faccia che mi viene in mente è quella di Roberto Donadoni. Le competenze tecnico-tattiche non mancano (come a tutti i discepoli rossoneri), e lo spessore umano lo ha sempre reso (e lo rende) senza ombra di dubbio UN UOMO DA MILAN!

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del 21/01

NON E’ ANCORA TEMPO DI: “C’ERA UNA VOLTA…!”
Di solito in questa rubrica non ci occupiamo di attualità, di solito dedichiamo questo spazio alla STORIA del nostro Milan. Ed allora a qualcuno potrà sembrare fuori luogo che qui si faccia riferimento alla vicenda Kakà che ha scosso nei giorni scorsi tutto l’ambiente rossonero….invece fuori luogo non è!
Idealmente tutti i pezzi di questo spazio potrebbero aprirsi con la locuzione “C’ERA UNA VOLTA…”,  e mai come stavolta si è andati vicinissimi ad “esplorare” quel “C’ERA UNA VOLTA…”, mai come stavolta si è andati vicini ad interrogarsi veramente se c’erano le condizioni per cominciare ad usare questa espressione sia con riferimento alla Società Milan e sia ad uno dei suoi calciatori simbolo.
La notizia vera non è stata che una società di calcio straniera si sia fatta avanti per chiederci Kakà (altre volte era successo in passato ed altre volte succederà in futuro), la notizia vera non è stata che c’erano in ballo tanti (tantissimi) soldi (non bisogna andare più indietro di quest’estate per aver sentito nominare i fatidici 100 milioni di euro), la notizia vera non è stata che l’entourage (mamma mia che tormentone questo termine!) del brasiliano sia stato autorizzato a parlare con la dirigenza della squadra che lo voleva ingaggiare (già una volta il Milan aveva autorizzato Bosco Leite a parlare con i dirigenti del Real Madrid nell’estate del 2006). No amici, niente di tutto questo! La notizia vera, stavolta, è stata quel “Stiamo ponderando l’offerta!” della dirigenza milanista!
Con tutto il rispetto per Kakà, che rappresenta indubbiamente uno dei più grandi simboli calcistici della nostra storia oltre che uno degli uomini più amati dalla immensa tifoseria milanista, il vero colpo al cuore è stato apprendere che per la prima volta i nostri massimi dirigenti avevano preso seriamente in considerazione l’astronomica cifra offerta da un altro club per cedere uno “dei nostri”! NON ERA MAI SUCCESSO! Quello che abbiamo sempre saputo è che “il Milan non trattiene nessun giocatore che non sia felice da noi”, che “nessuno è nelle condizioni di chiederci i nostri giocatori migliori perché noi non cediamo i giocatori migliori”, che “la nostra è una grande famiglia e noi siamo sempre riconoscenti nei confronti di chi ha fatto molto per la sua famiglia”, che “finchè il Milan avrà un presidente come Berlusconi i tifosi possono stare tranquilli perché saremo sempre competitivi per vincere”, che “succede solo al Milan che un padre ed un figlio alzino al cielo una Coppa dei Campioni da capitani a distanza di quarant’anni”, che “siamo gli unici ad aver avuto solo cinque capitani dal dopo-guerra ad oggi”.
Presidente Berlusconi e Sig. Galliani, intendiamoci bene:
non è “reato” comprare un giovane sconosciuto a 8,5 milioni di euro e rivenderlo a 130 milioni di euro….anzi è una dimostrazione di grandi capacità manageriali;
non è “reato” cercare di far reggere una SpA sulle proprie gambe senza l’intervento annuale dell’azionista di maggioranza-mecenate a ripianare il bilancio….anzi, è un grande esempio di gestione “virtuosa” della propria azienda;
non è “reato” cercare di costruire squadre competitive senza tenersi “per sempre” i giocatori migliori…anzi, moltissime squadre nel mondo lo fanno;
non è “reato” affidare la guida tecnica ai “non milanisti”….anzi, ci sono  tanti tecnici validi e preparati che nel Milan non hanno mai giocato;
non è “reato” non rinnovare contratti a dei giocatori fino all’ultimo giorno in cui emetteranno un respiro per gratitudine oppure non dare ad ogni grande del passato un ruolo all’interno dello staff tecnico o dirigenziale.
No signor Presidente e signor A.D, non sono “reati”, ma sono tutta una serie di piccole-grandi cose che ci (e vi) hanno reso UNICI AL MONDO, che rendono “attraente” il nostro Milan per qualsiasi grande giocatore al mondo che da noi non ha mai giocato, che suscita “l’invidia” dei tifosi delle altre squadre che non hanno il tempo di affezionarsi a qualcuno dei propri calciatori perché dopo li vedono andare via, che ci permettono di poter dire che la nostra è una GRANDE FAMIGLIA con un grande papà (papà Silvio) che coccola amorevolmente i propri figli (tifosi) facendo dei grandi sacrifici in nome “del cuore” e della passione….insomma, per farla breve, una serie di piccole-grandi cose che ci permettono di dire a voce e testa alta che NOI SIAMO IL MILAN!
Ma se fare come fanno tutti gli altri non è “reato”, e se fare come facciamo noi ci rende unici al mondo ed orgogliosi di essere milanisti, dove sta l’errore?
L’errore sta nel far scoprire in modo traumatico al bimbo che c’è in noi che Babbo Natale non esiste, non spiegandoglielo come si deve e con le parole giuste, ma facendogli scoprire brutalmente la verità all’improvviso e senza possibilità di digerire e metabolizzare LA VERITA’! Non si può con un fulmine a ciel sereno, in una serata di Gennaio, far prendere coscienza con un violento elettro-choc  ai propri tifosi che “forse” le cose stanno cambiando. Certo, le cose hanno avuto un lieto fine e siamo tutti contenti: il presidente ha fatto capire coi fatti che noi siamo ancora DIVERSI DAGLI ALTRI, i tifosi sono contenti perché Kakà ha rinunciato ad una montagna di soldi pur di rimanere al Milan, ed il calciatore è contento di essere rimasto nell’ambiente dove si trova benissimo ed è amato da tutti. Tutti felici, ma una piccola preghiera mi sento di rivolgerla: LA VERITA’, quella deve essere alla base del rapporto che lega la società ai tifosi. Con la verità saremo capaci di metabolizzare in futuro ogni scelta di questa splendida dirigenza, anche la più dolorosa. Solo grazie al fatto che questa società non ci ha mai preso in giro si è potuto assistere alla più grande, civile, serena, appassionata e convincente manifestazione a cui hanno dato vita i tifosi di una squadra di calcio “sull’orlo di una crisi di nervi”. Una manifestazione che aveva come unico scopo “IL CUORE DEL MILAN”, dove non si parteggiava per una parte e si contestava l’altra, una manifestazione il cui slogan era “QUESTIONE DI CUORE: SOCIETA’ NON VENDERE, KAKA’ NON  CHIEDERE”, una manifestazione in cui i cori erano “Non si vende Kakà” e “Noi abbiamo il Milan nel Cuore”.
Ecco, credo di poter dire che stavolta se non abbiamo dovuto scrivere “c’era una volta il Milan, quella società che era diversa dagli altri…” oppure “c’era una volta Kakà, un giocatore che diceva di voler fare il Capitano del Milan e si batteva la mano sul cuore, ma poi cedette ai soldi degli sceicchi del Manchester City…” , il maggior merito spetti a tutto il popolo dei tifosi rossoneri, che con il suo amore smisurato ed il suo affetto ha fatto tornare tutti i protagonisti della vicenda “ATTRAVERSO IL CUORE” verso la “RAGIONE”. Le due cose sembrano in contraddizione, ma in realtà non lo sono…almeno QUI AL MILAN…almeno finchè ci racconteremo LA VERITA’! Solo grazie a quella saremo sempre tutti dalla stessa parte, che non né quella dei dirigenti  né  quella dei calciatori, ma è quella del MILAN, IL NOSTRO UNICO ETERNO FOLLE AMORE!

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del 14/01

“KING GEORGE”!
“La prima volta che l’ho visto arrivare dissi….”ma chi abbiamo preso? Sembra un cameriere!”.  Queste furono le parole che Fabio Capello disse ad alcuni suoi collaboratori quando vide arrivare per la prima volta a Milanello con la sua andatura ciondolante George Weah. Non di un cameriere si trattava, ma di uno dei calciatori più forti che abbiano vestito la nostra maglia, oltre che di un personaggio assolutamente straordinario e fuori dal comune. Weah è stato, sul campo, un centravanti completo: potente fisicamente, abilissimo coi piedi, fortissimo di testa, veloce, rapido ed altruista. Non un bomber da 20 gol a stagione, ma un attaccante capace di fare gol dal peso specifico enorme oltre che capace di mandare regolarmente in gol il partner d’attacco di turno ( il suo amico Marco Simone su tutti). Ma George Weah deve il suo grande successo e la sua notorietà anche alla sua simpatia (celebre il suo “ciao a tutti belli e brutti” che sfoderava ad ogni intervista televisiva), ed alla sua grande umanità manifestata sempre nei confronti della sua terra (la Liberia), a cui è stato sempre profondamente legato. Ricordo che in quegli anni, George mise a disposizione dei suoi connazionali, ridotti in povertà da una sanguinosa guerra civile che durava da anni,  gran parte dei suoi guadagni, contribuendo alla costruzione di numerose infrastrutture e centri di accoglienza, ed aiutando la Nazionale di calcio liberiana a poter andare in giro per l’Africa a disputare la Coppa d’Africa e le gare di qualificazione alle fasi finali dei Mondiali. Questo rimase per sempre il suo cruccio dal punto di vista calcistico; e cioè il fatto di non essere riuscito a qualificare la sua Nazionale all’edizione dei Mondiali del 2002 per un solo punto. Lui per la sua squadra fece di tutto, disputando gran parte delle sue 65 partite nel ruolo di libero: cercava con la sua classe e la sua esperienza di costruire da dietro il gioco a favore di compagni meno dotati di lui. Fu per questo che in Nazionale segnò solo 10 reti.
Il suo impegno per la Liberia non è mai venuto meno, al punto che Weah nel 2004 ha tentato di mettere la sua popolarità a disposizione del suo popolo candidandosi alle elezioni presidenziali liberiane. L’elezione non ci fu, ma il consenso riscosso è stato comunque enorme.   George Weah (nome completo George Manneh Oppong Ousman Weah) è nato a Monrovia (Liberia) il 01/10/1966, ed è unanimamente considerato il più grande calciatore africano di tutti i tempi. Dopo una breve parentesi in patria, si trasferì nel campionato del Camerun (Yaoundè) dove si mise subito in mostra. L’anno dopo (1988) si trasferì in Europa, dove cominciò la parte più importante della sua carriera, che lo ha portato a militare in squadre di ottimo livello in Francia (Monaco, PSG e O.Marsiglia), in Italia (Milan) ed in Inghilterra (Chelsea e Manchester City). Durante la sua esperienza in Europa mise in mostra le sue grandi doti tecniche e le sue capacità agonistiche, al punto che nel 1995 fu eletto Pallone d’Oro e FIFA World Player.
Nella stagione 1994/95 con il Paris Saint Germain (campione di Francia 1994) disputò una grandissima Champions League, conquistando il titolo di capocannoniere della manifestazione. Il PSG fu proprio l’avversario del Milan nella semifinale di quell’edizione: George, stritolato dalla mitica difesa rossonera, non riuscì a combinare nulla, ed il Milan eliminò i francesi approdando in finale.
Quando il Milan affrontò i francesi, le voci di un suo trasferimento in rossonero erano insistenti (praticamente certo). La prestazione di George contro il Milan fece nascere in noi tifosi qualche dubbio sulla sua capacità di inserimento nel campionato italiano: “in Italia le difese sono fortissime, se contro la difesa del Milan non ha toccato palla….riuscirà a fare qui da noi quello che ha fatto all’estero?”.
Arrivato da noi nella stagione 1995/96, dopo ottime prestazioni nelle amichevoli estive, ci mise 6 minuti per fugare ogni dubbio. All’esordio in campionato il Milan di Capello affronta in trasferta il Padova, e “King George” si metterà subito in evidenza segnando il gol del vantaggio grazie ad un colpo di testa con un’elevazione straordinaria e fornendo l’assist del gol vincente al Capitano Franco Baresi. Tutti furono conquistati dalle sue doti, ma la certezza che Weah sarebbe stato per noi un campione si sarebbe avuta alla terza giornata: il Milan gioca all’Olimpico di Roma contro i giallorossi allenati da Mazzone. Andiamo sotto per un gol di Balbo, ma il centravanti liberiano ribalterà punteggio e partita segnando una doppietta; il secondo gol, tra l’altro, fu coronato da un dribbling secco sull’ultimo difensore, Aldair, e da un tocco di esterno sull’uscita del portiere Cervone….un capolavoro!
Dopo quattro vittorie consecutive il Milan perde l’imbattibilità a Bari, ed ala sesta giornata affronta a S.Siro lo scontro diretto contro la Juventus. Il Milan vince 2-1 in virtù di un grande primo tempo, e la coppia Simone-Weah andrà a referto con due gol bellissimi. Il Milan da quel giorno prende il volo e non sarà più ripreso dai bianconeri, anche perché Weah continua a stupire. Alla dodicesima giornata all’Olimpico contro la Lazio concede il bis, segnando a 3’ dalla fine un gol che rimarrà nella storia. Weah è solo nella metà campo avversaria, salta un uomo (Marcolin) e con davanti i due centrali laziali butta la palla da una parte e li supera in velocità dalla parte opposta, si presenta davanti al portiere Mancini e con un delizioso esterno destro deposita la palla in rete. Quel giorno capimmo che avremmo vinto lo scudetto, perché con un attaccante così non ci avrebbe fermato nessuno. Il suggello al titolo Weah lo mise a Torino contro la Juve alla giornata numero 23, segnando alla mezz’ora il gol del pareggio (finirà 1-1) con un bel gol di testa su cross di Donadoni. Alla fine della stagione saranno 15 le reti segnate dal liberiano, di cui 11 in campionato, 1 in Coppa Italia e 3 in Coppa Uefa (usciremo ai quarti contro il Bordeaux di Zidane).
Capello nel 1996/97 lascia il Milan dopo 5 stagioni di trionfi ed al suo posto arriva Tabarez.  La stagione sarà un disastro su tutti i fronti, ma non per Weah, che a livello personale farà addirittura meglio dell’anno precedente: 16 gol di cui 13 in campionato.
Eppure l’esordio è promettente. A S.Siro si presenta il Verona ed alla fine del primo tempo perdiamo 0-1. Il Milan si scatena nella ripresa e vincerà per 4-1. All’85’ Weah segnerà quello che sicuramente è il più bel gol che io abbia mai visto segnare dal vivo: un coast to coast di 110 metri dalla nostra area (c’era un corner per il Verona) a quella avversaria. Dopo aver saltato in serie numerosi avversari George si presenta in area avversaria ed in diagonale batte Gregori. Fantastico!
Aneddoto personale: quella domenica andai a S.Siro con mio cugino e la sua signora che era incinta di 9 mesi. Quando Weah prese la palla e si involò verso la porta avversaria il pubblico cominciò a seguire incredulo l’azione. Man mano che saltava gli avversari gli spettatori si alzavano in piedi e sembrava quasi che spingesse George in quell’incredibile cavalcata; quando la palla entrò in rete S.Siro venne letteralmente giù ed io mi ritrovai con mio cugino tre file più in basso. Nel caos totale tutti e due ci guardammo negli occhi e pensammo la stessa cosa: ci girammo di scatto verso sua moglie preoccupati; per fortuna ci fece un segno tranquillizzante…”non vi preoccupate, malgrado la baraonda non ho partorito sugli spalti!!!”. Fu un pomeriggio indimenticabile, ed ogni volta che penso a Weah mi viene in mente quell’episodio.   La stagione dopo (1997/98) torna Capello, ma la musica non cambia. Sarà un anno negativo in campionato, e l’unica consolazione sarà la disputa di una bella Coppa Italia che il Milan butta via in finale contro la Lazio. La finale d’andata il Milan la vince al 90’ (gol guarda caso di Weah), ma in quella di ritorno, in vantaggio di un gol, subimmo 3 gol in dieci minuti ed addio trofeo. Weah farà comunque il suo dovere, e segnerà 13 gol in stagione.
La stagione 1998/99 sarà quella della rivoluzione zaccheroniana. Il Milan vincerà uno scudetto in rimonta incredibile sulla Lazio, e George, pur segnando meno del solito (8 gol in campionato), sarà grande protagonista della conquista del 16° scudetto. Grande la doppietta segnata a Torino contro la Juve alla terz’ultima giornata nella vittoria per 0-2. Rimarrà indelebile l’immagine di Weah che preso per mano con Boban, corre ad esultare sotto la curva stipata di tifosi rossoneri in delirio!
Qualche domenica prima, ad Udine, George aveva festeggiato la sua centesima presenza con la maglia rossonera segnando un gol ed esibendo la maglia celebrativa “100 partite, grazie amici”!
Nel 1999/00 Weah comincia la sua quinta ed ultima stagione in rossonero. A 34 anni comincia a faticare nella conquista di un posto da titolare e da protagonista, e così a gennaio si trasferirà in Inghilterra al Chelsea. In quello spicchio di stagione George giocherà 10 gare, ma farà in tempo a regalare l’ultima gioia ai suoi tifosi: segnerà al 90’ il gol decisivo della vittoria nel derby contro l’Inter (2-1) con uno splendido stacco di testa su corner battuto da Boban. Fu l’ultima perla di una splendida ed indimenticabile esperienza di Weah con la nostra Maglia. Il bilancio complessivo sarà di 147 partite e 58 gol, di cui 46 in campionato, 5 in Coppa Italia e 7 nelle Coppe europee.
Un’avventura di cui non smetteremo mai di ringraziarti, caro George, sia per le tue prodezze sul campo, sia per il buon umore e la simpatia che ci hai trasmesso fuori dal campo!

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del 07/01

Questa puntata di Terza Pagina è un po’ diversa dalle precedenti. Si parla sempre e comunque della storia del Milan, ma questa volta anziché puntare l’attenzione su un singolo campione del passato, ho ritenuto opportuno e doveroso fare una breve carrellata di “vecchi” giocatori che hanno indossato la nostra maglia. Non vedrete foto o filmati che li ritraggono mentre sollevano al cielo trofei conquistati in giro per il mondo, non leggerete nelle sezioni a loro dedicate palmares da strapparsi i capelli, non saranno ricordati per aver compiuto gesta che sono passate alla storia del calcio. Vedrete, semplicemente, i volti di chi per qualche anno ha vestito la casacca rossonera con la stessa dignità dei conclamati campioni della nostra storia, leggerete qualche ricordo e qualche aneddoto dedicato a chi ha “riempito” la nostra “carriera da tifoso”, facendoci gioire e soffrire allo stesso modo con cui gioiamo e soffriamo per i ragazzi che fanno (o hanno fatto) parte dei Milan più vincenti della storia! Sudore, grinta, determinazione, talento, un po’ di classe….ci hanno messo tutto se stessi nella breve, media o lunga militanza in rossonero, ed hanno avuto un solo torto: quello di aver fatto parte della nostra squadra in anni in cui bisognava “celebrare le nozze coi fichi secchi”. Qualcuno più giovane si metterà a ridere nel vederli e leggere di loro, qualcuno, abituato ai Milan dell’era Berlusconi, storcerà il naso nello scoprire che questa gente ha vestito la nostra maglia e forse qualcuno non troverà interessante leggere le loro storie. Alcuni di noi, invece, hanno un età per cui questi volti rappresenteranno dei veri tuffi nel cuore, volti con cui “siamo diventati milanisti”, volti che hanno riempito i nostri sogni adolescenziali da tifosi: sogni che in quegli anni non si realizzavano mai, ma forse proprio per questo, oggi, ce li ricordiamo con maggiore tenerezza e simpatia. Davide Grassi nel suo “Il manuale del perfetto casciavit” scrive: “Anche mentre si sollevano Coppe dei Campioni e Intercontinentali, il vero casciavit dovrebbe quindi sempre ricordare le sue origini, che affondano le radici nella Milano dei quartieri popolari, laboriosa e generosa, con il coer in man, come si diceva una volta. Chi non ha questa consapevolezza è solo un milanista di facciata, ma non nel profondo. Per meritarsi l’etichetta di rossonero doc è poi indispensabile conoscere – ed amare – la propria storia, anche quella meno nobile. A chi si vergogna della serie B e della Mitropa Cup dovrebbe essere vietato l’accesso a San Siro. Anzi, il vero milanista deve essere orgoglioso delle partite contro la Cavese e del trofeo della Mitteleuropa cadetta, che a fianco delle Coppe dei Campioni simboleggia le diversi fasi della storia della squadra. Lo stesso vale per i giocatori”. Ecco, noi ci sentiamo così! E l’unica cosa che chiediamo ai più giovani è di “perdonarci” se non lanciamo invettive se qualche acquisto si rivelerà sbagliato, se non ci arrabbiamo quando qualche calciatore non dimostrerà di essere un fenomeno, se non ci viene da spaccare tutto negli anni in cui la squadra non vince niente! Capiteci, noi ci ricordiamo sempre da dove veniamo e chi siamo stati, ma c’è una cosa che in noi è sempre lo stesso, nel bene e nel male: L’ORGOGLIO DI ESSERE MILANISTI!!! Ed allora partiamo con la carrellata! PIOTTI OTTORINO. Nato a Gallarate (Va) il 31/07/1954 , Piotti difese la porta del Milan per quattro stagioni, dal 1980 al 1984, collezionando in totale 132 presenze. Fu il portiere dei due campionati della B e della Mitropa Cup. Portiere dal fisico compatto, atletico e scattante, Piotti è uno di quei portieri di non altissimo livello ma spettacolari come non ce ne sono più. Forse non tutti se lo ricorderanno visto che, ad eccezione del Milan, non militò mai in grandi squadre. Ed è un peccato perché il buon Ottorino, oltre a saper difendere la porta, sapeva concedere molto anche alla platea con interventi plastici e ad effetto. Un vero gatto. INCOCCIATI GIUSEPPE. Nato a Fiuggi (Fr) il 16/11/1963, giocò nel Milan come attaccante per quattro stagioni (1981-1985) mettendo insieme 96 presenze e 9 reti. In seguito indossò anche le maglie di Ascoli, Pisa, Empoli, Atalanta, Bologna e Napoli. Giocatore tecnico ma leggerino e con poca confidenza con il gol. Per noi tifosi ha sempre rappresentato “ l’eterna promessa”. Capace di giocate incredibili, non riuscì mai ad affermarsi veramente con la nostra maglia, nonostante noi tifosi credessimo molto in lui. Una volta appese le scarpe al chiodo si è messo in politica ed è diventato assessore allo Sport di Fiuggi. Oggi cerca anche di affermarsi come allenatore. SERGIO BATTISTINI. Nato a Massa il 07/05/1963. Dopo la trafila nel settore giovanile, venne aggregato alla prima squadra nel 1979, e ci rimase per 6 stagioni (dal 1979 al 1985) collezionando 201 presenze e ben 37 gol. Sergio era un centrocampista modernissimo, capace di giocare in tutti i ruoli del centrocampo e con una capacità di inserimento in zona gol impressionante (per intenderci una specie di Ambrosini dei giorni nostri). Diventò un giocatore completo al punto di arrivare più volte alle soglie della Nazionale. Il Milan lo valorizzò moltissimo, e numerose volte indossò anche la fascia da capitano al posto di Franco Baresi. Se fosse stato nel Milan di oggi sarebbe un perno inamovibile della nostra squadra, invece in quegli anni no funzionava così. Nel momento della sua piena affermazione in maglia rossonera, il presidente Giusy Farina lo vendette alla Fiorentina l’ultimo giorno di mercato nell’estate del 1985. Confesso che per me fu una delusione enorme, visto che in quegli anni Sergio Battistini era il mio idolo incontrastato. ICARDI ANDREA. Nato a Milano il 14/06/1963. Altro giovane del vivaio rossonero della “terribile” covata del ’63 (oltre a Battistini anche Alberigo Evani). Centrocampista, giocò per sei stagioni nel Milan (1980-1985) con 162 presenze e 6 gol. Giocatore molto rapido, instancabile nella corsa e dai piedi buoni. Indimenticabile il suo gol all’85’ che permise al Milan di battere l’Inter (e quindi eliminarla) nelle semifinali della Coppa Italia nell’edizione 1984-85. Ed ancora, ricordo il suo gol decisivo alla prima giornata della stagione 1985-86 (a Bari vittoria per 0-1), anno in cui, a febbraio, arrivò Silvio Berlusconi. In estate fu ceduto all’Atalanta nell’ambito dell’operazione che portò al Milan Roberto Donadoni. JORDAN JOSEPH detto JOE. Attaccante scozzese (nato a Carluke-Lanarks il 15/12/1951). Fu il primo straniero del Milan dopo l’apertura delle frontiere avvenuta nel 1980. Al Milan disputò due stagioni (dal 1981 al 1983). Nella prima collezionò 30 presenze e 6 gol, nella seconda, in B, 36 presenze e 14 gol. Grande colpitore di testa ed attaccante della sua nazionale, era celebre per il fatto che gli mancavano tutti i denti davanti a causa dei numerosi scontri aerei con i suoi marcatori. In campo giocava senza il paradenti, e dopo ogni gol digrignava i denti in modo impressionante, somigliando ad un autentico squalo. E proprio “Lo Squalo” era il suo soprannome. Fece innamorare tutti al suo arrivo, grazie ad un grandissimo gol nel derby di Coppa Italia contro l’Inter. I nerazzurri pareggiarono (2-2) con un gol di Bergomi all’89 eliminandoci. La delusione fu grande, ma la gioia per come lo Squalo si era presentato fu altrettanto grande. Pensammo tutti che avrebbe spaccato il mondo, invece la stagione fu un autentico calvario: finimmo in B. Jordan restò anche nella serie cadetta, e seguito sempre con grande simpatia da noi tifosi, si sdebitò con una bella stagione. Con 14 reti (10 in campionato) fu, insieme ad Aldo Serena, il miglior marcatore di quella stagione. Grande Joe, sarai sempre nei nostri cuori. CAROTTI GABRIELLO. Nato ad Orbetello (Gr) il 25/11/1960. Sei stagioni nel Milan (dal 1977 al 1986) con 95 presenze ed 11 gol. Centrocampista dai piedi buoni, non ebbe però una grande fortuna nel Milan. La sua stagione migliore fu quella 1983/84, quando fu impiegato con continuità (34 volte) e si mise in luce per aver realizzato 8 gol. Più che per le sue giocate, ce lo ricordiamo tutti per la celebre frase che “sparò” in un’intervista in cui affermò: “nel Milan ci sono due giocatori che sanno giocare a pallone: Gianni Rivera ed io”. Non era certamente vero e forse non ci credeva nemmeno lui, ma quella frase gli valse molti titoli sui giornali. Ad Ascoli fece vedere che a calcio sapeva giocare veramente, però….! BLISSET LUTHER. Come non citarlo! Attaccante di nazionalità inglese (ma nato in Giamaica il 01/02/1958), arrivò annunciato da squilli di tromba nella stagione 1983/84 dopo la risalita in A per sostituire Joe Jordan. Giocava nel Watford di Elton John in cui si era messo in particolare evidenza. Segnò contro il Verona nell’esordio casalingo a S.Siro, e credemmo veramente che fosse un bomber. Ma bastò poco per scoprire le sue vere doti di “non-goleador”. Sbagliò dei gol incredibili per tutta la prima parte della stagione. Di lui resta celebre il gol contro l’Udinese alla quindicesima giornata: per fare gol a tutti i costi, spalmò la sua faccia sul palo nel tentativo estremo di buttarla dentro da due passi rimanendo sdraiato per terra per alcuni minuti. Alla fine dell’anno segnò 5 gol in campionato ed 1 in Coppa Italia, e fu rispedito al mittente. Ad un certo punto della stagione scoprimmo che già in Inghilterra il suo soprannome era “Miss it” ( e cioè “sbaglialo”), ma ormai era troppo tardi! DAMIANI GIUSEPPE detto OSCAR. Nato a Brescia il 15/06/1950. Nonostante sia rimasto al Milan solo per due stagioni (1982/83 in B e 1983/84), merita di essere citato per l’importanza che ebbe nella sua militanza rossonera. Dopo un passato illustre tra Vicenza, Napoli, Juventus e Genoa, arrivò al Milan all’età di 32 anni per mettere la sua esperienza a favore di una squadra che doveva risalire in A. “Flipper” lo fece con grande professionalità, mettendo a segno 12 gol giocando da seconda punta. Ricordo ancora la sua doppietta all’Olimpico di Roma contro la Lazio (2-2) nello scontro diretto contro l’altra grande con cui ci giocammo il primato in campionato. Nella stagione successiva, in A, si dimostrò ancora importante: in un Milan che cercava disperatamente di guadagnare una degna posizione nel massimo campionato dopo due discese in B, fu capace di essere il capocannoniere della stagione con 11 gol. Storica la sua tripletta ad Ascoli alla dodicesima giornata (vittoria per 4-2). Attaccante rapido, sfruttava, con un gran senso della posizione, la sua esperienza per trafiggere le difese avversarie. La sua militanza al Milan fu breve, ma sicuramente molto intensa. TERRANEO GIULIANO. Nato a Briosco (Mi) il 16/10/1953. Dopo sette anni di grande livello in cui difese la porta del Torino, nel 1984 arriva al Milan e ci resterà per due stagioni, collezionando 88 presenze. Va citato perché dopo la parentesi Nuciari, il suo arrivo fu salutato dai tifosi come il momento in cui il Milan tornava ad avere un vero portiere. Fu protagonista di due ottime stagioni. Soprattutto la prima, quella che riportò finalmente il Milan a riconquistare la partecipazione alla coppa Uefa dopo anni bui. Portiere molto pratico, sicuro e senza fronzoli, non ce lo ricorderemo per delle parate “miracolose” che entrano nella storia, ma per la grande affidabilità e costanza di rendimento. Potremmo continuare ancora a lungo, ma per adesso ci fermiamo a questi nomi. Sicuramente ci saranno occasioni per ricordarne altri. Gente che non entrerà nella “Hall of Fame” rossonera, ma che, comunque sia, ha rappresentato un pezzo importante della nostra storia. Perché è bene ricordarsi, che la storia non la fanno solo i grandi eroi, ma anche una serie interminabile di piccoli, oscuri e diligenti protagonisti!
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