TP - Milan e Milanista
Martedì 18 Ottobre 2011 22:01 stendardoIl Milan non è una squadra, non soltanto…

Il Milan è un “modus vivendi”. Scusate il latino, non lo faccio più, perché mi sembrerebbe d’essere Brera e non voglio.

Il Milanista, ricco o povero, bello o brutto, padrone od operaio, plurilaureato o analfabeta, tombeur de femmes o respinto, ha una consapevolezza che è solo sua, che costituisce la sua ricchezza, il suo Credo Calcistico unico e irripetibile.

Il Milanista sa che la sua Squadra ha vinto tantissimo di suo, tutto

Il Milanista sa che la sua squadra non ha mai avuto nulla gratis e se ne rallegra, poiché il Milanista non ha bisogno d’elemosine; l’elemosina è la condizione della povertà, e il Milanista, quand’anche non possedesse nulla, è ricco dentro. Se non possiede nulla vivrà di frutta selvatica, oppure pescando con le mani, ma il Milanista non è e non sarà mai un accattone dello spirito.

Il Milanista è sempre un signore, sia che possieda un impero, sia che viva sotto i ponti. Le ricchezze sono fatte d’oggetti materiali, la signorilità è una condizione impagabile interiore: c’è chi ce l’ha e chi non ce l’ha. Il Milanista ce l’ha

Essere Milanisti non vuol dire essere fanatici che urlano il nome di una squadra; tutti sono capaci.
Essere Milanisti è un onore; sia anche un impegno di mostrare agli altri cosa vuol dire essere Milanisti


Il Milanista è sempre presente alle sue azioni, è attento, valuta quando occorre vagliare, agisce quando si deve procedere. Quando sbaglia prende nota per non ricadere, ma non sprofonda mai nella depressione; quando si muove correttamente cerca lo stesso i lati perfettibili, si rallegra del risultato senza esaltarsi troppo, e poi passa al problema successivo.

Il Milanista vive nel mondo reale senza troppi rimpianti per il pianeta violento e ingrato, per l’epoca sbagliata, per i troppi cattivi ecc. che ci sono sempre stati.

Il Milanista non è un fanatico sognatore di ghigliottine per il desiderio di “migliorare” il prossimo “Homo homini lupus” diceva Hobbes, e riscusate il latino: ma ciò vuol dire che sono sempre esistiti gli armenti e i predatori.
Mentre gli “altri” passano il tempo a cavillare sul futuro remoto e rimpiangono e maledicono il passato perché è passato senza lasciare loro nulla, il Milanista sa che passato e futuro sono solo parole.

Il Milanista, anche quando rivive i trionfi del passato, è consapevole che si tratta d’astrazioni della memoria, e non si lascia annichilire l’animo dai ricordi, belli o brutti.

Il Milanista, anche quando teme il futuro, non si abbandona ad atteggiamenti stomachevoli; quelli vanno bene per i mendicanti dello spirito

il Milanista pensa, progetta, agisce. Così, semplicemente così; e se le cose vanno male non si abbassa all’isteria, non si piange addosso, non si umilia, poiché è consapevole che darebbe soddisfazione ai pezzenti che lo odiano, e sa che lo odiano poiché lo invidiano, e sa anche che lo invidiano poiché sanno bene che la nostra storia, la nostra rettitudine, la nostra coscienza-consapevolezza sono per “loro” irraggiungibili, sono una sorgente ricca e fresca, ben visibile eppur lontana, cui non potranno mai estinguere la loro arida, misera bassezza.

Noi siamo la Squadra che non è mai stata nelle grazie dei parrucconi di Palazzo.

Noi siamo la Squadra che è stata derubata molto, e non ha rubato mai (e se l’ha detto il giornale di Rifondazione comunista c’è da credergli; non parlavano con ironia).

Noi siamo la Squadra che ha affrontato coincidenze avverse sempre e comunque (solo un esempio: le due trasferte sudamericane per l’Intercontinentale per noi furono un massacro, mentre i cugini trovarono due volte una squadra di calciatori seri, l’Independiente).

Noi siamo la Squadra che ha subito furti vergognosi all’ultima giornata delle stagioni 1971/72 e 1972/73 e che è stata punita per aver protestato.

Noi siamo la Squadra che ha subito una fanatica guerra, durata undici anni, affinché non arrivasse a fregiarsi della stella.

Noi siamo la Squadra punita nel 1980 per aver fatto meno brogli di tutte le altre.

Noi siamo la Squadra che nel 1982 subì, sempre all’ultima giornata, tripla ingiustizia:
“errori” arbitrali a nostro danno e contemporanei “errori” a favore del Cagliari e del Genoa che si giocavano con noi la salvezza.

Noi siamo la Squadra che si vide assegnare sconfitte a tavolino per fatti banali al fine di arginare la nostra corsa verso lo scudetto: nel 1987/88 non riuscirono nello scopo, due anni dopo ci sgambettarono.

Noi siamo la Squadra che, sempre nel 1990, si vide assegnare il giustiziere Rosario Lo Bello, con l’incarico esplicito di demolirci in un Verona-Milan (eseguito: tre espulsi in campo, espulso Sacchi e scudetto al Napoli) su richiesta di Ferlaino e Moggi, il tutto dichiarato dallo stesso Ferlaino al Mattino di Napoli pochi anni fa e prontamente messo a tacere.

Noi siamo la Squadra che trascorse due anni e mezzo senza ricevere un calcio di rigore a favore (ricordate il Milan stellare che giocava sempre nell’area avversaria? Appena atterravano uno dei nostri si levava l’urlo: “non vogliamo rigori, facciamo da soli”).

Noi siamo la Squadra che a Marsiglia avanzò la legittima richiesta di sospendere la partita, essendosi spenti oltre il 40% dei riflettori; Galliani decise di uscire dopo che l’arbitro lo provocò indicando gli occhi, come a fargli capire di mettersi gli occhiali; siamo passati dalla parte della ragione a quella di uno pseudo torto e bastonati con accanimento “terapeutico”.

Noi siamo la Squadra che fece scoppiare lo scandalo dei passaporti e che subì l’osceno tentativo di farla passare da accusatrice a colpevole.

Noi siamo quelli che ingiustamente hanno pagato Calciopoli e che, il Dio del Calcio, ha ripagato con Atene 2007

Noi siamo questo, Civiltà classica contro l’era delle caverne.

Siamo Milanisti con consapevolezza, viviamo la nostra condizione e l’immensa storia con partecipazione e siamo orgogliosi della nostra squadra, e ci comportiamo da Milanisti. Per chi vuole essere villano e meschino ci sono tante altre squadre: ha solo l’imbarazzo della scelta.

Essere Milanisti è un onore; vediamo di meritarcelo
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