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del 23/12/2008
In occasione delle prossime feste natalizie vorrei rivolgere un sincero augurio di Buon Natale a tutti gli Amici del Milan Day ed a tutte le persone che hanno la grazia di tanto in tanto di visitare questo nostro sito.
Aggiungo anche l'auspicio per tutti di un felice 2009, che sia un anno di soddisfazioni nella vita privata e di gioia per quanto riguarda la nostra più grande passione
...quella Rossonera!
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del 17/12/2008

“L’EROE DI BREMA”!
Con l’inizio degli anni novanta, con l’avvento dell’era Capello, nasce il mito degli “Invincibili”, e cioè: “quelli che…..tre scudetti consecutivi”, “quelli che….vincono un campionato a 18 squadre senza perdere mai”, “quelli che….58 partite consecutive di imbattibilità”, “quelli che….per tre-anni-tre vincono senza la concessione di un calcio di rigore (e quando dopo tre anni glielo concedono lo sbagliano)”, insomma “quelli che….non perdono neanche a volerlo”. Ed il bello è che tra di loro ci fu un uomo che si convinse veramente di essere “invincibile”, al punto da strappare al mitico Dino Zoff il primato di inviolabilità della propria porta per partite di campionato che resisteva dalla stagione 1972/73 con 903 minuti di imbattibilità. A vestire i panni da Supereroe ed a fregiarsi del nuovo record (che regge tuttora), con 929 minuti, fu l’estremo difensore rossonero Sebastiano Rossi! Personaggio controverso, tanto guascone e scontroso in campo quanto pacato (al limite della timidezza) fuori dal campo, Sebastiano Rossi rappresenta uno dei più grandi portieri della storia rossonera,  collocandosi di diritto al fianco dei grandi interpreti di questo ruolo che hanno vestito la nostra maglia come Giorgio Ghezzi, Fabio Cudicini, Ricky Albertosi, Giovanni Galli e Nelson Dida. Forse proprio l’irascibilità del suo carattere non gli ha permesso di ottenere, al di fuori dei confini rossoneri, quei riconoscimenti che avrebbe meritato, come ad esempio la possibilità di mettere in mostra le sue eccezionali qualità in Nazionale, quando, in quegli anni, gli furono preferiti Angelo Peruzzi e Gianluca Pagliuca, portieri a cui Seba non aveva nulla da invidiare. Anzi, si può tranquillamente affermare che tra il 1991 ed il 1994 Seba Rossi fu il miglior portiere non solo del Campionato Italiano ma anche uno dei migliori a livello europeo e mondiale! Portiere dalle doti fisiche eccezionali, dalle ottime qualità tecniche, da un grande senso del piazzamento, Rossi ha trascorso al Milan dodici stagioni, mettendo soprattutto in mostra un grande carattere ed una grandissima determinazione. Non furono pochi, infatti, i portieri che in quegli anni si presentarono a Milanello con la patente di “potenziale titolare”,  soprattutto perché, per diversi (e spesso anche misteriosi) motivi, le guide tecniche e la dirigenza ritenevano che fosse necessario affiancare a Sebastiano Rossi un portiere di più sicuro affidamento. Vuoi per l’età, vuoi per un tentativo di ringiovanirsi nel ruolo, voi per le mode del momento, il Milan decise di affidare la difesa della propria porta ad una schiera innumerevole di estremi difensori, da Pazzagli ad Antonioli, da Taibi a Pinato, da Lehmann a Pagatto passondo per  Abbiati e Dida dei primi anni, ma la musica era sempre la stessa: Rossi se ne stava lì a lavorare in silenzio credendo fortemente nei propri mezzi e perfettamente convinto che alla prima occasione concessagli la maglia da titolare sarebbe tornata ad essere indiscutibilmente sua! Ci sono molti giocatori che fanno bene in provincia o, comunque, in squadre di media levatura, ed una volta giunti alla corte di una grande squadra come il Milan, non riescono a confermare le attese, ad esprimersi al meglio ed a reggere le pesanti pressioni dell’ambiente. E non è raro vedere come quegli stessi giocatori, una volta andati via da Milano, tornino a fare benissimo altrove, suscitando spesso rimpianti ingiustificati. Ecco, Sebastiano Rossi è l’esempio lampante di cosa  voglia dire essere un giocatore da grande squadra, di cosa significhi trarre dalla concorrenza gli stimoli per migliorarsi sempre e demolendola sistematicamente, di cosa significhi portare dalla sua parte la pressione che l’ambiente (allenatori, dirigenti, giornali e tifosi) esercita in ogni calciatore professionista.
Insomma, con tutti i difetti e le maniera pesante. contraddizioni del caso, Seba è riuscito a conquistare maglie da titolare e, soprattutto, il cuore dei tifosi rossoneri che non hanno mai smesso di ammirare quella capacità di tirarsi fuori (e di tirare fuori il Milan) dalle situazioni che sembravano, calcisticamente parlando, disperate!
Sebastiano Rossi nasce a Cesena il 20 luglio 1974, e dopo aver preferito il calcio al basket (198 cm per 95 kg), comincia proprio in Romagna la sua splendida avventura. Dopo aver militato nelle giovanili del Cesena (con Sacchi allenatore della Primavera diventa campione d’Italia nel 1982), Rossi giocò nel Forlì, nel Cesena, nell’Empoli e nella Rondinella prima di tornare definitivamente nella squadra della sua città, dove divenne per quattro stagioni titolare fisso, esordendo in serie A il 13/09/1987 in Cesena-Napoli.
Nell’estate del 1990 Sebastiano approda finalmente al Milan come riserva di Pazzagli. Dopo aver fatto la panchina per lunga parte della stagione (Seba farà parte della rosa che conquista la Coppa Intercontinentale a Tokio), il 24/03/1991 Rossi farà il suo esordio con la maglia rossonera in serie A e lo farà in un’occasione non facilissima, e cioè nel derby contro l’Inter. La sua porta resterà inviolata ed il Milan vince per 1-0 con gol di Van Basten. Da lì in avanti la maglia numero 1 da titolare sarà sua.
Nella stagione 1991/92 sulla panchina milanista arriva Fabio Capello, ed a difendere la porta in quella che sarà una lunga e trionfale cavalcata rossonera verso lo scudetto c’è un grande Sebastano Rossi. Il Milan è spettacolare, non perde una partita, segna 74 reti e ne subirà solo 21. Nasce la leggenda degli Invincibili, con una difesa che con Rossi in porta e Tassotti, Costacurta, Baresi e Maldini è praticamente imperforabile.
Nella stagione successiva (‘92/’93) Capello decide di lanciare come titolare Francesco Antonioli. Il portiere si mostra poco esperto ed indeciso in molte occasioni (clamoroso il gol subito nel derby da De Agostini), ma Capello gli rinnova la fiducia. La domenica dopo il derby arriva il grande scontro diretto contro la Juventus a Torino. Al 19’ Antonioli in uscita spericolata si procura un infortunio e deve lasciare il posto a Seba. Sarà un trionfo. Il Milan va in vantaggio con Simone al ’68, ma sarà nel finale che Rossi si erge a protagonista. L’arbitro assegna un rigore alla Juve e sul dischetto si presenta lo specialista Vialli: tiro sulla sinistra e gran parata di Rossi, il quale sulla ribattuta a botta sicura di Casiraghi compie un autentico miracolo. Vince il Milan e da allora Rossi non uscirà più dai pali. Rossi è in stato di grazia e in quel campionato parerà ben 3 calci di rigore tutti decisivi (a Vialli, a Di Biagio del Foggia ed a Ganz dell’Atalanta). Il Milan vince il suo secondo scudetto consecutivo, e dopo aver vinto anche la Supercoppa Italiana deve però subire la delusione della sconfitta nella finale di Champion League contro il Marsigla.
La stagione trionfale sarà quella 1993/94. In tutte le gandi vittorie rossonere (Supercoppa Italiana, Campionato e Champions League) Seba ci mette il suo zampino. Il Milan del campionato è poco spettacolare (segnerà solo 36 gol), ma farà molto affidamento sulla sua imperforabilità difensiva. E’ in questa stagione che Sebastiano Rossi stabilisce il nuovo record di imbattibilità! Tra il minuto numero 37 della sedicesima giornata di Milan-Cagliari (gol di Villa) ed il minuto numero 66 della ventiseiesima giornata di Milan-Foggia (gol di Kolyvanov) Rossi non subirà nessuna rete e con 929 minuti strapperà il record che apparteneva allo juventino Zoff . Ricordo ancora con piacere il momento vissuto a S.Siro la domenica del record. Al minuto numero 904 tutto lo stadio si alzò in piedi a tributare un lungo applauso all’indirizzo del portierone rossonero che ringraziò commosso. Le 9 partite in cui la sua porta rimase inviolata furono nell’ordine: Reggiana, Lecce, Genoa, Piacenza, Atalanta, Roma, Cremonese e Lazio. Se è vero che la linea difensiva contribuì molto all’ottenimento di quel record, è anche vero che in non poche occasioni Seba compì degli autentici miracoli. Il fatto che durante i novanta minuti non fosse molto impegnato, rendeva tutto non semplice, dovendo sempre essere decisivo ed attento in quelle poche occasioni in cui veniva chiamato in causa.
Oltre alla conquista dello scudetto, il Milan vincerà anche la Champions League ad Atene in finale contro il favoritissimo Barcellona.  Grande partita di tutta la squadra, ed anche in quella circostanza la porta di Seba rimarrà inviolata.
La stagione successiva (1994/95) non sarà felicissima sotto l’aspetto dei risultati (il Milan vincerà solo la Supercoppa Europea contro l’Arsenal), ma la stagione personale di Rossi sarà comunque di buon livello.
La quinta stagione consecutiva di Capello (‘95/’96) si concluderà con l’ennesima conquista dello scudetto (il quarto in cinque anni) ed ancora una volta il tecnico friulano potrà fare grande affidamento sulla straordinaria solidità del suo estremo difensore (saranno solo 24 i gol subiti).  
Nel 1996 Capello lascia ed il Milan si affiderà a Oscar Tabarez. La stagione sarà deludentissima e l’arrivo di Sacchi a sostituire il tecnico uruguaiano non sortirà gli effetti sperati.
L’anno seguente (1997/’98) torna Capello, e la maglia numero 1 sarà affidata all’emergente Taibi.  La scelta si rivelerà deludente, ed al termine del girone d’andata, a campionato ormai ampiamente compromesso, il tecnico si affidò di nuovo alla solidità di Rossi.
Il 1998/99 segnerà l’ennesima rivoluzione. Si rompe col passato, e la squadra (molto cambiata) sarà affidata ad Alberto Zaccheroni. Il Milan vincerà uno scudetto incredibile in rimonta sulla Lazio all’ultima giornata. Dopo l’esperienza nefasta di Lehmann , alla sesta giornata la porta viene affidata ancora una volta a Seba Rossi. Per 11 partite sarà il titolare indiscusso, fino al 90’ di un Milan-Perugia a S.Siro. Dopo la battuta (ed il gol) di un calcio di rigore di Nakata, Rossi sferrò un colpo al perugino Bucchi che cercava di recuperare il pallone in porta. Cartellino rosso, cinque giornate di squalifica ed addio alla maglia da titolare. Le splendide parate del giovane sostituto Abbiati, relegheranno in panchina l’”Ascensore umano” (come era ribattezzato da Pellegatti), ma, comunque, le sue ottime partite gli permetteranno di fregiarsi del titolo di campione d’Italia (il quinto personale) per l’ennesima volta.
Zaccheroni lo relegherà alle spalle di Abbiati anche nella stagione successiva (1999/00), ma questo non gli impedì di compiere l’ennesimo miracolo: chiamato in causa in pochissime occasioni (5) sarà ancora protagonista. Come alla giornata numero 11: a S.Siro arriva il fortissimo Parma. Il Milan vince 2-1 (doppietta di Boban), ma al 90’ l’arbitro decreta un rigore per il Parma. Siamo sotto la Sud e sul dischetto va Crespo: sulla sua battuta angolatissima sulla destra.  Seba compie l’ennesimo miracolo: palla deviata in calcio d’angolo. Mucchio selvaggio dei suoi compagni ed alla ripresa della partita Rossi si volterà verso la curva urlando a squarciagola il coro “Forza vecchio cuore Rossonero”! Era la rinascita di un amore mai sopito.
Nel 2000/01 Zaccheroni lo relega in tribuna (alle spalle di Abbiati e Dida), ma all’arrivo di Cesare Maldini ci sarà l’ennesima rinascita di Superseba. La porta viene affidata di nuovo al gigante romagnolo, e nonostante un campionato mediocre, Rossi si toglierà l’ultima soddisfazione. Sarà lui a difendere il Milan nel clamoroso e storico derby vinto dai rossoneri per 6-0 contro l’Inter.
Dopo la parentesi Terim-Ancelotti, al termine della stagione 2001/2002 Sebastiano Rossi conclude la sua splendida ed indimenticabile avventura da calciatore nella società di via Turati.
La sua carriera agonistica finirà la stagione successiva nelle fila del Perugia.
Col Milan disputò in totale 330 partite (240 in campionato), mettendo insieme la vittoria di 5 scudetti, 1 Coppa dei Campioni, 1 Supercoppa Europea e 3 Supercoppe Italiane.
 Di tutte le splendide parate compiute dal portiere rossonero, rimane indelebile il ricordo della partita disputa dal Milan in Champions League il 16/03/1994; contro un Werder Brema assolutamente scatenato e con un Milan in completa balìa degli avversari, Seba salvò più volte la porta rossonera con delle parate incredibili tra l’incredulità di avversari e tifosi tedeschi. Solo chi ha assistito a quella partita può ricordare quell’incredibile prestazione, tant’è che dopo quella gara il cantore di gesta rossonere Carlo Pellegatti, decise di aggiungere un soprannome a quelli già coniati per il portierone milanista: per tutti da quella sera Sebastiano Rossi fu “l’eroe di Brema”!
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del 10/12/2008

UN GENIO A SAN SIRO!
Non c’è alcun dubbio che nella lunga schiera di campioni che negli ultimi vent’anni hanno vestito la maglia del Milan, un posto speciale spetta al “Genio” montenegrino Dejan Savicevic! Mai soprannome affibbiato ad un giocatore di calcio fu più azzeccato per uno talenti più puri e cristallini che si siano visti all’opera sui campi di calcio tra la fine degli anni ottanta e la prima metà di quelli novanta. Anche perché l’appellativo di “Genio” Savicevic lo interpretava a tutto tondo, tentando giocate che difficilmente i suoi colleghi tentavano, accendendosi all’improvviso con giocate risolutive anche nelle giornate meno brillanti, servendo assist al bacio ai compagni d’attacco che avevano come unico compito quello di farsi trovare al posto giusto al momento giusto (e di cui ha fatto la fortuna…vero Pancev?) e realizzando, spesso, gol fantastici, mai banali, che mandavano in visibilio gli esigenti spettatori delle squadre in cui ha militato. Insomma, un vero fenomeno del calcio, che ha avuto l’unico demerito di convivere per tutta la sua carriera con una muscolatura fragile, frutto di una prima parte di carriera (quella disputata in Jugoslavia) in cui veniva mandato in campo e spremuto anche quando non sarebbe stato possibile, per il semplice fatto che i suoi allenatori non volevano e non potevano rinunciare alla sua presenza.
Dejan Savicevic nasce a Podgorica (attuale Montenegro) il 15 settembre 1966, e dopo sei stagioni nel Buducnost (130 presenze e 36 gol), nella stagione 1988/89 approda nella squadra più prestigiosa del suo Paese, la Stella Rossa di Belgrado, in una delle squadre più talentuose e forte tecnicamente che si ricordi (come non ricordare la spettacolare Stella Rossa di Savicevic, Stojkovic, Prosinecki, Mihajlovic e Pancev!). Dopo una prima stagione esaltante (25 presenze e 10 gol), è nella stagione 1990/91 che il Genio fa letteralmente impazzire il calcio europeo, arrivando a conquistare il titolo di Campione di Jugoslavia (25 presenze e 8 gol) e la Coppa dei Campioni nella finale di Bari contro l’Olympique Marsiglia ai calci di rigore. In quella stagione conquisterà anche la Coppa Intercontinentale ed arriverà secondo,per un soffio, nella corsa alla conquista del Pallone d’Oro alle spalle di Jean Pierre Papin!
Già qualche anno prima noi tifosi del Milan avevamo conosciuto l’estro e la pericolosità di Savicevic: nella stagione 1988/89 negli ottavi di finale di Coppa dei Campioni, il Milan di Sacchi affrontò proprio gli slavi della Stella Rossa, ingaggiando due partite (…e mezza) che passeranno alla storia del club di via Turati. Dopo l’1-1 a S.Siro, il 9 novembre del 1988 a Belgrado si disputa il ritorno davanti a 100.000 spettatori caldissimi. All’inizio del secondo tempo proprio Savicevic realizzerà il gol del vantaggio per la sua squadra, gettandoci nello sconforto più totale. Solo la nebbia cancellerà quel gol e ci darà la possibilità della replica il giorno dopo: come andò a finire lo sappiamo tutti. Tuttavia, quel talentuoso giocatore con la maglia biancorossa non passa inosservato, e da quel momento il suo nome continuerà a restare segnato sul taccuino dei dirigenti rossoneri che riusciranno ad ingaggiarlo all’inizio della stagione 1992/93.
Arrivato al Milan (allenato da Capello e reduce dalla conquista dello scudetto) insieme a Papin ed al suo amico Boban, insieme a Van Basten, Gullit e Rijkaard formava un sestetto di stranieri che nessuna squadra al mondo poteva annoverare. C’era solo un piccolo, insignificante problema: che per le norme dell’epoca, le squadre italiane potevano consegnare al direttore di gara una distinta che contenesse solo tre stranieri per volta. Questo, nel Milan Olandese, penalizzò non poco il Genio (e gli altri), che fu costretto ad una turnazione che non gli permise di giocare molte partite; nonostante Van Basten esca di scena a novembre, nella sua prima stagione disputerà solo 17 gare, segnando, comunque, 7 gol (di cui 4 in campionato). Il debutto in serie A con la maglia rossonera avviene il il 13 settembre 1992 a Pescara, nell’incedibile vittoria in rimonta per 5-4 (permettetemi…io c’ero). Di quella stagione (conclusa con la conquista del titolo) si ricorda soprattutto la doppietta fondamentale nella vittoria contro la Fiorentina (2-0) alla giornata numero 22.
E’ nella stagione successiva, 1993/94, che Dejan, con l’abbandono di Rijkaard e Gullit ed il ritiro di Van Basten, si prende per intero il Milan. Savicevic, insieme a Boban  Desailly, trascinerà il Milan verso una cavalcata straordinaria, che si concluderà con la conquista della Supercoppa Italiana, del terzo scudetto consecutivo e, soprattutto, con la riconquista della Champions League. Per il Genio non sarà una stagione molto prolifica (solo 4 gol, di cui 3 in Europa), ma la qualità delle sue prestazioni sarà di prim’ordine. Restiamo e concentriamoci sulla Champions. Savicevic comincerà ad essere decisivo nella fase a gironi realizzando due pesantissimi gol contro il Werder Brema: a S.Siro realizzerà il gol della vittoria (2-1), ed al ritorno, sotto la neve, nella serata di grazia di Seba Rossi, segnerà il gol del pari ad un quarto d’oro dalla fine, salvando un Milan in grande affanno. Superato in tromba il Monaco nella semifinale unica disputata a S.Siro, il Milan si presenta alla finalissima di Atene (18 maggio 1994) contro il favoritissimo Barcellona di Cruijff. Nessuno è disposto a scommettere una lira sulla vittoria dei rossoneri, ed invece la squadra di Capello tirerà fuori dal cilindro quella che è stata poi, nell’anno del centenario, votata come la partita del Secolo. La prestazione di Savicevic sarà straordinaria, facendo letteralmente impazzire gli avversari blaugrana. Al 22’, dopo un’azione personale, servirà a Massaro l’assist per il gol del vantaggio del Milan, ma è nel secondo tempo che tirerà fuori un autentico capolavoro. La palla è nei piedi di Nadal all’altezza della trequarti difensiva del Barca, Dejan va a pressarlo e gli ruba il pallone e da posizione impossibile, di prima intenzione, lascia partire un pallonetto col piatto sinistro che supera imparabilmente il portiere spagnolo Zubizarreta! Spettacolo allo stato puro! La partita finirà 4-0, e Dejan colpirà anche un palo. E’ la definitiva consacrazione di Savicevic con la maglia del Milan, e da allora diventerà l’autentico punto di riferimento dell’undici di Capello.
Questo ruolo di trascinatore gli farà disputare la stagione successiva (1994/95) a livelli ancora più alti. Segnerà 9 gol in campionato (di cui 4 in un colpo solo nella trasferta di Bari), ma sarà ancora in Champions che il Genio darà numerosi saggi della sua inconfondibile classe. Dopo una prima fase a gironi soffertissima (qualificazione solo all’ultima trasferta di Vienna), il Milan comincia la sua solita cavalcata! Dopo aver eliminato nei quarti il Benfica, il Milan affronta in semifinale il Paris Saint Germain (squadra in quel periodo molto temibile). Nella gara d’andata il Milan soffre, ma al novantesimo minuto Savicevic conduce un contropiede magistrale fornendo a Boban l’assist per il gol vincente. Ancora più esaltante la gara di ritorno: in una serata di autentica grazia, il Genio si prende sulle spalle il Milan e realizza una doppietta fantastica in un S.Siro letteralmente in delirio ed ai suoi piedi.
Il Milan, a distanza di un anno, si ripresenta in finale, e stavolta (a Vienna) l’avversario è l’Ajax. Gli olandesi, nella fase a gironi, ci ha già battuto due volte, ma l’ottimismo è grande: “con un Savicevic così, stavolta non possiamo perdere!!!”. Tutte le speranze sono riposte su di lui, ma il destino ci volta clamorosamente le spalle. Alla vigilia del match Dejan subisce un infortunio muscolare: niente finale, la luce non si accende e l’Ajax ci castiga, ancora una volta, a cinque minuti dalla fine. La finale sarà ricordata per sempre come la gara dei rimpianti: contro un avversario non irresistibile, la sensazione che rimase in tutti è che un Milan con Savicevic in campo avrebbe sicuramente vinto! La controprova non esiste, ma questa convinzione resterà per sempre!
La quarta stagione di Savicevic (1995/96) sarà ancora positiva. Il Milan, fuori dalla Champions, affronta il campionato in modo deciso, e con il quartetto Savicevic, Baggio, Simone e Weah dominerà il campionato fin dall’inizio. La conquista del 15° scudetto avviene il 29 aprile 1996 a S.Siro contro la Fiorentina alla 32ima giornata: il Milan va sotto di un gol al 13’ (gol di Rui Costa), ma un minuto dopo proprio Savicevic segnerà il gol del pari. La gara finirà 3-1 ed i tifosi possono ancora festeggiare. Alla fine saranno 6 le reti del Genio in campionato (più 2 in Coppa Italia ed 1 in Coppa Uefa).
A fine stagione Capello lascia il Milan, ed inizia l’avventura Tabarez. Il campionato si trasforma in uno strazio (11ma posizione) e la Champions League lo sarà ancora di più (eliminati dal Rosenborg), e neanche il ritorno di Sacchi servirà a salvare la stagione. E’ la stagione che comincia a segnare la parabola discendente di Savicevic in un Milan allo sbando: alla fine saranno 22 le presenze complessive e solo 2 i gol. L’avventura di Dejan sembra al capolinea, e neanche il ritorno di Capello sulla panchina del Milan (1997/98) servirà a rivitalizzare il Genio. Dejan resterà al Milan fino a gennaio, giocando solo 8 gare di campionato e 6 in coppa Italia, congedandosi, comunque, con un gol nel Derby di Coppa Italia vinto dal Milan con un clamoroso 5-0! A gennaio Savicevic saluta la compagnia e pone fine alla sua splendida avventura nel Milan.
Dopo una brevissima parentesi nella Stella Rossa, chiude la sua carriera nel campionato austriaco nelle fila del Rapid Vienna, dove disputa due campionati (fino al 2001) mettendo insieme 44 presenze e 18 gol.
Nelle sei stagioni rossonere disputa in totale 144 partite e mette a segno 34 gol, mettendo insieme il seguente palmares: 3 Scudetti, 3 Supercoppe Italiane, 1 Champions League ed 1 Supercoppa Europea.
Forse il numero delle partite disputate non è stato elevatissimo in rapporto al numero di stagioni, ma la qualità con cui ha impreziosito le sue prestazioni lo ha reso come uno dei giocatori più amati dai tifosi del Milan. Ogni giocata un sussulto, ogni palla toccata la sensazione che qualcosa di importante stava per succedere, ogni immagine due occhi di chi sembrava capitato lì per caso, che non aveva niente di uguale agli altri e che era arrivato sul campo sbucando da un luogo magico…apparso dallo sfregamento della lampada che conteneva il suo Genio!  Grazie Dejan.
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del 03/12/2008

SEGNI PARTICOLARI: BANDIERA!
Quando ero piccolo, nella scarna libreria di casa mia, facevano bella mostra di sé due libri che attrassero subito la mia attenzione: all’inizio ne guardavo continuamente le foto in essi contenute, successivamente cominciai a leggerli più volte. Con “Il tocco in più” e “Dalla Corea al Quirinale”, scritti da Oreste Del Buono,  cominciai a conoscere la figura di Gianni Rivera. La prima volta che chiesi a mio padre chi fosse Gianni Rivera, la sua risposta fu “E’ il più grande giocatore che il Milan abbia mai avuto,  ed il nome che ho scelto per te lo devi a quest’uomo!”. Nel bar di mio zio, nella centralissima piazza del mio paese, c’erano appese due grandi foto, una di Clarke Gable e l’altra (con dedica) di Gianni Rivera: alla mia solita domanda, il volto di mio zio si illuminava e la risposta era sempre la stessa “Lui è il Milan”. In questo clima, cominciai a capire che mi trovavo davanti ad un autentico “mito” della nostra squadra, un calciatore che non aveva rivali nel cuore dei tifosi rossoneri, la bandiera assoluta! Personalmente me lo sono goduto solo per due stagioni, e di lui mi restano indelebilmente impresse due immagini: l’importantissimo e decisivo gol segnato a S.Siro alla quart’ultima giornata del campionato della Stella che dava l’avvio alla rimonta (vittoria finale per noi 2-1) contro il Verona che pareggiava il gol segnato dall’attaccante scaligero Calloni (proprio lui, lo “sciagurato Egidio”)  ed il ricordo di un Rivera che il giorno dello scudetto (contro il Bologna) con il microfono in mano invita i tifosi ad abbandonare le gradinate inagibili pena la sconfitta della squadra a tavolino. Quell’episodio era il chiaro segnale dell’immenso carisma che il Capitano esercitava sulle folle rossonere.
Gianni Rivera rappresenta, senza dubbio, uno dei più grandi (secondo molti il più grande) calciatori italiani di tutti i tempi, ed è entrato nella storia per essere stato il primo giocatore italiano a conquistare il prestigioso Pallone d’Oro (1969). Uno dei pochi giocatori ad avere avuto in dono dalla natura quella grazia, quella tecnica e la visione di gioco che su un campo di calcio distinguono un buon giocatore da un vero fuoriclasse. Tutti sono stati affascinati dalla sua leggerezza, dal tocco felpato e da una immensa visione di gioco che gli permetteva di mandare in rete i compagni di reparto. Fu soprattutto il ruolo di assist-man ad averlo reso celebre, ma non furono certo secondarie le sue doti di realizzatore. Insomma, un calciatore fuori dagli schemi, dentro e fuori dal campo, che fu, per 19 stagioni, il punto di riferimento intorno al quale ruotava tutto l’ambiente milanista.
Nato ad Alessandria il 18 agosto 1943, fa il suo esordio in serie A con i grigi all’età di 15 anni. Dopo due stagioni in Piemonte arriva al Milan nella stagione 1960/61, per 80 milioni di lire e la cessione di tre giocatori, una cifra per l’epoca molto elevata, al punto da meritarsi il soprannome di “Golden Boy”. La svolta avviene nella stagione successiva, quando con l’arrivo al Milan di Nereo Rocco, Rivera contribuirà con i suoi gol (10) alla conquista della scudetto. Con Rocco comincerà un rapporto indissolubile, al punto che per il Paron Gianni diventerà un vero figlio. E’ l’inizio di un’epoca, che avrà la sua prima grande tappa nella conquista della prima Coppa dei Campioni nella stagione successiva, grazie al successo per 2-1 sul fortissimo Benfica di Eusebio: Rivera a Wembley disputa una partita straordinaria, culminata con l’assist decisivo per il gol di Altafini. L’Europa si accorge di lui, e già quell’anno arriverà secondo nella corsa al Pallone d’Oro alle spalle di Jascin. Rivera è un personaggio che fa discutere, ed inizierà un conflitto di amore-odio con il giornalista Gianni Brera il quale gli affibbia il soprannome di “Abatino” per il suo fisico gracile che lo rendeva (secondo Brera) poco adatto alle battaglie fisiche e che per questo “…è da considerarsi un mezzo grande giocatore”. Queste critiche lo portarono spesso ad ingaggiare delle dispute contro le battute della stampa. Battaglie che lo contraddistinsero anche nelle sue vicende con lo staff della Nazionale, battaglie che culmineranno nella spedizione della nazionale italiana nei mondiali di Messico 1970, quando sarà umiliato da Valcareggi nella finale col Brasile venendo impiegato solo per 6 minuti a partita ormai persa. Una decisione cervellotica, soprattutto dopo la grande prestazione di Rivera nella storica semifinale contro la Germania in cui segneò il gol del decisivo 4-3. Le amarezze azzurre fanno da contrasto con le grandi gioie vissute col Milan, squadra di cui è l’autentico leader. Dopo qualche stagione di difficoltà (con la sola vittoria della Coppa Italia nel ‘66/’67), nella stagione 1967/’68 si ricompone la coppia Rivera-Rocco (andato via nel ’63), il Milan torna ai suoi vecchi fasti, e Rivera eredita la fascia di capitano da Cesare Maldini: la porterà al braccio per 12 anni! Il Milan conquista subito lo scudetto (Rivera segna 11 gol e fa la felicità della coppia Prati-Sormani) e la Coppa delle Coppe (2-0 all’Amburgo in finale). La stagione successiva sarà ancora più entusiasmante. Il Milan arriva secondo in campionato, ma sarà in Coppa Campioni che arriverà il grande trionfo. Il 28 maggio 1969 a Madrid il Milan distrugge in finale l’Ajax di Cruijff per 4-1, e Rivera, pur non segnando, sarà l’autentico protagonista mandando in gol i suoi attaccanti. A dicembre il Milan conquista anche la Coppa Intercontinentale (Rivera segnerà a Buenos Aires il gol decisivo in un clima infernale), ed i giurati del Pallone d’Oro non possono esimersi dall’assegnargli il prestigioso trofeo.
Rivera ormai è il condottiero del Milan, ed interpreta il suo ruolo di capitano e leader anche fuori dal campo di gioco. Comincerà anche una autentica battaglia contro il Palazzo, denunciando più volte il clima di sottomissione di tutte le istituzioni calcistiche nei confronti della Juventus degli Agnelli. Clamoroso il gesto del campionato 1971/’72: dopo una partita persa a Cagliari (decisiva nella corsa per il titolo) a causa di un rigore contestato nei minuti finali, Rivera si scaglia contro l’arbitro Michelotti e l’intero sistema, rimediando una squalifica record di 9 giornate. La stagione si concluderà con la perdita del scudetto per 1 punto, ma con la conquista della Coppa Italia.
La stagione ‘72/’73 sembra una cavalcata trionfale. Il Milan conquista la sua seconda Coppa delle Coppe (1-0 al Leeds) e la Coppa Italia (contro la Juventus ai rigori), ma perde incredibilmente uno scudetto già vinto (quello della possibile Stella) a Verona (3-5) in quella che passerà alla storia come la “fatal Verona”. Il campionato di Rivera sarà esaltante, al punto da conquistare anche la classifica dei cannonieri con 17 reti. E’ un autentico choc, ed il Milan ci impiegherà 5 lunghissime stagioni per rimediare a questa delusione. La società entra in una fase di grande confusione, ed addirittura il Capitano, al terme del ‘74/’75 entra in aperto contrasto con il presidente Buticchi che sembra sul punto di cedere Rivera al Torino. Addirittura il Capitano viene messo fuori rosa, e questo scatena l’ira dei tifosi rossoneri che si schierano dalla parte del Golden Boy. All’inizio della stagione successiva Rivera diventa praticamente il padrone del Milan, preferendo comunque continuare a giocare piuttosto che fare il presidente. Alla presidenza della società si alterneranno Buticchi, Pardi e Duina.Dopo la conquista della Coppa Italia nel ‘76/’77, Rivera comincia la sua ultima stagione da giocatore nel 1978/’79 sotto la presidenza di Felice Colombo e la guida tecnica di Nils Liedholm. Rivera contribuisce con la sua grande esperienza alla cavalcata del Milan verso la conquista della tanto sospirata Stella. Al termine della stagione, a 36 anni, si ritira dal calcio giocato, ritenendo di aver concluso con l’ambito traguardo la sua splendida avventura con la maglia rossonera.
658 partite disputate (501 in campionato) e 164 reti realizzate, 3 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe delle Coppe, 1 Coppa Intercontinentale, 4 Coppe Italia, 1 Pallone d’Oro ed 1 titolo di Capocannoniere. Questo l’invidiabile palmares che spiega solo in parte la grandezza di Gianni Rivera, un’autentica bandiera della nostra squadra, un esempio di grandissimo attaccamento alla maglia che ci possono tranquillamente arrivare a dire che pronunciando il suo nome ti viene in mente il Milan, e pronunciando il nome del Milan ti viene in mente quello di Gianni Rivera.
Personaggio idolatrato, amato, invidiato e discusso. Un uomo che per 20 anni ha vissuto sempre al centro dell’attenzione, ma che è riuscito a legare il suo nome a quello di una squadra di calcio come forse nessuno mai nella storia di questo sport. Il titolo che gli dedicò la Gazzetta dello Sport il giorno del suo ritiro, interpretò il pensiero di milioni di tifosi del Milan di quegli anni:
“Si ritira Rivera, LO SPETTACOLO E’ FINITO!”.
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del 26/11/2008

“IL TAMBURINO SARDO”!
“IL TEMPO CHE PASSA DISTRUGGE, IL MONDO CHE RESTA DIMENTICA, IMMORTALE RESTA UN EROE: PIETRO PAOLO!”.
Questo lungo e bellissimo striscione esposto dalla Curva Sud il 26 novembre 1989, accolse il ritorno a S.Siro da avversario di uno dei maggiori protagonisti della storia rossonera, e cioè Pietro Paolo Virdis. Quella domenica si disputava un Milan-Lecce qualsiasi, ma tutta l’attesa e tutti gli applausi furono tributati all’ingresso in campo delle squadre all’indirizzo dell’attaccante sardo che nelle precedenti cinque stagioni aveva conquistato il cuore del tifo rossonero. L’emozione per quell’accoglienza trionfale aveva sorpreso il nuovo attaccante del Lecce al punto quasi di paralizzarlo, e per l’intera partita Virdis non riuscì quasi a toccare palla. Nessuno aveva dimenticato le prodezze compiute con la nostra maglia. Virdis, insieme a Baresi, Tassotti, Evani, Filippo Galli e Maldini, faceva parte di quel manipolo di giocatori che sarebbe stato l’anello di congiunzione tra il Milan degli anni difficili dell’era Farina, che cercava in ogni modo di rinascere dalle proprie ceneri, ed il Milan dell’era Berlusconi, che sarebbe tornato sul tetto d’Europa. Un attaccante tecnico, scaltro, furbo ed intelligente, capace di segnare con facilità in tutte le situazioni ed in tutti i modi, e capace di trovarsi in perfetta sintonia con tutti i compagni di reparto che ebbe accanto in quegli anni, da Mark Hateley a Marco Van Basten passando per Ruud Gullit. Antonio Pietro Paolo Virdis nasce a Sassari il 26 giugno 1957. Dopo gli inizi con la Juvenilia, esordisce in serie D con la Nuorese nella stagione 1973/74, e nonostante i soli 16 anni si mette in luce segnando 11 gol ed attirando le attenzioni del Cagliari con cui fa il suo esordio in serie A il 16 ottobre 1974 a 17 anni. Nella stagione 1975/76 disputa 23 partite e segna 6 gol, ma nonostante questo gli isolani sono costretti alla retrocessione in B. Ma fu proprio nella serie cadetta che cominciò l’exploit del giovane attaccante: segnerà 18 gol e, soprattutto, entrerà nel mirino della Juventus. Il Cagliari lo cedette alla Juventus di Boniperti, ma sbalordendo tutto l’ambiente calcistico, il giovane Virdis rifiuta il trasferimento: un gesto a quei tempi clamoroso, al punto che la fama di quel “gran rifiuto” lo accompagnerà per tutta la sua carriera. Alla fine Agnelli lo convinse, e Pietro passò in bianconero dove in tre stagioni non troverà molta fortuna a livello personale (45 presenze e 8 gol), ma comunque conquisterà uno scudetto (‘77/’78) ed una Coppa Italia (‘78/’79). Torna a Cagliari nel 1980/81 ed alla Juventus nel 1981/82, prima di essere ceduto all’Udinese dove disputerà due campionati. Gli ultimi anni della sua carriera erano stati condizionati da una serie di noiosi infortuni che gli avevano impedito di rendere al massimo. Ma la sua carriera riprenderà decisamente slancio quando nel 1984 verrà acquistato dal Milan. Il presidente Farina acquista Virdis per metterlo in coppia con l’altro nuovo acquisto rossonero, Mark Hateley. I due formeranno una temibile ed affiatata coppia d’attacco, permettendo al Milan di arrivare quinto in campionato (qualificazione Uefa), ed arrivando fino alla finale di Coppa Italia (persa contro una forte Sampdoria). Virdis disputerà quell’anno 40 partite ed andrà a segno 13 volte, di cui 9 in campionato. Indimenticabile il gol (al 85’) alla quarta giornata al Comunale di Torino contro la Juventus, che permise al Milan di uscire imbattuto dalla trasferta contro i bianconeri dopo diversi anni. Così come non si può non ricordare che il Milan (guidato da Nils Liedholm) espugnò per due volte l’Olimpico di Roma contro la Roma e contro la Lazio sempre per 1-0 e sempre con gol di Virdis. Quell’anno segnerà alla Juve a Torino anche nei quarti di Coppa Italia (vittoria rossonera per 0-1), in semifinale contro l’Inter (vittoria nella gara d’andata per 2-1) ed in finale contro la Samp, ma questo non basterà per strappare la coppa ai blucerchiati. Migliore ancora sarà il ruolino di Virdis nella stagione ’85/’86. Segnerà complessivamente 16 reti, di cui 6 in campionato, 3 in Coppa Italia e ben 6 in Coppa Uefa in 6 partite. In Europa Virdis segnerà 3 gol ai francesi dell’Auxerre, 2 ai tedeschi della Lokomotiv Lipsia ed una nella gara d’andata contro i belgi del Waregem (1-1 finale). La corsa in Europa si interromperà nella disgraziatissima gara di ritorno contro i belgi (1-2 a S.Siro), proprio nel momento in cui la presidenza Farina toccò il suo punto più basso. A febbraio il Milan passa nelle mani di Berlusconi, e Virdis ne diventerà uno degli autentici protagonisti. Infatti, nella stagione successiva (‘86/’87), il Milan sarà letteralmente trascinato dal suo attaccante, il quale segnerà 17 gol in campionato (farà più della metà dei gol di tutta la squadra) e conquistando il titolo di Capocannoniere: era dal 1973 che un giocatore del Milan (Rivera con 17 reti) non conquistava il titolo di miglior marcatore della serie A. Porterà il Milan fino alla conquista dello spareggio-Uefa contro la Samp, spareggio che i rossoneri vinceranno grazie ad un gol di Massaro nei supplementari. La sequenza di gol del sardo fu impressionante, e nel girone di ritorno i suoi gol permisero ai rossoneri di pareggiare contro la Juve (1-1), di vincere il derby contro l’Inter (1-2 con gol al ’85) e di travolgere la Roma alla terz’ultima giornata per 4-1: dopo il vantaggio iniziale dei giallorossi siglato da Boniek, Pietro Paolo si scatena segnando al 26’, al ’52 ed al 54’ una tripletta formidabile. Ormai l’attaccante rossonero è l’idolo incontrastato delle folle rossonere! Nella stagione 1987/88 arriva al Milan il duo olandese formato da Gullit e Van Basten, e per il “tamburino sardo” si prospetta una stagione con molta concorrenza. Il Milan di Sacchi perde il suo attaccante principe (Van Basten) quasi subito, ed allora tocca a Pietro il compito di sostituirlo degnamente: lo farà in modo egregio! Dopo un inizio di stagione stentato sia in campionato che in Coppa Uefa (eliminati al secondo turno dall’Espanyol dopo aver però eliminato gli spagnoli dello Sporting Gijon proprio grazie a 2 gol di Virdis nel ritorno), l’allenatore di Fusignano verrà messo in discussione dalla stampa. Berlusconi conferma la fiducia a Sacchi, ma è chiaro che serve una svolta. E la svolta arriva alla sesta di campionato: il Milan gioca una grande partita sul campo ostico di Verona, e la vittoria sarà firmata da un gran colpo di testa proprio di Virdis al 41’. I rossoneri non si fermeranno più, e cominceranno una rincorsa clamoroso sul Napoli di Maradona. Con un Napoli in netto calando nel finale di stagione, comincia lo show di Pietro Paolo. Alla giornata numero 26 con il Napoli che perde contro la Juve, il Milan espugna Roma segnando il primo gol con Virdis (finirà 2-0 per noi). Alla giornata numero 27 il Milan frantuma l’Inter nel derby più a senso unico della storia: dopo il gol di Gullit nel primo tempo, al 53’ Virdis ruba palla a Passarella e dopo aver messo a sedere Zenga con un dribbling deposita la palla in fondo al sacco. Apoteosi. Alla giornata numero 28 va in scena lo scontro decisivo (quello del sorpasso) al S. Paolo di Napoli, è il 1 maggio 1988. Un grande Milan domina il Napoli fin dall’inizio, ed al 35’ Virdis gira a rete una punizione di Evani deviata dalla barriera e batte Garella. Alla fine del primo tempo una magia di Maradona ristabilisce la parità, ma nel secondo tempo la superiorità rossonera verrà fuori prepotentemente. E chi metterà a segno il gol del nuovo vantaggio rossonero? Naturalmente Virdis: al 68’ Gullit supera un uomo sulla fascia destra e mette un bel cross al centro, spunta la testa di Virdis ed è nuovamente gol. In un S. Paolo gelato la corsa di esultanza con le braccia aperte di Pietro Paolo Virdis è un’immagine che è ancora viva nella mente di noi tifosi. Il Milan vincerà 3-2 ed opererà il sorpasso in classifica. Ma manca ancora la matematica certezza per la conquista dello scudetto numero 11. E quella certezza arriva all’ultima giornata di campionato sul campo di Como. Al Milan serve almeno il pari, ma dopo 2 minuti siamo già in vantaggio. Con chi? Ma che domande sono? Con Virdis naturalmente. Finirà 1-1 e lo scudetto finisce sulle maglie rossonere dopo 9 anni di attesa. Virdis risulterà il cannoniere di quel fantastico Milan sia in Campionato (11 gol) sia in tutta la stagione (15 gol). La stagione successiva (1988/89) sarà la sua ultima con la maglia rossonera. Il Milan finisce terzo in campionato, ma concentra tutte le sue attenzioni alla conquista della Coppa dei Campioni. Virdis farà la sua parte anche in questa competizione. Segna 2 gol nei sedicesimi di finale contro il Vitocha di Sofia, ma, soprattutto, segna il gol del sofferto pareggio (1-1) del Milan nella gara di andata degli ottavi contro la Stella Rossa di Belgrado. Il pari lascerà aperta la porta della speranza per la gara di ritorno. Nella prima gara (poi sospesa per nebbia) il nervosismo è palpabile, ed il Nostro 3 minuti prima del gol della Stella Rossa si fa espellere. Poco male, la nebbia porta via tutto e si rigioca il giorno dopo. Il Milan, privo di Virdis, vincerà ai rigori una battaglia indimenticabile e conquista il passaggio del turno. Da lì sarà una cavalcata trionfale fino alla finale di Barcellona contro la Steaua di Bucarest. Come giusto premio per una carriera rossonera straordinaria, Arrigo Sacchi farà entrare in campo Virdis al 60’, permettendogli di partecipare da protagonista alla conquista della Coppa dei Campioni dopo 20 anni di attesa. Migliore scenario per l’ultima gara in maglia rossonera non poteva esistere per Pietro il Grande. Alla fine della stagione lascerà il Milan per passare al Lecce dove disputerà gli ultimi due campionati di serie A della sua carriera. Con il Milan conterà in totale 186 partite segnando 76 gol (53 in campionato, 11 in coppa Italia ed 11 nelle Coppe Europee), conquistando 1 scudetto, una Coppa dei Campioni ed un titolo di Capocannoniere. Il suo bottino complessivo in serie A sarà di 365 gare e 101 reti. Questa è la storia di Pietro Paolo Virdis, di cui ci resteranno per sempre impressi i gol, le esultanze e quelle continue interruzioni di Sandro Ciotti a “Tutto il Calcio Minuto per Minuto” che con la sua inconfondibile voce annunciava….“Scusa Ameri ti interrompo da S.Siro…..Milan in vantaggio con il solito Virdis!!!”.
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del 19/11/2008

UN TERZINO CON LA LICENZA DEL GOL!
Nel racconto della storia del Milan, spesso si fa riferimento ad un aspetto che ha pochi precedenti nel mondo calcistico, e cioè il fatto che dal dopoguerra ad oggi “solo” cinque uomini hanno portato al braccio la fascia di Capitano del nostro club: Nils Liedholm, Cesare Maldini, Gianni Rivera, Franco Baresi e Paolo Maldini. Tuttavia, in questa rubrica vogliamo “rendere giustizia” ad un uomo che dimostrò un grande attaccamento alla maglia rossonera durante tutta la sua carriera (ma soprattutto nel momento più basso della nostra storia), al punto da meritarsi di portare in giro per i campi di tutta Italia la fascia di Capitano per due stagioni (1980/81 e 1981/82): il suo nome è Aldo Maldera! Di professione difensore, Maldera fu uno degli interpreti “più moderni” del ruolo di terzino fluidificante della storia del calcio italiano. Se il Fantacalcio fosse esistito già in quegli anni, i partecipanti si sarebbero svenati nelle aste per aggiudicarsi come difensore un giocatore che nonostante quel ruolo fu capace di mettere a segno ben 33 gol in 312 presenze in serie A. Nato a Milano il 14 ottobre 1953 da genitori pugliesi, Aldo Maldera era il minore di tre fratelli tutti calciatori (Luigi detto “Gino” giocò con il Milan per 5 stagioni), e per questo motivo era conosciuto come Maldera III. Cresciuto nelle giovanili del Milan, fece il suo debutto in maglia rossonera il 2 settembre 1970 (a diciassette anni) in Coppa Italia contro il Varese, ma per vedere il suo “vero” debutto in serie A bisogna aspettare il 26 marzo 1972 contro il Mantova (in quella stagione conterà anche 1 presenza in Coppa Italia). Una stagione a Bologna a farsi le ossa e poi il ritorno al Milan, per l’inizio di una carriera milanista che durerà in totale 10 stagioni. La stagione 1973/74 è quella che segue la delusione della “fatal Verona”, e pur nel grigiore generale, Maldera riesce a mettersi in luce mettendo insieme un totale di 28 presenze e segnando anche il suo primo gol in serie A il 17 febbraio 1974 contro la Roma. Cominciò a mettere in mostra una notevole capacità di difendere, ma, soprattutto, cominciò a dimostrare una grande capacità di attaccare sulla fascia sinistra, una buona predisposizione al cross, ed un’altrettanta buona capacità di concludere a rete sia col suo potente sinistro sia di testa. Dopo aver collezionato 24 presenze nella stagione ‘74/’75 (13 in campionato), dalla stagione successiva diventa titolare inamovibile, e da quel giorno non uscirà più dagli undici titolari, al punto da meritarsi anche la convocazione e l’esordio nella Nazionale di Bearzot il 28 maggio 1976 a New York contro l’Inghilterra. Concluderà la stagione con 41 gettoni di presenza (27 in campionato, 6 in Coppa Italia e 8 in Coppa Uefa) e tre gol (uno in ogni competizione). La stagione successiva (‘76/’77), con Marchioro allenatore, fu un calvario (il Milan arriverà decimo sfiorando la B), ma il Diavolo riuscirà a salvare l’onore andando a conquistare la Coppa Italia: il 3 luglio 1977 a S.Siro si gioca la finale unica tra il Milan e Inter, ed al 64’ proprio Maldera mette a segno la rete che sblocca il risultato. Il risultato finale (2-0) sarà arrotondato da un gol di Braglia al ’89. Maldera concluderà in modo trionfale una stagione comunque per lui positiva, risultando il secondo giocatore rossonero per numero di presenze (ben 43 dietro allle 46 del portiere Albertosi). Nel 1977 arriva sulla panchina del Milan l’uomo che sarà decisivo per il prosieguo della carriera di Aldo, il barone Nils Liedholm. Insieme ai vari Albertosi, Collovati, Buriani, Bigon, Antonelli e Rivera, comincia a nascere il Milan che l’anno successivo conquisterà l’agognata Stella (il ‘77/’78 segna anche l’esordio in serie A di un giovane promettente chiamato Franco Baresi). Maldera diventa implacabile, ed in 28 partite di campionato metterà a segno ben 8 reti. L’intesa con Rivera è ormai consolidata: Maldera corre sulla fascia, passa la palla a Rivera e si getta nello spazio, il capitano lo rilancia e lui conclude a rete! Questa intesa si rivelerà l’arma in più nella stagione 1978/79, quella della conquista del decimo scudetto. Il ricordo di quel campionato è ancora nitido nella mente di chi scrive. “Albertosi, Collovati, Maldera, De Vecchi, Bet, Baresi, Buriani, Bigon, Novellino, Rivera, Chiodi, allenatore Liedholm”. Era questa la filastrocca della formazione che abbastanza a sorpresa portò a termine un’impresa che sembrava, alla vigilia, insperata. Il Milan parte fortissimo in campionato (5 vittorie consecutive), e dopo la sconfitta con la Juve, alla settima giornata arriva il derby. Il 12 novembre ’78 è il giorno che da piena consapevolezza al popolo rossonero sulle possibilità di scudetto del Milan. Dopo lo 0-0 del primo tempo, al 49’ con un perfetto colpo di testa Aldo Maldera segnerà il gol decisivo per l’1-0 finale. La marcia riprende imperiosa, e nelle successive 8 giornate il Milan conquisterà 6 vittorie e due pareggi. Nel girone di ritorno il Milan tiene un cammino costante, riuscendo nel finale a domare le velleità di un Perugia che riuscirà a terminare imbattuto quel campionato. Molti saranno i protagonisti di quella marcia trionfale, ma tra tutti si segnalerà proprio quel “terzino volante” che sarà capace, alla fine della stagione, di mettere a segno 9 reti (tutte decisive) in 30 partite. Pensate che Maldera fu il secondo marcatore del Milan alle spalle di Bigon che di reti ne realizzò 12. La stagione per Aldo sarà esaltante: segnerà anche 3 gol in Coppa Italia ed 1 in Coppa Uefa e si conquisterà (dopo lo scudetto) anche la convocazione tra i 22 nazionali che parteciperanno ai mondiali in Argentina. L’anno successivo il Milan si classificò terzo, ma la stagione fu caratterizzata dallo scandalo scommesse che culminò con la retrocessione a tavolino in serie B (il “Nostro” fece comunque in tempo a collezionare 5 gol in 34 partite). Fu a questo punto che Maldera dimostrò il suo grande attaccamento alla maglia rossonera. Aldo decise di non lasciare il Milan, e dopo l’addio di Bigon (preceduto l’anno prima da quello del grande Gianni Rivera), si prese sulle spalle l’onere di guidare con la fascia da Capitano il Milan nel campionato della risalita verso la serie A. Questo sacrificio gli costò anche il definitivo addio alla sua carriera in Nazionale (chiuderà con 10 presenze in azzurro). Il Milan vincerà il campionato facilmente, ed il suo “condottiero” segnerà anche 3 gol in 31 partite. Il Milan torna in A, ma la sua stagione sarà disastrosa. Sotto la guida di Gigi Radice comincerà il campionato più brutto della sua gloriosa storia, che culminerà con una nuova retrocessione in B (questa volta sul campo) nonostante una rimonta finale (con Galbiati allenatore) che sarà vanificata solo nei minuti finali dell’ultima giornata a causa di un “truffaldino” pareggio del Genoa a Napoli. Dopo la seconda retrocessione e dopo dieci anni di gloriose corse lungo quella fascia, Maldera non se la sente più di continuare nella sua avventura rossonera, e decide di cedere al richiamo del suo maestro Liedholm che lo porterà alla Roma dove vivrà tre stagioni esaltanti, culminate con la conquista di uno scudetto, una Coppa Italia e con la finale di Coppa dei Campioni che fu costretto a saltare per squalifica a causa di un cartellino giallo rimediato nella semifinale contro il Dundee. In totale con la maglia del Milan disputerà 10 stagioni, collezionando 315 presenze e 39 gol ( in campionato 228 presenze e 30 gol, in Coppa Italia 53 presenze e 7 gol, nelle coppe europee 34 presenze e 2 gol), vincendo 1 scudetto e 2 Coppe Italia. Chiuderà la carriera nella Fiorentina dove giocherà (poco) per due stagioni. Questa è la storia di Aldo Maldera, un uomo a cui spetta un posto importante nella ultra centenaria avventura della nostra squadra, un professionista serio sotto la cui maglia batteva un vero cuore rossonero, un esempio di abnegazione ed attaccamento che merita di essere raccontata da chi, in quegli anni, l’ha visto scorazzare lungo quella fascia sinistra di cui è stato incontrastato padrone. Il 25 settembre del 1983 è la data in cui per la prima volta, allo stadio Olimpico di Roma, vidi il Milan giocare “dal vivo” in serie A, e quando al 44’ Maldera con il suo terrificante sinistro da fuori area trafisse il nostro Nuciari, non riuscii ad odiarlo neppure per un istante, a lui si poteva perdonare tutto…anche un gol contro il mio Milan, un gol come tanti ne aveva segnati con la nostra maglia! ------------------------------------------------------------------------------------------------------
del 12/11/2008

SIGNORE E SIGNORI….IL CALCIO!
Un paio di jeans, una camicia rosa ed un giubbotto di renna: è questa, in una notte d’agosto del 1995, l’ultima immagine che resta negli occhi dei tifosi del Milan di un Marco Van Basten che in lacrime, facendo il giro del campo, saluta per sempre il “suo stadio” ed il mondo del calcio. Nessuno a S.Siro e davanti alla televisione riuscì a trattenere una lacrima ed un groppo in gola davanti a quella scena. Nessuno poteva ignorare il fatto che si stava consumando un autentico “dramma sportivo”: un fuoriclasse all’apice della carriera che dopo due anni di strenui tentativi di recupero, si doveva arrendere ad un cinico destino che aveva deciso di rendere irreversibili i suoi infortuni alle caviglie martoriate dai suoi avversari. Era il “canto del cigno” di quello che può essere considerato, a ragione, uno degli attaccanti più forti e completi della storia del calcio. Di destro, di sinistro, di testa, in acrobazia, da dentro l’area e da fuori, di classe, di potenza, su rigore e su punizione: Van Basten ha fatto gol in tutti i modi e contro ogni avversario. Ma quello che più colpiva era il fatto che rappresentasse un mix perfetto di potenza, tecnica, classe, talento, eleganza e grandissima concretezza davanti alla porta: se esiste un Dio del calcio, si può tranquillamente dire che Marco Van Basten sia stato il suo esemplare di centravanti più riuscito. Del resto, il fatto che fosse un predestinato lo dimostrò il fatto che al suo esordio nell’Ajax (a 17 anni) entrò in campo al posto del suo idolo Cruijff segnando subito un gol. Trascorrerà con i lancieri 6 stagioni strepitose, mettendo insieme 152 gol in 172 partite disputate: mostruoso! Prelevato direttamente da Amsterdam col suo aereo privato dal presidente Berlusconi (strappandolo ad una cifra ridicola alla concorrenza della Fiorentina), Marcel (detto Marco) Van Basten (nato ad Utrecht il 31 ottobre 1964) nell’estate del 1987 arriva a Milano a comporre con Gullit il nascente Milan olandese che negli anni successivi avrebbe incantato il mondo. Al suo arrivo visse all’ombra di quell’ingombrante personaggio rappresentato da Ruud Gullit, ma ci mise pochissimo a far rendere conto a tutti che ci trovavamo davanti ad un autentico fuoriclasse. Cinque gol nelle prime quattro partite di Coppa Italia, gol all’esordio in campionato contro il Pisa ed una prestazione monstre nella gara di ritorno del primo turno di Coppa Uefa nella rimonta contro gli spagnoli dello Sporting Gijon. E’ con questo biglietto da visita che “il cigno di Utrecht” si presenta al suo nuovo pubblico. Non facciamo in tempo ad esaltarci che già cominciamo a conoscere la sua personale sfortuna: infortunio alla caviglia, operazione e sei mesi di stop. Il Milan di Sacchi, in sua assenza, comincia una rincorsa imperiosa al Napoli di Maradona, ma al suo ritorno è proprio Van Basten a segnare i gol decisivi per la conquista dell’undicesimo scudetto. Indimenticabile il giorno del suo ritorno in campo: il 10 Aprile del 1988 nella gara contro l’Empoli entra in campo al 46’ al posto di Virdis. Siamo 0-0 ed il Napoli perde in casa contro la Roma: non possiamo non vincere! Dopo 15 minuti dal suo ingresso, prende la palla al limite dell’area e da 20 metri fa partire un bolide che batte imparabilmente Drago. E’ l’apoteosi, una corsa con le braccia alzate, le mani sul volto ed un abbraccio lunghissimo e commosso col suo compagno Ancelotti. Una favola a lieto fine, avevamo ritrovato il nostro campione. Segnerà un gol decisivo anche nella storica partita del sorpasso il 1 Maggio al S.Paolo di Napoli. Alla fine dell’anno fu scudetto, il primo dopo otto stagioni di attesa. Il segnale del suo recupero completo si ebbe in quell’estate del 1988. Con la nazionale olandese disputa i campionati europei in Germania, e Van Basten strabilia il mondo! Coi suoi compagni di club Gullit e Rijkaard, trascina la sua Nazionale alla conquista del trofeo segnando 5 reti (capocannoniere), ma soprattutto passerà alla storia per aver segnato in finale contro l’URSS uno dei gol più belli di sempre: un tiro al volo da posizione impossibile sul palo opposto difeso da Dasaev. Cominciano da lì le quattro stagioni più esaltanti della sua avventura milanista. Segna sempre, segna ovunque, vince tutto con la sua squadra e vince tutto a livello individuale, trascina il Milan di forza e di classe in ogni situazione, fa impazzire i tifosi e soprattutto i suoi avversari. La stampa comincia a fare la conta dei difensori in attività che ancora non si sono fatti battere dall’olandese; sotto i suoi colpi cadono tutti i “mastini” di quegli anni: Kohler, Vierchowood, Ferri and company. Addirittura in un Torino-Milan, provocato fino all’inverosimile, fa impazzire a tal punto Pasquale Bruno (detto “o’animale”) che il malcapitato si rende autore di un clamoroso autogol! Sarebbe impossibile raccontare nei dettagli le gesta di quegli anni, troppo lungo l’elenco delle sue prodezze. E’ sufficiente dire che quando il Milan giocava, noi tifosi avevamo la sensazione che le partite non cominciassero mai da 0-0, perché eravamo convinti che Van Basten un gol l’avrebbe fatto comunque. Niente sembrava impossibile: nessuna partita oppure nessuna rimonta. Mi resi conto di quanto timore incutesse nei tifosi avversari quando nella stagione 89/90 andai a vedere il Milan impegnato al Flaminio contro la Roma in mezzo ai tifosi giallorossi (l’Olimpico era chiuso per i lavori di Italia 90). Avevo affianco un tifoso che ogni volta che Marco prendeva la palla ripeteva: “No, no Van Basten, per favore no”! Le sue preghiere non furono esaudite, doppietta di Van Basten ed il Milan vinse 4-0. Per non parlare di quella trasferta contro il Pescara di Galeone nel campionato 92/93: al 23’ del primo tempo perdevamo 4-2, ma al 37’, al 39’ ed al 73’ Van Basten realizzo tre gol bellissimi regalando al Milan una clamorosa vittoria in rimonta. La grandezza del “Nurejev rossonero” non consisteva nel fatto che segnasse tanti gol, ma che segnasse gol dal peso specifico enorme. Segnò gol in tutte le partite decisive del campionato, segnò gol in tutte le finali internazionali (ad eccezione delle finali di Coppa Intercontinentale, anche se memorabile fu la sua prestazione nella finale del ’90 contro l’Olimpia Asuncion). Ma il punto più alto della sua carriera Van Basten lo tocca nella stagione 1992/93. L’8 novembre ’92 al S.Paolo di Napoli il Milan vince 5-1 e 4 di questi gol portano la sua firma. Il 25 novembre il Milan affronta in Champions League il Goteborg: fu un autentico show! Van Basten serve il poker in tutti i modi possibili, tra cui una rovesciata spettacolare ed indimenticabile. L’impresa costrinse la giuria di France Football a consegnargli il Pallone d’oro, il terzo della sua carriera. Ma fu proprio qui, all’apice, che il destino decise di voltargli le spalle definitivamente. Subito dopo la consegna del Pallone d’oro decide di operarsi di nuovo alla caviglia malandata. Dopo numerose complicazioni riesce a tornare in campo ad Udine il 25 Aprile del 1993. La giornata successiva (il 9 Maggio) segnerà ad Ancona la sua ultima rete nel campionato italiano, mettendo il sigillo sul tredicesimo scudetto. Il 16 Maggio disputa contro la Roma la sua ultima ultima partita di campionato, mentre la sua ultima gara con la maglia del Milan la disputa a Monaco di Baviera il 26 Maggio 1993 nella finale di Champions League contro il Marsiglia persa per 1-0: Marco giocherà 85 minuti nonostante la caviglia dolorante. Qui si chiude la sua splendida avventura da calciatore. Nell’estate del ’93 si sottopone ad un nuovo intervento chirurgico e da qui avrà inizio una nuova agonia di due anni in cui, in tutti i modi, cercherà di recuperare per tornare a giocare. Ma non ci sarà niente da fare, si deve arrendere alla sfortuna ed alla sua maledetta cartilagine ed annunciare il suo ritiro, a soli 30 anni, in una conferenza stampa commovente. Si spegneva qui una carriera tanto bella quanto sfortunata. Il suo palmares da calciatore è impressionante. Con l’Ajax conquista 3 Campionati d’Olanda, 3 Coppe d’Olanda, 1 Coppa delle Coppe, una Scarpa d’Oro (1986), 3 volte il titolo di capocannoniere (’84, ’85 ed ’86) e sarà nominato 4 volte miglior giocatore del campionato Olandese, collezionando in totale 172 presenze e 152 gol. Con il Milan conquista 4 Campionati Italiani, 2 Coppe dei Campioni, 2 Supercoppe Europee, 3 Supercoppe Italiane, 2 Coppe Intercontinentali, vince 2 volte la classifica marcatori (’90 e ’92), 3 volte il Pallone d’Oro (’89, ’90 e ’92), 2 volte il World Soccer Player of the Year (’88 e ’92) ed una volta il Fifa World Player (’92). Disputerà in totale 201 presenze e realizzerà 124 gol. Con la Nazionale Olandese conta 58 presenze e 24 gol, conquistando il Campionato Europeo del 1988 insieme al titolo di capocannoniere della manifestazione (con 5 reti). Dal giorno del suo addio le cose non sono mai state come prima. Nonostante la sfilza di campioni che hanno raccolto la sua eredità, nessuno è mai riuscito a sostituirlo nei cuori del tifo rossonero. Campione inimitabile, classe cristallina, grande trascinatore e soprattutto grande professionista e grande uomo. Chi ha avuto la fortuna di vederti giocare con la nostra maglia può rivolgerti solo questa frase:
GRAZIE CAMPIONE, E’ STATO UN ONORE AVERTI TRA NOI!
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del 05/11/2008

IL GOL DI UNA PICCOLA SVOLTA !
Non fu la vittoria di uno scudetto né la conquista di un trofeo internazionale a far uscire dalle tenebre i tifosi del Milan nella prima metà degli anni ottanta…ma un gol, un semplice gol.
Alla conquista dello scudetto della Stella (1978/79) seguirono nell’ordine: un campionato decisamente anonimo che culminò con lo scandalo scommesse che condannò il Milan alla B, il primo campionato cadetto della nostra storia, un campionato di A (1981/82) orripilante terminato con una nuova retrocessione (questa volta maturata sul campo), il secondo campionato di B ed il ritorno in A nella stagione 1983/84 senza infamia e senza lode.
Cinque stagioni nerissime che ci portarono ad un ridimensionamento totale e che portò noi tifosi in un tunnel di cui non si intravedeva la fine. L’orgoglio di essere tifosi del Milan non venne mai meno, ma è innegabile che il nostro sguardo di fronte a quello dei tifosi delle grandi di quegli anni tendeva comunque ad abbassarsi.
Il 28 Ottobre del 1984 questo stato di frustrazione terminò. Il gol della vittoria (2-1) al 63’ minuto di quel Milan-Inter rappresentò la rinascita del tifoso rossonero, la fine di un incubo, la possibilità di tornare, dopo sei lunghissimi anni (dal 12/11/1978), a guardare dritto negli occhi i tifosi nerazzurri ed a ridergli in faccia. Quel gol lo segnò Mark Hateley con un imperioso stacco di testa su un perfetto cross dalla destra di Virdis. La soddisfazione fu ingigantita dal fatto che Hateley sovrastò di molti centimetri lo stopper dell’Inter Fulvio Collovati, ex idolo dei tifosi rossoneri che negli anni di difficoltà della nostra squadra pensò bene di tradirci passando al di là dei Navigli. Insomma, un pomeriggio perfetto (non esistevano all’epoca posticipi, anticipi e notturne di campionato), un risultato perfetto, una soddisfazione enorme, ma, soprattutto, la sensazione tangibile in ognuno di noi che il Milan stava tornando ai suoi livelli!
Mark Wayne Hateley (detto Attila) nasce a Derby (che segno del destino!!!), in Inghilterra, il 7 Novembre del 1961. Figlio d’arte ed attaccante di 186 cm per 81 Kg, comincia la sua carriera professionistica nel Coventry City, e dopo 5 anni (113 gare con 34 gol) passa al Portsmouth dove si mette particolarmente in mostra, segnando 25 gol in 44 partite.
Nell’estate del 1984 il presidente Farina affida la guida tecnica a Nils Liedhom, e decide di puntare su una nuova coppia di stranieri tutta inglese, formata da Mark Hateley e da Ray Wilkins (detto “the Razor”, il rasoio). Su Hateley i tifosi mostrarono qualche perplessità, più che altro legata al fatto che prima di lui altri due attaccanti britannici (Joe Jordan detto “lo squalo” e Luther Blisset) avevano deluso moltissimo le aspettative. Ed invece Attila ci mise pochissimo a far ricredere tutti ed a far sognare i tifosi. Già all’esordio in Coppa Italia ad agosto a Parma Mark segna il gol della vittoria finale. E non fu da meno l’esordio in campionato: al 61’ minuto di Milan-Udinese l’inglese segna il gol del momentaneo vantaggio dei rossoneri (2-2 il finale). “Collo d’acciaio” (come lo chiamava Carlo Pellegatti) si scatena alla terza giornata quando in sei minuti con due gol ribalta il risultato a favore del Milan contro la Cremonese. Ma non è finita: quinta giornata ed il Milan fa fuori la Roma (fortissima in quegli anni) grazie ai gol di Di Bartolomei ed Hateley. Dopo il pareggio di Napoli alla sesta, il Milan si presenta alla sfida con gli odiati cugini dell’Inter. Sono sei anni che il Milan non batte l’Inter nel derby (dal gol di Aldo Maldera nel derby di andata nell’anno della stella). L’inizio non promette nulla di buono. Dopo 10 minuti l’Inter va in vantaggio grazie ad un gol di spillo Altobelli, ed ancora una volta sembra che nella stracittadina non ci sia nulla da fare per noi. Invece no, stavolta no. Il Milan riesce a pareggiare alla mezz’ora con Diba e nella ripresa gioca una bellissima partita, cogliendo il giusto premio al minuto 63. A firmarlo, come detto, il grande stacco di Hateley. San Siro è in delirio, ed elegge l’attaccante inglese come suo nuovo idolo. Insieme a Virdis, Hateley forma una coppia d’attacco micidiale che fa sognare i tifosi.
Il Milan si presenta la domenica dopo a Torino contro il Toro per una sfida al vertice a cui non eravamo più abituati. Ma il destino sta, ancora una volta, per metterci il suo micidiale zampino. La partita è equilibratissima e sembra incanalata verso lo 0-0. Ma al 72’ la scena che nessuno di noi avrebbe mai voluto vedere: Hateley si avvicina alla panchina e fa capire che il suo ginocchio ha dei problemi. Il Barone Liddas non solo perde Hateley, ma nel finale perde anche la parita ed addio sogni di gloria.
L’infortunio non sembra gravissimo, è solo un problema di menisco, ma Mark da quel giorno non sarà più lo stesso. Stenta a recuperare, e sui giornali appaiono delle foto che lo ritraggono su un paio di sci a divertirsi in piena fase di rieducazione. Rientrerà alla fine del girone d’andata. Segna due gol nelle prime due gare del girone di ritorno (a Udine ed in casa con la Fiorentina), ma poi non entrerà più nel tabellino dei marcatori fino alla fine della stagione. Il Milan chiude il campionato bene, e per la prima volta a distanza di anni torna in Europa conquistando l’accesso alla Coppa Uefa (massimo traguardo raggiungibile in quegli anni). La stagione di Hateley si chiude con 28 presenze complessive (21 in campionato e 7 in coppa Italia) ed 8 gol (7 in campionato).
Per la stagione successiva (1985/86) la società decide di confermare la coppia di stranieri Wilkins-Hateley. L’inizio di Attila anche stavolta è folgorante. Tre gol nelle prime cinque giornate di campionato e, soprattutto due indimenticabili serate di coppa Uefa nei primi due turni della manifestazione. Nel primo turno affrontiamo i francesi dell’Auxerre, e dopo aver perso 3-1 in trasferta, il Milan gioca una partita perfetta nel ritorno: 3-0 secco ed uno dei gol (il secondo) porta la firma di Hateley.
Nei sedicesimi il Milan affronta i tedeschi dell’Est della Lokomotiv Lipsia. Partita d’andata a S.Siro. Il Milan spinge per tutta la partita ma non riesce a sfondare fino alla mezz’ora della ripresa, poi in due minuti l’apoteosi. Al 74’ segna Virdis su rigore, e due minuti dopo Hateley firma il gol del raddoppio. Indimenticabile la scena di Mark che esulta sotto la curva aggrappandosi alla traversa. Tutto sembra filare liscio, ma ancora una volta dura poco. Il presidente Farina ha seri guai con la giustizia e sta per portare sull’orlo del fallimento anche il Milan. E’ il caos più totale. La squadra gioca in un clima infernale, ed a dicembre il presidente, dopo la clamorosa eliminazione in Uefa dai modestissimi belgi del Waregem, viene duramente contestato dai tifosi. Da lì a due mesi la società verrà acquistata da Silvio Berlusconi. La squadra finirà la stagione in maniera mediocre (settima e fuori dall’Europa), ma nonostante tutto Hateley concluderà con un bottino complessivo di 11 gol in 30 partite giocate (8 in campionato, 1 in coppa Italia e 2 in coppa Uefa).
Mark viene confermato anche dalla nuova dirigenza per l’anno successivo (stagione 1986/87), ma la terza sarà la sua stagione peggiore. In un Milan che sta radicalmente cambiando pelle, il centravanti inglese fa una fatica bestiale a farsi largo. Segnerà solo 2 volte (alla decima ed alla ventiseiesima giornata), e l’impressione è che la sua avventura nel Milan stia per concludersi. Nel Milan olandese del futuro che sta per nascere per “Collo d’Acciaio” non c’è più spazio. Terminerà la sua avventura rossonera con questi numeri: 86 gare ufficiali disputate e 21 gol realizzati.
Nel 1987 si trasferisce al Monaco, dove rimane fino al 1990. In Francia disputa 68 partite e segna 24 gol, contribuendo nella stagione 1988/89 alla conquista del titolo francese.
La parte più esaltante della sua carriera l’ha trascorsa in Scozia con la maglia dei Rangers Glasgow. Gioca con gli scozzesi 218 partite segnando 112 gol, vincendo in sette stagioni 6 campionati, 4 coppe di Scozia ed 1 coppa di lega. E’ stato inserito di diritto nella Hall of Fame del prestigioso club scozzese.
Concluse la carriera con le maglie di Queens Park Rangers, Leeds United, ancora Rangers Glasgow, Hull City e Ross County.
Conta 32 presenze e 8 gol con la maglia dell’Inghilterra e 10 presenze ed 8 gol con l’Under 21.
Oggi Mark Hateley fa il commentatore sportivo ed è l’ambasciatore all’estero dei Rangers Glasgow.
Questa è la storia di un calciatore che non ha sarà mai ricordato per aver fatto la storia del Milan, ma che per noi tifosi rossoneri che abbiamo vissuto quegli anni, resterà per sempre l’uomo che con un gol bellissimo in un derby ci permise di liberarci di un incubo, ma soprattutto ci ha dato nuovamente la possibilità di affronatare a testa altissima i nostri rivali di sempre. Insomma, per molti di noi Mark “Attila” Hateley fu “l’uomo di una piccola svolta”.
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Presentazione - Nel dover spiegare, in queste poche righe, di cosa parleremo in questa rubrica, prendo a prestito una frase tratta da una lettera intitolata “Palermo città d’amare” di Rocco Gianchi che riporto testualmente: “Storia è perenne svolgimento, nell'organica continuità di momenti e di valori in cui il passato è premessa necessaria al presente, che a sua volta reca in sé i germi del futuro e genera tradizione, folklore e leggenda”. Quando oggi si parla di DNA Rossonero, ci riferiamo a qualcosa che va oltre (a ritroso) la cosiddetta “era Berlusconi” che ebbe inizio nel 1986. Nella sua storia il Milan è la prima squadra italiana ad aver vinto in campo internazionale (1963) ed è anche una delle poche squadre al mondo ad aver conquistato almeno un trofeo al di fuori dei confini nazionali in ogni decennio proprio a partire dagli anni 60 (2 Coppe Campioni, una Coppa delle Coppe ed 1 Coppa Intercontinentale negli anni 60; 1 Coppa delle Coppe negli anni 70; 2 Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale ed una Supercoppa Europea negli anni 80; 1 Coppa dei Campioni, 1 Coppa Intercontinentale e 2 Supercoppe Europee negli anni 90; 2 Coppe dei Campioni, 1 Mondiale per Club, 2 Supercoppe Europee negli anni 2000. Se si aggiungono i 27 trofei nazionali conquistati a partire dal secondo anno di nascita del club (1901 anno del primo Scudetto), ci rendiamo conto che la storia di questo club è stata da sempre ed ininterrottamente costellata di grandi successi. Molti sono stati gli eroi che hanno contribuito alle tante conquiste ricordate in precedenza, ma al viaggio ultracentenario del nostro Club hanno partecipato moltissimi altri uomini e calciatori che non hanno accostato i loro nomi agli allori vinti, ma che per impegno ed attaccamento alla Maglia si sono, comunque, conquistati un posto indelebile nella Nostra Storia. Andremo, quindi, a ricordare i nomi, le gesta, le partite ed i momenti indimenticabili vissuti, non tralasciando, peraltro, di gettare uno sguardo anche ai momenti bui della nostra esistenza da tifosi, perché in fondo, per capire bene chi siamo oggi e chi saremo domani, non possiamo mai dimenticarci chi eravamo ieri e da dove veniamo. I numerosi anni passati nell’ombra servono ad apprezzare ed a valorizzare ancor di più i successi conquistati, poiché è proprio vivendo questi momenti che non faremo mai venire meno quella fame di successi che ci deve animare verso le conquiste future. Benvenuti, quindi, nel lungo viaggio della nostra memoria
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