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di redblack64
PARTE I
Reggio Emilia è una città di relativamente modeste dimensioni, lì nel centro dell'Emilia Romagna, compressa tra città più grandi e/o più importanti come Parma, Modena, Ferrara e Bologna.
Qui i "sei gradi di separazione" sono decisamente eccessivi, di gradi ne basta uno solo, perchè per interposta persona ci si conosce più o meno tutti.
Nei primi anni settanta, quando io ero bambino, Reggio era sostanzialmente un paesone e la squadra locale, la Reggiana, aveva sempre navigato tra serie B e serie C, senza aver mai partecipato ad un campionato di A (ci arriverà nei primi anni 90 per un totale di tre stagioni). Per tradizione, come nella maggior parte delle città della provincia italiana, tutti i reggiani che seguivano il calcio avevano nel cuore due squadre, la Reggiana e una squadra di serie A che quasi immancabilmente era una delle tre grandi (Milan, Inter o Juve).
Fino agli 8 anni circa non mi ero mai interessato al calcio, nonostante in famiglia ci fossero calciofili convinti.
La mia situazione famigliare era un pò particolare.
Mio padre, vedovo e già con un figlio grande, aveva sposato in seconde nozze mia madre, molto più giovane di lui, ed era morto quando io avevo solo 5 anni.
Papà era uno "sportivo", nel senso che seguiva volentieri il calcio, andava a vedere la Reggiana, ma non tifava per nessuna squadra di serie A, limitandosi ad apprezzare quelle squadre che "giocavano bene".
Mio fratello, più vecchio di me di 20 anni, è sempre stato un accanito tifoso juventino.
Quando cominciai ad interessarmi al calcio, argomento che appassionava molto i compagni di scuola, fu principalmente tramite le figurine Panini (erano ancora gli ultimi album con le figurine non adesive, da incollare con la Coccoina).
Ben presto cominciarono a farmi la fatidica domanda "che squadra tieni?".
Nei primi tempi mi limitavo a rispondere "nessuna", ma intanto avevo cominciato a guardare qualche partita in tv e la Domenica mio fratello aveva iniziato a portarmi con sè alla partita della Reggiana.
La scelta ovvia sarebbe stata la Juve, vista la passione di mio fratello, al quale ero molto legato, per quei colori.
Ma le maglie che mi avevano ipnotizzato dall'album della Panini avevano strisce rossonere e il giocatore che mi aveva stregato alla tv si chiamava Gianni Rivera.
La decisione era presa: ero milanista.
PARTE II
 E quindi sono un tifoso del Milan, la stagione è 1972-73, e il Milan sta andando fortissimo, nonostante gli arbitri (vedasi gol annullato a Chiarugi in Lazio-Milan).
A Salonicco si vince la Coppa delle Coppe e l'eroe della serata è un ragazzo che viene dalla provincia di Reggio, William Vecchi da Scandiano.
Ma poi, inaspettata, arriva la fatal Verona.
Ricordo che quella notte mi addormentai piangendo.
La stagione successiva è un mezzo disastro, settimi in campionato, in Coppa delle Coppe si arriva in finale ma si perde 2-0 dal Magdeburgo, addirittura un 1-5 contro l'Inter (che arriverò a considerare pienamente vendicato solo 27 anni dopo).
A quell'epoca molti mi consigliano di cambiare squadra, ma nonostante la giovane età ed una certa tendenza a farmi influenzare su tante cose, su questa non mollo, ormai il rossonero mi è entrato nella pelle.
Oltre a Rivera, mi affeziono soprattutto ai giocatori giovani, che vengono dal vivaio.
In particolare, in un Bologna-Milan 1-1 fece un gol strepitoso Francesco Vincenzi (ecco spiegato l'arcano, Max) che divenne per un pò il mio "totem" personale.
Il "successore" di Vincenzi avrà ben altro spessore.
Nel 1976 e soprattutto 1977 seguii con particolare interesse il torneo di Viareggio, in quanto il Milan schierava Vincenzi e il nuovo baby goleador Gaudino; rimasi incantato da un ragazzino di pochi anni più vecchio di me e molto più giovane della maggior parte degli altri partecipanti che giocava in difesa: il mio nuovo idolo si chiamava Franco Baresi.
Fui molto contento quando la stagione successiva esordì in serie A sul finire della stagione, ed ancora di più quando seppi che il Milan cedeva Turone per fare spazio proprio a Baresi, che Liedholm aveva deciso di promuovere titolare fin dall'inizio della stagione 1978-79.
1978-79: che anno emozionante!
Le medie sono finite nell'anno scolastico precedente e dopo 7 anni (dalla seconda elementare alla terza media) in un istituto privato gestito dalle suore (non per disponibiltà finanziarie della famiglia, anzi per il motivo contrario...
Le suore in questione erano in ottimi rapporti con mia madre, ora vedova e operaia, e vollero a tutti i costi darle una mano, visto che le scuole a tempo pieno ancora non c'erano, almeno a Reggio) arriva l'impatto con le Superiori e la scuola pubblica.
Pesantissimo, ma riesco a gestirlo meglio di quanto avrei immaginato e a inserirmi con più facilità del previsto.
E nello stesso anno arriva il momento tanto atteso: lo scudetto della stella.
E il passaggio di consegne definitivo, nel mio pantheon personale, da Rivera a Baresi.
PARTE III
Nell'estate che precedette lo scudetto della stella, vidi il Milan dal vivo per la prima volta.
Per il precampionato era infatti stata programmata un'amichevole Reggiana-Milan.
Non appena ebbi notizie dell'evento mi misi a caccia dei biglietti.
A quell'epoca la Reggiana militava in serie C, quindi l'arrivo di una "grande" come il Milan costituiva un'occasione molto importante.
Il problema biglietti fu risolto con un "giro" in bicicletta tra tutte le abituali prevendite, e con una lunga e paziente fila al punto vendita che aveva ricevuto i biglietti.
Il giorno della partita passai gran parte della giornata nei pressi dell'Hotel Astoria (allora il più quotato della città) nella speranza di riuscire ad assistere all'arrivo del pullman della squadra.
L'attesa fu premiata ed ebbi l'occasione di vedere da vicino i ragazzi per la prima volta.
Purtroppo non fu possibile avvicinarsi più di tanto, perchè si era radunata una discreta folla e la zona di discesa dal pullman era stata transennata.
Nel 1978 la Reggiana giocava al vecchio "Mirabello", stadio già allora piuttosto vetusto (gradinata sud e distinti erano ancora in legno), incastrato tra i palazzi e situato a poche centinaia di metri dal centro storico.
Quella sera il Mirabello scoppiava di gente, io ero emozionatissimo e cercavo di imprimere ogni immagine ed ogni azione nella mia memoria. Sorprendentemente, vinse la Reggiana, 1-0. A pochi minuti dalla fine segnò Francesco Romano, un ragazzino da poco inserito in prima squadra, nato a Napoli ma residente a Reggio dall'età di 3 anni, cresciuto nelle giovanili, che più avanti sarebbe passato proprio al Milan.
A fine partita, prima di rientrare negli spogliatoi, Gianni Rivera si fermò dai tifosi per firmare autografi, io riuscii a farmi largo tra la folla e a fargli firmare il biglietto della partita (attualmente dovrebbe trovarsi a casa di mia madre, in un grande cassettone dove sono conservate le fotografie e i ricordi di quei tempi, insieme agli autografi di altri grandi sportivi che transitarono per Reggio in quegli anni, come Adriano Panatta e Sara Simeoni).
Nel campionato che seguì il Milan conquistò la stella.
Forse per scaramanzia, l'anno successivo fu nuovamente inserita nel programma del precampionato l'amichevole Reggiana-Milan. Rivera si era ritirato, e questa volta la mia attenzione era rivolta al pezzetto di stoffa tricolore, ora sormontato da una stella, in bella mostra sulle maglie dei nostri.
I biglietti che avevo trovato non erano buoni come quelli dell'anno precedente, ed io ero sistemato in piedi dietro una delle due porte.
Fui comunque premiato da una visuale ravvicinatissima del gol di Fabio Capello che diede la vittoria al Milan per 1-0.
Tuttavia, come la sconfitta dell'anno prima era stata il prologo di una stagione che si sarebbe rivelata trionfale, la vittoria nel precampionato della stagione 1979-80 era il preludio all'arrivo di tempi molto, molto cupi.
PARTE IV
Il 1980 per me fu un anno particolarmente difficile.
All'inizio dell'anno a mia madre fu diagnosticata una stenosi mitralica, ed iniziò una serie di esami e verifiche per valutare la necessità di un eventuale intervento chirurgico per la sostituzione della valvola mitrale.
Si aprì pertanto un lungo periodo di preoccupazione, tensione ed incertezza.
Io avevo 15-16 anni, e stavo attraversando quel periodo un pò particolare che passano tutti gli adolescenti, cambiavano interessi e priorità e, con l'avvento delle scuole superiori e della "motorizzazione" (con conseguente allargamento del "raggio d'azione"), cambiavano anche compagnie ed amicizie.
Ovviamente io ero molto legato a mia madre, essendo già rimasto orfano del papà in tenera età, e quindi la mia, più che preoccupazione, era vera e propria angoscia; un'intervento a cuore aperto non è uno scherzo nemmeno oggi, e a maggior ragione non lo era a quei tempi.
Dal calcio non arrivò consolazione, anzi, tutt'altro.
All'inizio della primavera la polizia si presentò in alcuni stadi italiano e vennero prelevati alcuni giocatori, tra cui Albertosi e Giorgio Morini del Milan.
Era scoppiato lo scandalo del "calcioscommesse".
Dalle cronache il coinvolgimento del Milan era chiaro ed inequivocabile, anche se pareva che moltissime squadre fossero nei guai.
Alla fine le sentenze decretarono che a pagare per tutti sarebbero state Milan e Lazio (unico incontro, tra quelli oggetto di indagini, che non fosse finito con un pareggio) che furono retrocesse in serie B, mentre alcune altre squadre vennero penalizzate nel campionato successivo.
Altre squadre, che sembravano ampiamente coinvolte da quello che si era letto sui giornali, uscirono misteriosamente illese dalla vicenda (una in particolare, con la maglia a striscie bianconere).
La domenica che fu data notizia di quanto stava accadendo, mi trovavo a casa dei miei cugini, interisti di ferro per tradizione famigliare.
Fu la prima volta che sentii il discorso su come l'Inter fosse la squadra più pulita ed onesta di tutte, e già allora la cosa mi fece girare non poco i cosiddetti.
La retrocessione in B fu un boccone amarissimo, il verificarsi di qualcosa che, ai miei occhi di ragazzino, faceva parte del regno dell'impossibile.
Per la cronaca, mia madre fu operata nel Gennaio 1981, con esito positivo.
Tuttavia, l'annus horribilis 1980 non era ancora finito.
La sera dell'8 Dicembre (in Italia erano già le prime ore del 9, in verità) a New York, un certo Mark David Chapman uccise a colpi di pistola John Lennon.
Io avevo iniziato ad interessarmi di musica da un paio di anni, proprio innamorandomi della musica dei Beatles.
Per l'ennesima volta quell'anno boccheggiai letteralmente quando sentii la notizia. In quel periodo adolescenziale Lennon rappresentava per me qualcosa di più di un idolo, era quello che si può definire un "role model".
Ma questa è un'altra storia.
PARTE V
Della retrocessione, in qualche modo, mi feci una ragione.
Smisi di comprare il "Guerin Sportivo" e mi misi a leggere il mensile "Tutto B e C".
Le trasmissioni televisive sportive (novantesimo minuto, domenica sprint, la domenica sportiva) iniziavo a guardarle quando erano già iniziate da tempo, tanto della serie B parlavano molto più avanti.
Aprivo la Gazzetta dello Sport più o meno a metà del giornale.
Insomma, mi disinteressai completamente di quello che succedeva in serie A (ancora oggi non ho idea di come si svolse il campionato di A 80-81) e mi comportai come se l'unico campionato di calcio in corso fosse quello di serie B, anche se seguire a distanza le vicende rossonere, in quell'età della pietra senza computer e nella quale "internet" era una parola sconosciuta con un suffisso fastidioso, era molto più complicato di prima, visto il minor spazio concesso dai mezzi di comunicazione.
La maggior parte dei giocatori più importanti era rimasta al Milan, che quindi partecipò a quel campionato forte di un tasso tecnico nettamente superiore a quello delle altre squadre conquistando la promozione senza troppi patemi, anche se non mancò qualche "incidente di percorso".
Alla vigilia del campionato 1981-82 ero carichissimo.
Finalmente si tornava in serie A. Inoltre, l'anno prima la federazione aveva "riaperto le frontiere" permettendo nuovamente il tesseramento di giocatori stranieri (era stato vietato, mi pare, verso la fine degli anni 60, consentendo di continuare a giocare in Italia solo a chi già vi giocava) per la prima volta nella mia breve storia di tifoso (limite di un solo giocatore straniero e solo in serie A).
Non solo... Era stato introdotta la possibilità di mettere sulle maglie il marchio di uno sponsor, e anche questa era una curiosità stuzzicante che contribuiva a far percepire il ritorno in serie A come un nuovo inizio.
Il Milan cercava il primo straniero del nuovo corso e lo individuò nel belga Jan Ceulemans, quotato centrocampista che aveva raggiunto la finale con la sua nazionale agli europei del 1980, perdendo contro la Germania Ovest (e sì ragazzi, allora era così, si precisava sempre Germania Ovest e Germania Est).
Sembrava tutto fatto ma poi il giocatore addusse motivi familiari ed il trasferimento saltò (quasi una specie di caso Cissokho al contrario, insomma), ed il Milan virò sul centravanti scozzese Joe Jordan. Joe era soprannominato "Lo squalo"; aveva perduto diversi denti dell'arcata superiore in uno scontro di gioco e quando giocava si toglieva la protesi.
Quando esultava la sua bocca aperta mostrava il grande spazio vuoto in mezzo e i denti laterali parevano zanne.
Inquadrato di fronte sembrava la locandina del famoso film.
Il primo sponsor del Milan fu la "Pooh Jeans" e la scritta campeggiava sulle nuove maglie, sulle quali già dalla fine della stagione 1979-80 era stato introdotto il nuovo marchio, che non avrà vita lunghissima (il diavoletto stilizzato che fa da avatar a pifa86).
Non ricordo se fu nella stagione 81-82 o nella precedente in serie B che fu tentato l'esperimento di scrivere i nomi dei giocatori sulla maglia (prima volta in Italia), abbandonato dopo poche partite.
Comunque, in quell'estate 1981-82 tutto sembrava nuovo e scintillante, i giornali pronosticavano per noi una probabile qualificazione UEFA (all'epoca solo la vincente del campionato andava in Coppa Campioni, mentre dalla seconda alla quinta classificata partecipavano alla UEFA, e la vincente della Coppa Italia faceva la Coppa delle Coppe), ed eventualmente un ruolo da outsider per lo scudetto, e la serie B sembrava solo un brutto incubo archiviato per sempre. Ma non era così.
PARTE VI
 La stagione 1981-1982 tradisce rapidamente le attese, per un concatenarsi di eventi negativi quali problemi societari, problemi tra squadra e allenatore (Radice) e l'assenza prolungata di Franco Baresi a causa di una rara e strana malattia che a un certo punto sembra poter addirittura compromettere il prosieguo della carriera.
Il Milan naviga nei bassifondi, incredibilmente a rischio di retrocessione sul campo.
La società viene acquistata da Giussy Farina (personaggio strano e in un certo senso un pò precursore di un certo tipo di "avventuriero" che si incontrerà sempre più spesso nel calcio italiano negli anni successivi) in precedenza proprietario del Vicenza, famoso per aver strappato Paolo Rossi alla Juventus nella risoluzione alle buste della comproprietà prima dello scandalo scommesse, offrendo quasi 2,6 miliardi di lire per la metà con una valutazione, allora da record, di oltre 5 miliardi (con un'idea originale per rientrare dall'investimento, concedere il giocatore in prestito oneroso ogni anno al miglior offerente, all'epoca dello scadalo scommesse Rossi era in prestito al Perugia).
Con il Milan in fondo alla classifica Radice viene esonerato e sostituito da Italo Galbiati, la squadra viene pesantemente contestata dai tifosi, con lanci di pietre (colpito in testa Collovati) dopo una brutta sconfitta a Como.
All'ultima giornata il Milan deve necessariamente vincere a Cesena, sperando in una combinazione positiva degli altri risultati ed in particolare nella sconfitta del Genoa a Napoli.
Un amico più grande ha già la macchina e ha modo di trovare un paio di biglietti.
Cesena non è lontana, andiamo.
La tensione è tangibile.
A Cesena mangiamo un panino al bar, è pieno di ultras milanisti un pò incazzosi; a un certo punto un "locale" si rivolge a un gruppetto di ultras (peraltro romagnoli o emiliani) e dice, scherzando, che tanto il Milan perderà.
Uno degli ultras lo guarda con gli occhi spiritati e gli dice "Se il Milan incòo al pèrd, av bruzòm la zitèe... La zitèe con vuèter deinter,,," (Se il Milan oggi perde, vi bruciamo la città... La città con voi dentro...").
Al che cala un silenzio di tomba.
La partita si gioca in un'atmosfera surreale, dopo pochi minuti arriva la notizia che il Genoa è in vantaggio a Napoli e il Bologna vince ad Ascoli.
Siamo praticamente già in B.
Oltretutto alla fine del primo tempo segna il Cesena.
Non comincia meglio la ripresa con il Cesena che fa il 2-0, ma poi in rapida successione accade un pò di tutto, il Napoli pareggia e passa in vantaggio, l'Ascoli pareggia sul Bologna e nel giro di un quarto d'ora segnano Jordan, Romano e Antonelli rovesciando il risultato in un 3-2 per il Milan.
Lo stadio sembra un girone dantesco, tra i cesenati che si lamentano di presunti torti arbitrali e i milanisti che fanno un casino pazzesco.
L'Ascoli segna il gol della vittoria sul Bologna, e arriva il fischio finale.
Siamo salvi! Siamo salvi!
Noi pochi milanisti del settore distinti ci abbracciamo saltando e gridando di gioia.
Mentre cominciamo a scendere per uscire, però, arriva la doccia fredda.
A Napoli la partita è cominciata in ritardo, si gioca ancora, e il Genoa ha pareggiato.
Il percorso fino all'uscita viene fatto in silenzio e con l'orecchio alla radiolina.
Mentre usciamo dallo stadio veniamo a sapere che a Napoli è finita 2-2.
Si torna in serie B.
La seconda retrocessione non dà lo stesso senso di attonita incredulità della prima, ma in un certo senso è ancora più amara, essendo avvenuta sul campo.
Mentre torniamo a casa in auto, qualcuno alla radio parla di "strane" circostanze sul gol del pareggio del Genoa a Napoli.
Non ci faccio caso più di tanto, guardo fuori dal finestrino l'estate che arriva e mi preparo a un'altra stagione all'inferno.
PARTE VII
L’estate del 1982 fu molto particolare.
C’era il dispiacere di un Milan nuovamente retrocesso, ma si trattava della mia ultima estate da studente.
Nei primi anni 80 continuare gli studi fino alla laurea non era cosa così comune come oggi, nemmeno al Nord.
La maggior parte delle famiglie non poteva permettersi a cuor leggero di supportare il mantenimento dei figlioli mentre questi frequentavano l’Università, e, di contro, faceva comodo, dopo anni di sacrifici per tirare su la prole, poter finalmente contare su nuove entrate in famiglia.
Questo valeva anche in una città sempre nei primi posti nelle classifiche di reddito pro-capite e di qualità della vita come era Reggio Emilia in quegli anni.
La mia classe di quinta superiore, ad esempio, era formata da 19 persone, solo 2 delle quali continuarono a studiare dopo il diploma.
Non era poi così importante, all’epoca il diploma era solitamente documento più che adeguato a permettere di trovare un discreto posto di lavoro in tempi ragionevoli e consentiva di accedere alla maggior parte dei mestieri, visto che erano relativamente pochi i settori dove era necessariamente richiesta la laurea.
A dire il vero a me sarebbe piaciuto continuare a studiare, magari lettere o psicologia, ma la mia situazione familiare, come unico figlio di madre vedova ed invalida (dopo l’operazione al cuore), richiedeva di iniziare a portare a casa uno stipendio il più presto possibile (più avanti la stessa situazione sarebbe comunque venuta buona per “salvarmi” dal servizio militare).
Quindi sapevo perfettamente che quella era l’ultima estate da “uomo libero” e cercai di godermela comunque al massimo.
A campionato da poco finito Farina cedette Collovati, il capitano del Milan appena retrocesso, all’Inter.
Sapevamo tutti benissimo che Collovati se ne sarebbe andato; era titolare fisso della Nazionale e non aveva nessuna intenzione di farsi un altro giro in serie B, ed inoltre i rapporti con la tifoseria erano piuttosto tesi dopo la contestazione di Como e le accuse di scarso impegno ed eccessiva attenzione all’immagine addebitate a Fulvio.
La botta per i tifosi fu la destinazione: il capitano del Milan ceduto all’Inter, accidenti!
E felicissimo di andarci, per giunta.
Se non vado errato fu uno scambio di prestiti con diritto di riscatto e al Milan arrivarono Canuti, Pasinato ed un giovanissimo Aldo Serena (trattandosi di Farina, ça va sans dire, Collovati fu poi riscattato dall’Inter, mentre i tre di cui sopra, sebbene Serena avesse mostrato ottima stoffa, se ne tornarono all’Inter alla velocità della luce).
Eravamo anche un po’ in ansia per Baresi, l’altro milanista nel giro della nazionale (e nei ventidue che Bearzot stava per portare ai mondiali), ma fu presto chiaro che Franco sarebbe rimasto e sarebbe diventato il nuovo capitano.
Il confronto tra il “traditore” Collovati e Franco Baresi, che per la seconda volta accettava di scendere in B con il Milan, contribuì a fare di Baresi il “santino” dei tifosi rossoneri (per me comunque già lo era fin dall’esordio).
Tuttavia quell’estate fu particolare anche perché, contro ogni pronostico, l’Italia vinse i mondiali.
Mi rendo conto che la maggior parte degli utenti di questo forum non era ancora nata o aveva da poco smesso il passeggino quando si verificarono questi eventi.
So benissimo che sono cresciuti con le squadre italiane che arrivavano regolarmente in finale nelle coppe europee, con i palloni d’oro che giocavano tutti in Italia e con il campionato più bello del mondo, e così via.
A quei tempi tuttavia la situazione era molto diversa.
La chiusura delle frontiere era servita a rimpolpare e sfruttare i vivai, ma il prestigio internazionale del calcio italiano era ai minimi storici.
La nazionale era stata sostanzialmente in “coma” per tutti gli anni 70, dopo la finale mondiale in Messico, e nonostante un sorprendente quarto posto ai mondiali 1978, da tutti salutato come un clamoroso successo.
Il quarto posto era stato conquistato anche agli europei 1980, ma lì si trattava del “minimo sindacale” visto che eravamo il paese organizzatore.
Le italiane nelle coppe uscivano spesso al primo o al secondo turno, arrivavano in finale raramente e ancora più raramente vincevano.
Tra il 1973 e il 1982 le affermazioni internazionali consistevano nella coppa delle coppe vinta dal Milan nel 1973, in una coppa UEFA vinta dalla Juve nel 1977 e nella Mitropa (!) vinta dal Milan nella stagione da poco conclusa.
Per i ragazzi della mia generazione il mito a livello di nazionale era Italia-Germania 4-3, e la possibilità che gli azzurri vincessero i mondiali era, nel nostro immaginario collettivo, di pochissimo più probabile dell’arrivo di un nuovo Diluvio Universale. Eppure successe, e l’incredulità rese i festeggiamenti ancora più scatenati.
L’unico neo era che, dei due milanisti che partecipavano a quella spedizione, uno non giocò mai e l’altro era già stato venduto all’altra squadra di Milano.
PARTE VIII
Nel fatto che il Milan dovesse partecipare al campionato di serie B nella stagione 1982-83, qualcosa di positivo c’era…
La Reggiana, che nella precedente stagione in B del Milan giocava in serie C, era nel frattempo salita di categoria e pertanto, per la prima volta, il Milan avrebbe fatto visita al “Mirabello” con i due punti in palio (ai tempi non c'erano i tre punti per la vittoria).
La stagione 1982-1983 fu molto diversa dal precedente passaggio nella serie cadetta.
Pur con tutto il male che si può dire del personaggio Farina, va dato atto che la costruzione della squadra fu veramente progettuale, privilegiando il lancio di giovani cresciuti nel vivaio, come Battistini, Icardi, Evani e Incocciati, e con l’inserimento dei tre interisti e di Vinicio Verza.
La squadra fu affidata a Castagner che lavorò con profitto sull’aspetto del gioco, costruendo un’autentica macchina da gol; ne arrivavano a grappoli, e a fine stagione furono 77 (in 38 partite).
Era una squadra davvero divertente da veder giocare, e questo ripagava in parte l’amarezza della B.
La Reggiana aveva un nuovo presidente molto volonteroso, generoso e ambizioso.
Purtroppo era molto simile al primo Moratti: carrettate di soldi spesi e risultati terrificanti.
Quell’anno aveva allestito una rosa sulla carta fortissima, che comprendeva diversi giocatori che poi avrebbero fatto carriera in serie A, alcuni anche ad alto livello, come Andrea Carnevale e Alberto Di Chiara.
I giornali locali avevano caricato al massimo l’ambiente che si aspettava davvero di lottare per la promozione in serie A.
Invece successe un po’ di tutto, ci furono seri problemi disciplinari interni alla squadra, e si finì addirittura per retrocedere di nuovo in serie C (dove avremmo continuato per alcune stagioni a spendere e spandere senza ottenere alcunché).
Per me, milanista sfegatato di provincia, si presentava per la prima volta la dicotomia che Tognazzi avrebbe così ben descritto qualche anno dopo a proposito dello stesso Milan e della sua Cremonese.
Si trattava di uno scontro tra “moglie” e “amante”. Il dubbio non rimase a lungo, il cuore rossonero prevalse facilmente su quello granata.
Il calendario aveva sistemato Reggiana-Milan verso la fine del campionato, il 22 maggio 1983. Io e il solito amico decidemmo di evitare entrambe le curve: eravamo troppo “locali” per unirci ai milanisti e preferivamo evitare di esultare all’eventuale gol del Milan sotto gli occhi degli ultras granata.
Ci sistemammo nei “distinti” come a Cesena.
Fu una partita splendida, il Milan mise in mostra un gioco esaltante e la Reggiana tentò coraggiosamente di ribattere colpo su colpo.
Noi esultavamo ad ogni gol del Milan, ma negli immediati paraggi non c’erano rossoneri, e quindi ci guadagnavamo gli sguardi torvi dei nostri vicini di posto.
Il Milan vinse 3-2, segnarono Battistini e Incocciati, e Icardi fece un gol “da paura” con una bordata da fuori area.
Fu una grande soddisfazione, perché con quella vittoria il Milan conquistò matematicamente la promozione in serie A con quattro giornate di anticipo.
Fu una grande settimana, quella, il Guerin Sportivo, che trattava in modo blandissimo la serie B, mise in copertina la foto con Icardi festeggiato dai compagni dopo il gol a Reggio (ricordo ancora il titolo: “L’è un gran Milan”); il 25, un mercoledi, parlai al telefono con un mio amico Juventino.
Prima dei saluti lui fece un commento sul fatto che io ero lì a festeggiare il ritorno in A mentre loro quella sera si apprestavano finalmente a portare a casa la Coppa dei Campioni.
Di getto, senza pensarci, così per fare il furbo, buttai lì: “Stasera, dopo qualche minuto, Magath prende la palla, tira da fuori area e te la mette all’incrocio, e finisce così.”
Quella sera davanti alla tv, restai a bocca aperta mentre si verificava esattamente quello che avevo detto.
Il mio amico non mi parlò più per due mesi, però ne era valsa la pena.
Era arrivata l’ora di prepararsi all’esame di maturità, e poi, se tutto andava bene, sarebbe incominciata la ricerca di un lavoro; al momento il servizio militare era ancora una spada di Damocle (le aziende non assumevano volentieri chi doveva ancora partire).
Il futuro era incerto, ma una certezza era stata conquistata: nella stagione 1983-84 il Milan avrebbe giocato in serie A.
PARTE IX
Diploma in tasca, patente in arrivo e Milan in serie A.
Nel Settembre 1983 inizio il mio primo lavoro, a tempo determinato in sostituzione di una maternità.
Maggiorenne, con un minimo di indipendenza economica, è arrivato il momento di “esordire” a San Siro.
Lo faccio il 6 novembre 1983; è un derby in casa dell’Inter, un mio cugino interista si procura i biglietti e andiamo alla partita insieme, nel settore semi-neutrale dei distinti.
Purtroppo finisce 2-0 per loro, con il primo gol segnato dall’ex Serena dopo un’azione confusa sotto porta.
Ad un certo punto il nostro nuovo centravanti, il “bombardiere nero”, al secolo Luther Blissett, si trova solo, all’altezza quasi dell’area piccola, col portiere già a terra e davanti la porta spalancata; sono già in piedi con le braccia al cielo e a tutt’oggi non ho ancora capito come ha fatto a tirare fuori; ricordo di aver pensato: “Ma c’è un buco nella rete?”
Vabbè, l’esordio è stato deludente, ma pazienza, ci saranno altre partite e andrà meglio alla prossima…
Invece no.
Con quella partita ha inizio la mia personalissima “maledizione di San Siro”.
Negli anni successivi, per tutti gli anni 80 e nella prima metà degli anni 90 (prima che una certa tendenza pantofolaia maturata con l’età e una famiglia con un paio di marmocchi mi portino a diradare sempre di più le presenze “live” alle partite di calcio) vedrò il Milan abbastanza spesso, soprattutto in trasferta (di solito in regione o nelle vicinanze, tipo Verona o Cremona, o in qualche posto dove mi trovo di passaggio, come Genova, ma ricordo anche due o tre Juventus-Milan), ma ogni presenza a San Siro coincide immancabilmente con una sconfitta; e se questo è abbastanza spiegabile ai tempi di Farina, diventa quasi incredibile ai tempi di Berlusconi.
Ricordo ad esempio un Milan-Lazio 0-1, con i biancazzurri che praticamente non passano mai la metà campo, ma vincono grazie ad un’incredibile autorete di Maldini da 35-40 metri (passaggio indietro senza guardare al portiere – all’epoca poteva essere raccolto con le mani - ma Galli era al limite dell’area).
La cosa mi porterà a presenziare sempre più raramente a San Siro, fino a smettere definitivamente ai tempi dell’ultima stagione di Sacchi, con un’unica eccezione, della quale racconterò più avanti.
In pratica il mio ricordo migliore di San Siro negli anni 80 sarà il concerto di Springsteen del 21 giugno 1985.
Trattandosi dell'epoca dei miei vent'anni, gli anni a cavallo della metà degli 80 sono piuttosto densi di avvenimenti, dal punto di vista personale.
Lavorativamente passo da un contratto a tempo determinato all'altro, ma fortunatamente i periodi di disoccupazione sono abbastanza brevi.
Grazie ad un militare molto gentile addetto al disbrigo delle pratiche relative alla leva che incontro al distretto di Modena, scopro che la mia situazione famigliare mi consente di richiedere la dispensa dal servizio militare; faccio domanda e a metà del 1984 sono già congedato.
Si comincia a fare sul serio anche con le ragazze, anche se l'andamento in questo settore è piuttosto curioso nel senso che le storie sentimentalmente intense risultano quasi platoniche, mentre quelle intense sotto "altri aspetti" non sono particolarmente interessanti dal punto di vista sentimentale.
Per quella giusta c'è da aspettare ancora un pò (non tanto, in verità).
Calcisticamente il momento più intenso è il derby dell'ottobre 1984.
Resto in dubbio a lungo se andare o no, poi, visto che sarebbe la mia terza apparizione a San Siro e le prime due sono state due sconfitte, decido che non è il caso.
Non saprò mai se mi sono perso l'occasione di assistere ad un trionfo, o se fu un trionfo proprio perchè non andai, ma visto cosa sarebbe successo nel corso degli anni a San Siro in mia presenza, propendo per la seconda ipotesi.
Il Milan vince 2-1 con Hateley (il centravanti inglese che ha sostituito Blissett) che segna un gol strepitoso con una "frustata" di testa all'incrocio dei pali.
E' il primo derby vinto dopo il ritorno in serie A e la foto di quel gol resterà l'icona di tutti i tifosi rossoneri, almeno fino all'avvento di Gullit e Van Basten.
Nella mia camera, che di lì a pochissimi anni abbandonerò per andare a vivere con la mia novella sposa, campeggiava, accanto a Springsteen e ai Beatles, una foto di quel gol.
Si vede il "traditore" Collovati che cerca vanamente di contrastare l'imperioso stacco di Hateley, che lo sovrasta di un buon mezzo metro.
La posa di Mark sembra quasi esprimere tutta la voglia di riscatto dei tifosi dagli anni frustranti appena trascorsi, come se si fosse momentaneamente trasformato in una specie di "angelo vendicatore".
Impagabile...
PARTE X
Negli ultimi mesi del 1985 cominciarono ad uscire notizie di gravi problemi economici della società.
Ad un certo punto Giussy Farina fuggì in Sudafrica e si scoprì che il Milan aveva pesanti debiti arretrati verso il fisco e gli enti previdenziali.
In pratica i tributi e contributi non venivano più pagati da mesi.
Gli articoli sui giornali cominciavano a paventare la possibilità del fallimento.
Di questi tempi, forse, questo tipo di possibilità viene vissuta più o meno come una retrocessione in serie B, tra modifiche regolamentari e “aiutini” vari, ormai abituali per le squadre di un certo rango che cadono in disgrazia.
Nel 1985 non era così; il fallimento di una società era cosa senza precedenti, almeno a livello di serie A.
Le ipotesi parlavano di una possibile rifondazione della squadra, che avrebbe dovuto comunque ricominciare da livelli bassissimi, c’era chi parlava di Interregionale, chi di Eccellenza, chi di Prima Categoria.
In pratica, una vera e propria “morte” calcistica.
Mi ritrovavo a comprare la Gazzetta per leggere le ultime novità, ansioso di informarmi e contemporaneamente quasi desideroso di non leggere quello che scrivevano, perché faceva troppo male.
Mi passavano nella testa le gioie (all’epoca non numerosissime in verità) e le sofferenze (un bel mucchietto) di 12-13 anni di tifo appassionato e sembravano perdere di significato, destinate ad essere spazzate via come se quella maglia e quei colori non fossero nemmeno mai esistiti.
Ricordo che una mattina sull’autobus, immerso nell’articolo della Gazzetta sugli ultimi sviluppi e in questi cupi pensieri, non mi accorsi nemmeno della mia fermata e finii per scendere diverse fermate più avanti.
Dopo una serie infinita di impieghi temporanei, all’epoca avevo finalmente un lavoro a tempo indeterminato presso lo studio di un commercialista…
Una marea di ore lavorative dal Lunedi al Sabato per uno stipendio ai limiti della sopravvivenza.
Avevo fatto un sacco di domande di lavoro presso varie aziende (soprattutto banche, che a quei tempi consentivano di ottenere un ottimo stipendio anche da neoassunti) e sostenuto decine di prove attitudinali e colloqui, raccogliendo tanta speranza ma pochi risultati.
Improvvisamente, a fine Gennaio del 1986, l’unica Banca che non aveva mai risposto alla mia domanda di assunzione, mi convocò per iniziare una serie di prove attitudinali (evidentemente la mia domanda, consegnata due anni prima, era finita sotto qualche pila di scartoffie).
Nel frattempo erano cominciate ad uscire voci dell’interessamento di Silvio Berlusconi ad acquistare il Milan, che pareva altrimenti destinato al fallimento e all’oblio.
Il nome di Berlusconi era già ovviamente noto all’epoca, in quanto padrone della rete privata più importante d’italia, Canale 5, ma era ben lontano dalla notorietà dei nostri giorni, almeno fuori dalla Lombardia.
Canale 5 era infatti ancora un topolino che rosicchiava una fetta di audience a Mamma Rai; una fetta abbastanza grande da dare fastidio, ma non ancora tanto grande da poter essere definito un autentico “concorrente”.
In anni successivi mi è capitato più volte di leggere di un interessamento di Berlusconi ad acquistare l’Inter prima di rivolgere le sue attenzioni al Milan.
Non sono in grado di dire se queste voci siano vere o meno, ma posso testimoniare di non aver mai letto nulla del genere se non anni dopo l’acquisizione del Milan (magari mi saranno semplicemente sfuggiti gli articoli che ne parlavano).
Sono invece sicuro, perché me ne ricordai chiaramente anche nel 1986, che l’ipotesi di acquisto del Milan non era una novità assoluta.
Ricordo infatti un articolo di un giornale non sportivo (non ricordo però quale) che lessi a casa di mio fratello all’epoca della prima serie B, nel 1980, che ipotizzava l’interessamento di Berlusconi all’acquisto del Milan (poi rilevato da Giussy Farina).
L’articolo dipingeva Berlusconi come un accanito tifoso rossonero.
Mi auguro di avere inquadrato bene lo stato d’animo e la situazione dell’epoca per quelli che sono troppo giovani per averla vissuta. Spesso molte incomprensioni tra tifosi “attempati” e quelli di nuova generazioni vertono proprio sulla questione della “gratitudine” verso l’attuale proprietà per quanto successo all’inizio del 1986.
Mi rendo conto che i “nostri ragazzi” vedono l’ipotesi del fallimento come un piccolo inconveniente, abbastanza superabile grazie agli attuali regolamenti, che comunque non impedisce, magari pescando anche qualche buona carta “probabilità” di ritrovarsi rapidamente in serie A e persino in Europa (vedi Fiorentina).
Spero di aver chiarito bene che 23 anni fa, ai nostri occhi, la situazione era ben più seria e forse addirittura “definitiva”.
Qualsiasi cosa si possa pensare di lui sotto altre vesti, o per i “maltrattamenti” degli ultimi tempi, e dell’ultima estate in particolare, personalmente non posso non tenere in considerazione il fatto che, per quanto riguarda il Milan, quell’uomo, nel 1986, ci ha preso per la collottola sull’orlo di un baratro di cui non si vedeva il fondo, per portarci, nel giro di nemmeno quattro anni, sul tetto del mondo.
L’operazione Berlusconi va a buon fine, e, più o meno negli stessi giorni in cui la nuova proprietà si insedia e Berlusconi viene nominato presidente, la Banca mi convoca per comunicarmi di aver deciso la mia assunzione a tempo indeterminato.
Comincio il primo di aprile, presso la filiale di Praticello di Gattatico (all’epoca non sapevo nemmeno dove fosse il paese, ma verrà reso famoso qualche anno dopo, dai primi monologhi televisivi di Gene Gnocchi).
E così, nelle prime settimane della primavera 1986, sia io che il mio Milan iniziamo un nuovo ciclo della nostra esistenza, in entrambi i casi destinato a durare per molti anni…
PARTE XI
Nell’estate del 1987 il Milan torna a Reggio per un’amichevole con i granata.
Nella stagione precedente Berlusconi ha fatto una campagna acquisti importante (tra gli altri Giovanni Galli, Donadoni e Massaro) ma non ha portato stravolgimenti eccessivi, tenendo l’allenatore (Nils Liedholm) e gli stranieri (Hateley e Wilkins) che già c’erano.
Il Milan si è qualificato per la UEFA vincendo uno spareggio contro la Sampdoria, con Capello che ha sostituito Liedholm nel finale di stagione.
Per il nuovo campionato il patron ha scelto di cambiare direzione con decisione.
Arriva un allenatore emergente che ha fatto molto bene al Parma in serie B ma alla prima esperienza in serie A, Arrigo Sacchi, e la campagna acquisti porta due nuovi stranieri, Ruud Gullit e Marco Van Basten, e altri volti nuovi, tra i quali il più importante è Carletto Ancelotti (un conterraneo, il primo, mi pare, dai tempi di William Vecchi).
La sera dell’amichevole c’è una grande curiosità per i nuovi arrivi, soprattutto per Gullit, che molto simpaticamente si ferma a firmare qualche autografo.
Me lo trovo di fronte e il mio primo pensiero è che spero di non farlo arrabbiare...
Fisicamente fa veramente impressione, e durante la partita mi sembra che i difensori della Reggiana la pensino più o meno nello stesso modo; quando parte in progressione sembra che abbiano paura a cercare il contrasto.
Personalmente, però, mi trovo ad apprezzare di più l’altro straniero, quello arrivato quasi in sordina, in mezzo al clamore per l’arrivo di Gullit, quello che indossa la maglia numero nove.
In Banca, dopo aver iniziato a Praticello di Gattatico, sono stato trasferito alla succursale di Correggio, paese molto più grande ed importante con una filiale di oltre 20 persone, e oggi forse noto ai più giovani come paese natale di Luciano Ligabue (a quei tempi una piccola celebrità locale, avendo vinto il concorso provinciale “Terremoto Rock” con la denominazione “Ligabue e Orazero”, ogni tanto lo si incrocia al bar, all’ora di colazione o di pranzo, o in giro per il paese in bicicletta, e sarà così ancora per qualche anno, anche dopo i primi successi).
La succursale di Correggio è un autentico covo di tifosi nerazzurri (milanisti un paio, oltre a me) e nei primi mesi della stagione tendono a ridere molto, ma lo faranno sempre meno.
Dopo un inizio stentato il Milan decolla, trascinato da un Gullit straripante e mostrando un gioco e soprattutto una mentalità (grazie al nuovo allenatore) straordinaria.
Purtroppo il mio nuovo pupillo, Van Basten, si infortuna quasi subito e sta fuori gran parte della stagione.
Il Napoli di Maradona resta sempre davanti ma il Milan non molla e quando sembra che stia per cedere, a una manciata di partite dalla fine del campionato, ci pensa il rientrante Marchino con un gol spettacolare in casa contro l’Empoli.
Cede invece, e di schianto, il Napoli.
Il Milan domina l’Inter in un derby che, miracolosamente per loro, finisce solo 2-0 (che Lunedi mattina, in ufficio!) e, alla vigilia dello scontro diretto, il distacco, che sembrava incolmabile, si è ridotto a un solo punto.
La partita è prevista al San Paolo di Napoli il primo maggio.
Venerdi 29 aprile in ufficio uno dei due colleghi milanisti mi chiede un pronostico e, per la seconda volta nella mia vita, lasciata da parte la scaramanzia, mi produco in una “divinazione” azzeccata; senza neanche pensarci butto lì: “Vinciamo noi. 3-2”.
Il 30 sono a Milano. In quell’epoca preistorica in cui se dicevi “internet” pensavano a un materiale utilizzato in alcuni tipi di costruzioni, non era inusuale per me, ogni tanto, fare un giro nella grande città, per acquistare qualche disco introvabile in provincia o qualche libro in lingua inglese non ancora pubblicato in versione italiana (due mie grandi passioni).
L’attesa per la partita, che pure si svolgerà a mille km di distanza, è palpabile.
Decido di visitare anche il negozio di articoli rossoneri da poco aperto (mi pare si chiamasse già Milan Point) e acquisto la mia prima maglia originale, con la sua bella scritta “MEDIOLANUM”, facendo applicare sulla schiena il numero “9”.
1 Maggio: la partita in diretta, nel 1988, se non sei allo stadio te la scordi.
La seguo su un programma tv che conduce Oliviero Beha, nel quale vedi alcuni ospiti (ricordo chiaramente Gianmarco Tognazzi) che guardano la partita (vabbè, meglio di niente).
Si vince 3-2 (ci ho preso!) e adesso “vediamo” lo scudetto.
Venerdì 13 Maggio sono ad una festa a Modena, alla quale mi ha invitato un mio amico (lo juventino della “prima divinazione” su Juve-Amburgo).
La festa è organizzata da una sua collega di lavoro (lavora presso una ditta di Sassuolo) e tutti i colleghi (e colleghe) del mio amico sono stati invitati.
Lui mi presenta a tutti (e tutte) e con una delle colleghe iniziamo a chiacchierare, per il semplice fatto che, in base alla targhetta che hanno appiccicato a tutti all’ingresso della festa, siamo dello stesso segno zodiacale (Scorpione).
Finiamo per passare insieme quasi tutta la serata, scoprendo che, pur essendoci conosciuti a Modena quella sera, abitiamo entrambi a Reggio, a circa 300 metri uno dall’altra.
Penso che nei prossimi giorni la chiamerò per chiederle di uscire (ma lo farò solo dopo che il mio amico mi solleciterà a farlo, perché sa per certo che accetterà).
Ancora non lo so, ma ho appena incontrato “quella giusta”.
Due giorni dopo il Milan, pareggiando a Como, torna finalmente a vincere lo Scudetto, il mio secondo personale da tifoso, e ancora una volta eventi importanti della mia vita personale e della mia passione calcistica, arrivano a maturare contemporaneamente, saldandosi l’uno all’altro nella mia memoria.
PARTE XII
Il campionato 1988-1989 inizia molto tardi, ad Ottobre, in quanto durante l’Estate è stato disputato l’Europeo, vinto dall’Olanda dei rossoneri Gullit e Van Basten e del neomilanista Rijkaard. Marco è stato il protagonista assoluto del torneo, segnando 5 gol, l’ultimo dei quali, in finale contro la Russia, da antologia del pallone, con un tiro al volo che disegna una traiettoria “impossibile”.
Credo che il portiere russo sia ancora là a domandarsi dove diavolo sia passato quel pallone…
Il 13 giugno, al termine del concerto di Bruce Springsteen a Torino, la ragazza incontrata alla festa a Modena è diventata ufficialmente la mia “morosa”.
Purtroppo le ferie sono ancora separate, essendo state prenotate tempo prima.
Nel mio caso, da seminovizio in Banca, mi è stato assegnato l’ambito periodo tra fine Settembre e inizio Ottobre.
Insieme ad un amico ho organizzato un minitour che comprende alcuni giorni a Londra e alcuni giorni a Parigi.
E’ la mia prima volta all’estero (a parte una breve gita nella “ancora non ex” Jugoslavia) e anche la mia prima volta in aereo.
Entrambe le città mi fanno un’ottima impressione, anche se Londra, per un accanito fan dei Beatles come me, ha un fascino particolare e mi consente qualche “pellegrinaggio” in alcuni luoghi di culto (con doverosa foto mentre attraverso le strisce pedonali ad Abbey Road).
A Parigi, vengo a sapere dall’Equipe (appositamente acquistata) della vittoria nel ritorno del primo turno di Coppa Campioni. E’ un 5-2 con 4 gol di Van Basten, e in quel momento un po’ rimpiango di non essere stato a casa a vederla.
Il campionato inizia il giorno del mio rientro dalla vacanze, con una larga vittoria sulla Fiorentina, ascoltata per radio nel tragitto di ritorno a casa dall’aeroporto.
Quell’anno, tuttavia, il Milan non brilla particolarmente in campionato.
L’Inter viaggia come un treno e i nostri sforzi sono concentrati soprattutto sulla Coppa dei Campioni. Il 9 Novembre a Belgrado, il sogno sembra finito.
Il Milan è messo sotto da un gol di Savicevic e non sembra in grado di reagire.
All’improvviso sullo stadio scende la nebbia, che si infittisce con una rapidità impressionante, fino a causare la sospensione della partita, che dovrà essere ripetuta il pomeriggio del giorno dopo.
Fortunatamente, il giorno successivo è il mio compleanno e, come da tradizione personale, ho una giornata di ferie, quindi mi posso vedere la ripetizione in diretta.
La ripetizione è una partita di quelle epiche: grave incidente a Donadoni che esce in barella lasciando tutti in grande apprensione, arbitraggio sfacciatamente sfavorevole (forse per farsi perdonare la sospensione del giorno precedente) con un gol “non visto” dentro alla porta per un metro abbondante, e 1-1 finale, stesso risultato dell’andata. Ai rigori un grande Giovanni Galli ferma Savicevic e Rijkaard segna il penalty decisivo, così alla fine arriva il regalo di compleanno più atteso.
La marcia del Milan in Europa prosegue e in semifinale ci troviamo di fronte il Real Madrid.
Qui è il caso di fare un po’ di “contesto storico”.
Dopo gli anni 70, decisamente sottotono per le italiane nelle coppe europee, gli anni 80 erano andati solo leggermente meglio.
La Juve era arrivata due volte in finale nella Coppa dei Campioni, sconfitta nel 1983 dall’Amburgo, mentre nel 1985 c’era stata la famosa finale dell’Heysel.
Il Napoli di Maradona aveva vinto una coppa Uefa, ma tutto sommato c’era stato poco altro.
Il Real Madrid era la vera bestia nera delle squadre italiane, incontrarlo significava essere eliminati.
La vittima preferita della merengues era l’Inter, che solitamente otteneva risultati illusori a San Siro per poi andare incontro a sanguinose batoste al Bernabeu.
All’annuncio di Real Madrid-Milan, interisti e juventini esultarono, pregustando la nostra uscita dall’Europa con la coda tra le gambe.
Dal Bernabeu, invece il Milan esce con un 1-1, che non è una vittoria solo per l’ingiusto annullamento del gol del 2-1 segnato da Gullit. A San Siro è un’apoteosi.
Per lo scorno di tutti i gufi, i rossoneri umiliano il Real con un 5-0 storico. Personalmente finisco la partita letteralmente in ginocchio davanti al televisore…
Per la finale contro lo Steaua a Barcellona, abbiamo organizzato un gruppo di ascolto solo rossonero a casa di un amico, dopo avere inutilmente cercato di ottenere i biglietti per andare a vedere la partita dal vivo in Spagna.
Già alla fine del primo tempo siamo 3-0 con due reti di Gullit e una di Van Basten.
Esco a fumare una sigaretta sul balcone.
C’è un altro gruppetto sul balcone di fronte a una ventina di metri di distanza.
Anche quello è un “gruppo d’ascolto” ma hanno tutti un’espressione un po’ livida.
Sono tutti “gufi”, tifosi dell’Inter e della Juve, riunitisi per un po’ di sano tifo “contro”.
Tra di loro c’è anche il mio famoso cugino interista, già apparso in altre puntate di questa mia “minisaga”.
Vederlo in questa circostanza mi dà un ulteriore brivido di piacere.
Ci salutiamo, lui con la sua espressione un po’ attonita, io con il mio sorriso a 32 denti e la mia maglia rossonera in bella vista, poi rientro per il secondo tempo.
Van Basten ne fa un altro, finisce 4-0, ed è il momento della premiazione.
Vedere il Capitano, quello per il quale ho cominciato a tifare quando avevo 12 anni, quello che è sceso due volte in serie B con la squadra, mi fa pensare ai tanti anni “duri” passati in sua compagnia, e quando lo vedo alzare al cielo di Barcellona la coppa dalle grandi orecchie, mi emoziono davvero e ci scappa qualche lacrima di commozione.
Ma adesso è ora di andare…
Per le vie di Reggio, tutti i tifosi rossoneri della città stanno iniziando il carosello…
PARTE XIII
 Per un appassionato di calcio, iniziare una nuova relazione amorosa può portare qualche motivo di stress.
Devi cercare di fare una buona impressione ed evitare di sembrare un maniaco che sta sempre lì a pensare al pallone, minimizzare tutta una serie di situazioni nelle quali vorresti smoccolare come uno scaricatore di porto perché in fondo è solo un gioco, passare qualche domenica facendo piacevoli gite ed evitando di guardare nervosamente l’orologio ogni 2 minuti dall’inizio alla fine dell’orario nel quale si sta contemporaneamente giocando un’importante partita.
Devi evitare di smaniare per guardare il calcio in tv e scordarti o quasi la frequentazione regolare di uno stadio, almeno nel periodo iniziale.
Nel mio caso, invece, questo problema non si pone.
A Loretta, la mia ragazza, il calcio piace, anzi ci gioca pure, nel campionato parrocchiale femminile. In una delle prime partite della sua squadra che vedo, segna addirittura un gol direttamente da calcio d’angolo (si tratta di un campetto parrocchiale un po’ “sghembo”, ma resta comunque un bel numero).
Viene volentieri a vedere le partite allo stadio, ed insieme iniziamo anche a seguire la Reggiana femminile, uno squadrone che vincerà alcuni scudetti di fila trascinato da Carolina Morace (una che, gap fisico a parte, tecnicamente avrebbe potuto dire la sua anche nella serie A maschile).
Il problema è un altro: per tradizione familiare (padre) Loretta è interista.
Il papà è sempre stato un accanito tifoso nerazzurro: uno dei fratelli di Loretta si chiama Sandro in omaggio a Mazzola.
Il suo dispiacere è che di tre figli, due maschi e una femmina, l’unica ad avere un po’ di interesse nel pallone è la ragazza.
E’ per questo che dopo l’iniziale titubanza nel trovarsi di fronte un rossonero di quelli “tosti”, alla fine è contento di avere finalmente qualcuno con cui discutere di calcio.
Nel primo anno insieme, sia io che Loretta abbiamo le nostre soddisfazioni calcistiche.
Loro vincono lo scudetto con un punteggio record, noi vinciamo la ben più ambita (e all’epoca rarissima per le squadre italiane) Coppa dei Campioni.
A Dicembre il Milan incontra a Tokyo il Nacional di Medellin.
Sono alzato ad un orario impossibile, nel silenzio totale delle case intorno, e quelle maledette trombette giapponesi che suonano di continuo contribuiscono a farmi vivere la partita in un’atmosfera ovattata e un po’ onirica.
Sembra che i ragazzi, in campo, la vivano allo stesso modo.
E’ uno 0-0 nel quale non si riesce a cavare un ragno dal buco, e quel buffo portiere, Higuita, sventa anche le poche occasioni che capitano.
A due minuti dalla fine Evani trova il pertugio giusto su punizione, e devo esultare tenendomi una mano davanti alla bocca per non svegliare l’intero condominio…
Siamo Campioni del Mondo.
A quell’epoca sono già iniziati i preparativi per il Matrimonio (non siamo tipi da fidanzamenti lunghi), che è stato fissato per Domenica 13 Maggio 1990 (a due anni esatti dal primo incontro).
Al momento di fissare il viaggio di nozze provo a spingere per Vienna, sede della finale di Coppa Campioni, perché ho la sensazione che ci saremo anche quell’anno.
La mia sensazione è giusta, ma Loretta intuisce le mie intenzioni e, pur con tutto l’amore per il calcio, vuole un viaggio di nozze e non una trasferta calcistica e sceglie Parigi, che lei non ha mai visitato.
Le strappo comunque la promesse che, se il Milan sarà in finale, quella sera staremo in albergo per vedere la partita in TV.
Il campionato finisce male, tra la monetina di Alemao e la seconda fatal Verona, ma il Milan in finale di Coppa ci arriva davvero.
La finale del 1990, quindi, la vedo in albergo a Parigi; in quell’epoca pre satellitare la telecronaca è rigorosamente in francese, piena di Maldinì, Donadonì e Van Bastèn, ma l’importante è che Rijkaard la mette e battiamo il Benfica 1-0, per la seconda Coppa dalle grandi orecchi consecutiva.
Al ritorno da Parigi ci aspetta l’inizio della nostra nuova vita insieme.
PARTE XIV
Nella primavera del 1993 nasce Andrea, il mio primo figlio, mentre il Milan vince il secondo scudetto dell’era Capello, e la Reggiana viene promossa in serie A per la prima volta nella sua storia.
A Reggio è già in progetto la costruzione di un nuovo stadio, fuori dal centro storico, che sarà, uno dei primi casi in Italia, di proprietà della società calcistica (in realtà poi ci saranno varie vicissitudini, sulle quali non ho intenzione di dilungarmi in questa sede).
Nel frattempo però, il primo campionato di serie A della storia granata verrà giocato al vetusto Mirabello, già piccolo di suo e con una capienza ridotta ulteriormente per motivi di sicurezza.
Vista la scarsità di posti disponibili, decido di fare l’abbonamento allo stadio, cosa che non avevo mai fatto in passato.
Risulta essere una buona idea, perché lo stadio di Reggio, nella stagione 93-94, avrà disponibili praticamente solo posti nel settore ospiti, essendo quasi tutto il resto già esaurito su abbonamento.
Si ripropone quindi il dilemma dello scontro diretto tra il Milan e la Reggiana, che aveva come unico precedente in campionato la serie B 1982-83.
In realtà non risulta essere un gran dilemma per me.
La partita Reggiana-Milan si gioca il 2 gennaio del 1994, ultima di andata; i granata giocano bene e non sfigurano affatto di fronte ai più quotati avversari, ma quando Desailly mette in rete il gol che si rivelerà decisivo per la vittoria, io scatto in piedi ad esultare, meritandomi le occhiatacce e i rimbrotti dei miei vicini di posto, ormai abituati a ben altri comportamenti da parte mia nei confronti della squadra granata.
Devo dire che meglio di me, nella fedeltà al campanile, si comporterà il solito cugino interista, mio “compagno di merende” nel tifo granata e vicino di posto; solo una settimana dopo, infatti, a Reggio arriva l’Inter e quando Beppe Scienza, su punizione, infila la porta nerazzurra a cinque minuti dalla fine dando la vittoria alla “Regia”, il cuginetto esulta come tutti noi (anche se, secondo me, io ci godo un po’ di più).
Fino al giorno di Reggiana-Milan avevo pensato che avrei fatto di tutto per assistere a questa partita in modo neutrale, ma una volta lì, coi tre punti in palio, l’anima rossonera ha prevalso quasi senza colpo ferire.
Dopo la partita penso che forse l’unico caso in cui riuscirò a tifare Reggiana in uno “scontro diretto” sarebbe se la partita non avesse nessun valore per il Milan. Il destino mi accontenta all’ultima giornata di campionato; Il Milan è già matematicamente Campione d’Italia, e si sta preparando per la finale di Coppa dei Campioni ad Atene contro il Barcellona, una partita molto difficile, almeno sulla carta; la Reggiana è in piena lotta per la salvezza e vede all’orizzonte un possibile/probabile spareggio contro il Piacenza.
Negli anni precedenti avevo assistito “dal vivo” ad un buon numero di partite del Milan, prevalentemente in trasferta (Emilia Romagna ed immediati dintorni); in trasferta il mio “ruolino di marcia” è buono, una sola sconfitta, qualche pareggio e netta maggioranza di vittorie.
A San Siro, invece, la mia maledizione personale ha sempre colpito: sei presenze, sei sconfitte.
Tanto che dalla stagione 1990-91 ho deciso di non andare più a vedere il Milan quando gioca in casa.
Ci penso un po’ su e l’occasione mi sembra perfetta.
E’ arrivato il momento di “sfruttare” a mio favore la “maledizione”; inoltre, nel caso specifico, qualsiasi risultato porterebbe qualcosa di positivo.
Una vittoria della Reggiana potrebbe significare la salvezza per i granata.
Un pareggio o una vittoria del Milan significherebbero “spezzare” finalmente la lunga serie di sconfitte a San Siro in mia presenza.
E’ deciso: mi procuro i biglietti e mi appresto, per la prima volta nella mia vita, a fare il tifo per la squadra avversaria del Milan.
Milan-Reggiana, ultima di campionato, si gioca il primo maggio del 1994.
Il Piacenza ha già giocato in anticipo a Parma, pareggiando 0-0 una partita che le squadre hanno giocato più per evitare di farsi del male a vicenda che per i tre punti, pur con un paio di occasionissime per i piacentini nel finale. I posti sono in curva Nord nella parte dietro alla porta.
Non è il settore degli ultras della Reggiana, che sono concentrati nello spicchio di curva tra il settore e la Tribuna, e la composizione del pubblico qui è un po’ mista, ci sono diversi reggiani ma anche tifosi rossoneri.
Sono seduto vicino ad una frequentatrice abituale di San Siro, milanista fino al midollo, e facciamo due chiacchiere prima che inizi la partita.
Lei sembra meravigliata dalla quantità di reggiani che hanno seguito la squadra in questa trasferta, “sembra di giocare fuori casa” mi dice.
Io le rivelo di essere in realtà un accanito tifoso rossonero, ma che in questa particolare occasione mi trovo a fare il tifo per la squadra avversaria. “Io non ci riuscirei mai” mi dice lei; d’altra parte, essendo milanese, lei non ha mai dovuto fare i conti con il “Teorema di Tognazzi”, come ogni tanto capita a noi milanisti nati da qualche parte nell’Italia di provincia.
Capello, per questa ultima giornata, visto il risultato (scudetto) già acquisito ed il difficile impegno che attende i rossoneri ad Atene, ha deciso di schierare una formazione fatta quasi interamente di “seconde linee” , oltre a qualche giocatore da provare in vista della finale, come l’ex (Reggiana) Stefano Nava, che sarà della partita ad Atene in considerazione delle squalifiche di Baresi e Costacurta.
Gli ultras granata mostrano di apprezzare l’idea del tecnico rossonero, gridando “Olè” dopo ogni nome annunciato dall’altoparlante.
La partita, nel primo tempo, sembra identica a quella tra Parma e Piacenza, uno 0-0 scolpito nella roccia.
Il Milan non vuole farsi nemici né tra i reggiani né tra i piacentini e sembra voler pilatescamente mandare i granata a giocarsi lo spareggio con i rivali.
Il secondo tempo inizia con lo stesso piglio, ma improvvisamente, intorno alla mezz’ora della ripresa, Esposito porta in vantaggio la Reggiana.
Il tiro ha una traiettoria strana, leggermente curva, che consente al pallone di passare oltre la mano protesa di Ielpo per poi rientrare verso la porta, colpire il palo interno ed infilarsi in rete.
A questo punto il Milan non ci sta più, anche perché la sconfitta in casa permetterebbe alla Reggiana di salvarsi condannando il Piacenza alla serie B, con l’inevitabile codazzo di polemiche che coinvolgerebbe i rossoneri, vista la formazione mandata in campo (e di polemiche ce ne saranno).
Capello mette dentro Massaro, e l’ultimo quarto d’ora è un autentico assedio.
Ad un sospiro dal fischio finale, Massaro ha la palla giusta.
L’esecuzione è perfetta e mi trovo perfettamente in linea con la traiettoria del pallone che sembra inesorabilmente destinato in fondo al sacco; all’improvviso, come dal nulla, nel mio campo visivo appare il braccio di Taffarel, che riesce miracolosamente a deviare in calcio d’angolo.
Massaro ha le mani nei capelli, incredulo, e io penso “Dai, Daniele, te lo sei tenuto per Atene”.
La partita è finita, la Reggiana è salva.
Mentre esco do una bella occhiata allo Stadio; la maledizione è stata confermata e quindi questa sarà la mia ultima partita a San Siro (in effetti da allora sono tornato allo stadio di Milano esclusivamente per i concerti di Springsteen).
L’atmosfera è allegra nell’auto che ci riporta a casa, ma poi la radio ci dà notizia del grave incidente che, nel pomeriggio, è costato la vita ad Ayrton Senna, funestando la nostra giornata ed il viaggio di rientro.
Poco più di un paio di settimane dopo, sono davanti alla tv per la finale contro il Barcellona. Mia moglie è fuori per una cena con le sue amiche e Andrea (1 anno) è di là che dorme nel suo lettino.
Massaro ne fa due (“te lo avevo detto che lo avevi tenuto per stasera”) e riesco ad esultare compostamente in silenzio.
Quando Savicevic fa il terzo gol con un numero da cineteca mi ritrovo a saltellare per la stanza mentre l’urlo che cerco di soffocare per non svegliare il pupo si traduce in una serie di strani versi: se qualcuno entrasse in questo momento, mi farebbe probabilmente portare via in camicia di forza.
La mia breve parentesi da “avversario” non ha minimamente intaccato il mio amore per i colori rossoneri.
PARTE XV
la conclusione...
Quando ero un ragazzino un anno mi sembrava un tempo lunghissimo, una vera eternità.
Molti adulti mi dicevano che, invecchiando, gli anni avrebbero iniziato a “correre” a gran velocità; a quel tempo non ci credevo tanto, ma intorno ai 30 anni ho scoperto che in effetti era davvero così.
Gli ultimi 15 anni sono trascorsi in un battito di ciglia, e ogni tanto do un’occhiata ai miei capelli grigi, a mio figlio Andrea che ormai è più alto di me, a mia figlia Debora che manda/riceve sms in una quantità spaventosa, e mi chiedo: “e tutto questo quando è successo?”.
In questi anni tante cose sono cambiate nella mia vita e nella mia percezione del mondo, ma una è sempre rimasta uguale: la passione per i colori rossoneri.
Certo, qualche abitudine è cambiata anche lì: una volta le partite le ascoltavo alla radio per poi attendere “90esimo minuto” per vedere i gol e le trasmissioni sportive della domenica per gli approfondimenti, da qualche anno a questa parte, invece, posso seguire il Milan in diretta televisiva ogni volta.
Ma quella sensazione di attesa mista ad ansia che comincia a prendermi quando si avvicina l’ora della partita è la stessa di quando avevo 10 anni.
I miei figli sono entrambi tifosi del Milan, cosa che non era scontata, visto che mia moglie è interista.
Andrea, che fra qualche mese compirà 17 anni, è un tifoso molto “soft”, non nutre un grande interesse per il calcio, mentre Debora, 13 anni, sembra molto più propensa a seguire le orme paterne.
D’altra parte con l’esordio da spettatori che hanno avuto non potevano diventare altro che tifosi rossoneri.
Quando i miei figli erano piccoli avevamo la rigorosa abitudine di mandarli a letto presto, “dopo Carosello” si sarebbe detto ai miei tempi.
La sera di Venerdì 11 Maggio 2001 (Andrea aveva da poco compiuto 8 anni, Debora ne aveva 4 e mezzo) mia moglie aveva degli impegni famigliari ai quali non poteva rinunciare; visto che quella sera, straordinariamente di Venerdì, era in programma una partita importante, decidemmo di fare un’eccezione e di permettere ai bambini di guardare la partita insieme a papà.
Era la prima volta che entrambi guardavano per intero una partita di calcio alla tv; si trattava di un derby, e dopo un paio di minuti il Milan stava già vincendo.
I bambini si divertirono moltissimo, forse più per lo spettacolo offerto dal loro scatenato padre che per la partita, e da quel momento si professarono entrambi milanisti.
Ovviamente sapete benissimo tutti come finì quella partita.
Con l’incremento degli impegni famigliari, l’avanzare dell’età e la possibilità di seguire tutte le partite alla tv, le mie spedizioni allo stadio (rigorosamente non San Siro, dove non vado a vedere una partita di calcio dal 1 maggio 1994, per evitare di portare sfortuna) si sono diradate parecchio, e si sono limitate, negli ultimi anni, a qualche trasferta in regione (Parma, Bologna, Modena) o nelle vicinanze (Verona, ad esempio).
Nel corso degli ultimi anni, come sempre, il Milan mi ha fatto vivere tante emozioni importanti, dall’orgoglio per gli invincibili di Capello alla tristezza per il precoce addio di Van Basten, all’incredulità per l’inaspettato scudetto del 99, alla gioia per la Champions vinta in finale contro i rivali di sempre della Juve, allo scoramento per la finale “impossibile” di Istanbul.
La vicenda che mi ha turbato di più, comunque, è stata senz’altro calciopoli.
All’epoca della prima retrocessione in serie B, pur con tutta la malinconia e la rabbia che portava, avevo sostanzialmente accettato che la società avesse sbagliato e fosse giusto che pagasse.
Certo, qualche altra squadra ne uscì pulita in modo “misterioso”, ma noi eravamo indiscutibilmente colpevoli e quindi, per quanto triste, era giusto così.
La faccenda del 2006, invece, l’ho vissuta molto male.
Come milanista mi sono sentito vittima di un vero e proprio complotto; leggevo i giornali, le presunte prove a carico e le conclusioni dei giornalisti di alcune testate e mi sembrava di essere finito in una strana “dimensione parallela” dove i ragionamenti funzionavano al contrario.
In quella occasione, con un “colpo di testa” degno di un’età diversa dai 40 e passa che avevo, io, che ho sempre odiato tatuaggi, piercing e cose del genere, mi feci tatuare un diavoletto sopra la caviglia destra.
Mi sembrava un modo di ribadire con forza la mia appartenenza ai colori rossoneri in un momento così difficile.
Ovviamente il diavoletto è rimasto anche dopo…
Dopo calciopoli è cambiato anche il mio modo di discutere di calcio, ora tendo ad essere critico e a parlare dei problemi della squadra solo in compagnia di milanisti, mentre con i tifosi delle altre squadre tendo a difendere a spada tratta la squadra in ogni circostanza.
Inoltre, dopo decenni nei quali nel ruolo di “odiato avversario” c’era la Juve, mentre per l’Inter si trattava di una bonaria competitività, i nerazzurri si sono guadagnati il ruolo di “nemico numero 1”.
La mia “storia rossonera” continua, naturalmente, ma il mio racconto si chiude qui, per il momento. In queste settimane ho ricordato alcune vicende e sensazioni di una ormai lunga, ahime, militanza da tifoso milanista; spero di essere riuscito a comunicare a chi ha avuto la pazienza di leggermi, le tante emozioni provate in questi anni e qualcosa dell’atmosfera di tempi non vissuti direttamente da altri utenti.
Nella vita ci sono un sacco di cose più importanti del calcio e del Milan. Ma questa cosa che ti cambia l’umore della giornata, che ti mette in “ansia da risultato” se per caso ti trovi fuori portata dai normali mezzi di comunicazione durante lo svolgimento della partita, e che in certe notti ti rende difficile prendere sonno, forse proprio così trascurabile non è.
Potrebbe davvero trattarsi, come ha detto qualcuno, della cosa più importante tra quelle non importanti.
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di MaxRC
Questo breve saggio è frutto semplicemente della mia passione per il Milan e per un ciclo di vittorie che ho avuto la fortuna di assaporare e di vivere pienamente.
Non c’è in esso la pretesa di dare una visione obiettiva e asettica di quello che è stato il ciclo ancelottiano nella storia del Milan.
Vi è solo e soltanto la voglia e il piacere di raccontare, dal mio esclusivo e personalissimo punto di vista, quella che è stato il ciclo di Ancelotti al Milan iniziato nel novembre del 2001.
La memoria è quello strumento che il cervello ha a sua disposizione per rammentare bene ciò che è stato il passato, per rivederlo con la mente più lucida e con l’occhio più vivo, al fine di fissarne i momenti magici e di individuare le basi per costruire il futuro.
E’ solo un piccolo libro frutto del mio amore per il Milan, scritto d’impeto, con passione, facendo scorrere lentamente nella mia testa tutti i passaggi chiave di questi otto anni rossoneri.
Non c’è ricerca né preparazione in queste poche pagine di storia del Milan, ma solo i miei ricordi, il mio punto di vista, le mie citazioni.
Mi è piaciuto molto cercare di andare a scovare le varie fasi dell’era Ancelotti e ricordare le varie voci critiche su di lui.
Ho cercato di dare uno spaccato quanto più possibile ampio e dettagliato di ciò che è avvenuto in campo e ciò che è avvenuto fuori dal campo, concentrandomi sia sugli aspetti tecnico tattici, di gioco, che su quelli più prettamente emozionali, nonché ovviamente su qualche simpatico aneddoto.
L'arrivo di Ancelotti e un campionato di sofferenza
Carlo Ancelotti giunse al Milan nel novembre del 2001.
Il suo fu un arrivo improvviso e inatteso, in pochi si aspettavano che il turco Terim, nuovo profeta del gioco d’attacco, sarebbe stato congedato dal Milan con così tanta disinvoltura.
Terim pagò sostanzialmente un rapporto mai costruitosi con la dirigenza rossonera, un modo di gestire la squadra troppo lontano dai canoni di Milanello, le dieci formazioni diversa in dieci partite, sintomo evidente di una certa confusione tattica.
Il Carlo Ancelotti che arriva al Milan è un tecnico abbastanza maturo che con esperienze importanti a Reggio Emilia (centrata una storica promozione in serie A), a Parma e a Torino sponda bianconera.
Su di lui pesa l’etichetta di perdente di successo, frutto di tre secondi posti su quattro stagioni da allenatore, etichetta già in passato appioppata con troppa faciloneria anche ad Eriksoon.
Il Milan che Carlo trova a sua disposizione è una squadra con una buona dose di talento, individualità importanti, elementi di spessore in tutti i reparti ma molto fragile psicologicamente, ancora non pienamente consapevole dei propri mezzi, bisognosa di un lavoro certosino sia sul piano tecnico-tattico che su quello prettamente psicologico.
Carlo si mette al lavoro con grande professionalità e saggezza.
La sua prima partita vera (dopo un 3-0 in Coppa Italia) è un Milan-Piacenza di campionato.
Finisce 0-0, con una dannata sensazione di vorrei ma non posso da parte dell’attacco rossonero, che solo nel secondo tempo, con l’innesto di Serginho, riesce a procurare dei pericoli alla retroguardia emiliana.
C’è da lavorare, c’è da soffrire, c’è da costruire qualcosa e Carlo lo sa bene.
La partita successiva il Milan va a Parma, dove in panchina siede Passarella (scelto dal Cavalier Tanzi proprio al posto di Ancelotti che qualche settimana prima stracciò un accordo già siglato col Parma per scegliere il Milan) e dove la partita si presenta tutt’altro che facile.
I crociati gialloblu infatti hanno un organico importante e di prim’ordine ma navigano in brutte acque di classifica e hanno bisogno disperato di punti per risalire.
La partita è dura e accesa ma un lampo di Inzaghi nel primo tempo, su traversone perfetto di Serginho, dà al Milan tre punti fondamentali che gli consentono di innestare una marcia importante e di prendere fiducia nelle proprie qualità.
Negli ultimi minuti il Milan soffrì moltissimo causa l’espulsione del turco Umit per un fallo da killer e il pallone lanciato in curva da Massimo Donati in segno di gioia e di giubilo al fischio finale rappresenta bene la portata effettiva di quel successo.
Cronisticamente parlando è il primo vero successo del Milan di Ancelotti, un successo ottenuto più con la spada che col fioretto, ma di grandissimo impatto sul campionato.
Il nuovo Milan  però abbandona subito la lotta scudetto nelle partite successive.
Una settimana dopo Parma, il Milan gioca in casa contro il Chievo una partita bella e godibile che può proiettare i rossoneri nelle primissime posizioni di classifica.
Il successo arriva, sudatissimo, per 3-2 con un gol di Inzaghi e due di Sheva, l’ultimo su assist pennellato di Rui Costa, ma quel successo paradossalmente fu il canto del cigno della ambizioni di scudetto del Milan.
Inzaghi nel secondo tempo si rompe il ginocchio in uno scontro durissimo col portiere clivense Lupatelli e la sua uscita dall’undici titolare nei tre mesi successivi peserà molto in ottica scudetto, visto che il Milan contava moltissimo sui gol del ventottenne attaccante piacentino per vincere uno scudetto che mancava nel palmares rossonero da ben tre stagioni.
Nelle partite successive il Milan uscì definitivamente dalla lotta al titolo.
Il pari con la Juve e la sconfitta di Roma ne preclusero le possibilità ma su queste due partite pesano come macigni due discussi episodi arbitrali avversi: il rigore che Paparesta concesse alla Juve per una tuffo fuori stagione di Zalayeta a Milano, col Milan avanti per 1-0 e il gol inspiegabilmente annullato a Josè Mari contro la Roma dal signor Collina.
Episodi spiacevoli e condizionanti, quasi un preludio di ciò che poi sarebbe avvenuto negli anni successivi.
Il prosieguo di quel campionato fu poi segnato pesantemente da troppi infortuni agli uomini di chiave di quel Milan.
Maldini, Rui Costa, Inzaghi, Shevchenko, una serie infinita di contrattempi fisici che portarono i rossoneri a barcollare mestamente tra il sesto e il settimo posto, preceduti addirittura dal sorprendente Chievo di Gigi Del Neri e dal Bologna di Guidolin.
Il filo del gioco si stenta a trovare.
Ancelotti non vede Pirlo e Rui Costa assieme nemmeno a tavola e i tentativi di vedere giocare vicini i due giocatori con maggior talento di tutta la rosa sono estemporanei e improvvisati (Milan-Verona di fine dicembre 2001 con Pirlo all’ala sinistra ne è un esempio).
Il cunicolo in cui si va ad infilare il Milan nelle partite dei primi due mesi del 2002 è preoccupante.
Sconfitte incredibili subite in rimonta (con l’Udinese in casa), o risultati compromessi negli ultimi minuti (a Firenze con il gol di Adriano all’ultimo secondo).
Il Milan gioca male e non convince e a Bologna (marzo 2002) tocca un punto bassissimo.
Sconfitto 2-0 dal Bologna viene addirittura abbandonato dai propri tifosi durante la partita. La coppia d’attacco del momento Javi Moreno-Josè Mari è impalpabile come un granello di sabbia in un deserto.
La partita successiva, in casa col Torino, suona quasi come ultimissimo appello.
Il clima è teso e la tensione si taglia a fette.
Il pubblico protesta civilmente e gli striscioni invitano la proprietà a investire nel Milan.
Si vince, 2-1, con gol di Kaladze e Ambrosini, ma quanta sofferenza!
Lucarelli nel finale fa partire un destro perfetto che lambisce il palo e grazie Abbiati.
Ancelotti a bordo campo tira un sospiro di sollievo e può guardare avanti: il momento peggiore è superaro, adesso bisogna compattarsi per agganciare un quarto posto, vitale per la partecipazione alla Champions.
Il Milan migliora di condizione e inanella una serie di risultati positivi, anche aiutati dal rientro di Inzaghi (doppietta al Parma il giorno prima di Pasqua) e dalla vena notevole di Pirlo, ormai impostosi titolare nel centrocampo rossonero.
Nel periodo positivo rossonero appare una macchia tedesca inaspettata.
Nella semifinale di andata di Coppa Uefa in Milan viene praticamente umiliato dal Borussia Dortmund che infligge alla squadra rossonera un perentorio 4-0, con una tripletta di Amoroso e un gol di Heinrich.
Risulta poi vano il grande sforzo del Milan che al ritorno riesce a rimontare il risultato andando sul 3-0 (Inzaghi, Contra, Serginho), venendo beffato nel finale dal gol taglia gambe di Ricken.
Questa sconfitta di Dortumund è, senza dubbio, una delle macchie della gestione Ancelotti, che nel corso degli anni ha sempre denunciato un cedimento psicologico della squadra nei momenti più inaspettati.
Sconfitte come questa o come quella ancor più clamorosa di La Coruna tre anni dopo, hanno spiegazioni maggiormente riconducibili ad un piano mentale piuttosto che a motivazioni strettamente tecniche.
Una tendenza che si segnalerà costantemente nel corso degli anni (con alcuni pareggi inaspettati in casa contro piccole squadre), uno dei limiti probabilmente della gestione di Carlo, l’antitesi di Capello nella gestione dei rapporti umani e nella capacità di dare serenità al gruppo in occasione delle sfide decisive, molto più accomunabile a Liedholm piuttosto che a Sacchi nel suo modo di vivere il calcio.
Ogni grande allenatore ha il suo tallone d’Achille, e per Carlo la regola non faceva eccezione, tanto che il tifoso rossonero si sentiva molto più tranquillo prima di una partita con la Juventus che di una partita con l’Empoli.
Nel frattempo in campionato, il pari in casa con la Roma alla terz’ultima giornata, impone al Milan di dover andare a vincere a Verona per ottenere la qualificazione alla Champions League.
E’ una partita che vale una stagione.
I milanisti lo sanno e la tensione nei giorni cresce.
Sarà la prima gara decisiva del grande ciclo ancelottiano.
La partita di Verona
Ci sono gare che valgono da sole una stagione, non tanto per la forza in se dell’avversario, quanto per la strana catena di eventi che il destino mette in ordine sparso, al fine di dare a quella gara un sapore e una tensione diversa: siamo arrivati al dentro o fuori.
Verona, stadio Bentegodi, ore 15:00 di una domenica pomeriggio soleggiata e calda: è la prima partita decisiva del Milan di Carlo Ancelotti.
Se il Milan vince è praticamente fatta per la qualificazione in Champions, considerando che il Chievo di Del Neri è impegnato a Roma, contro i giallorossi di Fabio Capello, ancora aritmeticamente in corsa per il titolo e non disposti a regalare nulla.
Il Chievo è la squadra rivelazione della stagione, un collettivo di prim’ordine, nato da un’idea sacchiana del calcio, applicata su una base zemaniana con in mezzo la fantasia mai scontata del suo condottiero: Gigi Del Neri.
Segnamolo questo nome.
Perché Gigi Del Neri è il nome più in voga nella primavera del 2002 come possibile allenatore del Milan nella stagione successiva.
La panchina di Carletto non è salda, qualche scroscio di vento soffia forte su di essa, ma lui è sereno, tranquillo, sa che il lavoro paga ed è conscio dell’importanza di questa gara per poter aprire un ciclo di grandi vittorie.
Tornare in Champions è un obiettivo imprescindibile.
Lo sanno tutti, soprattutto i giocatori che stanno varcando il tunnel del Bentegodi, che dagli spogliatoi conduce al campo.
Abbiati, Chamot, Laursen, Maldini, Kaladze, Gattuso, Pirlo, Ambrosini, Serginho, Inzaghi, Sheva. Questa la formazione titolare, schierata con un 4-4-2 pronto all’occorrenza a diventare 4-3-1-2.
La partita è delicata, il Verona di Malesani è stata la squadra rivelazione del girone d’andata ma adesso si trova inspiegabilmente risucchiato nella lotta per non retrocedere.
Tra le sue fila però annovera gente di prim’ordine, come il portiere Ferron, i difensori Paolo Cannavaro e Dainelli, Massimo Oddo, Cassetti, Italiano e Frick, per finire con Mutu e Camoranesi.
Insomma tutt’altro che una squadretta.
La partita assume subito toni aspri e sfumature intense.
E’ Mutu dopo quasi mezz’ora di gioco a rompere l’equilibrio con un gol bellissimo da circa trenta metri.
Il primo tempo finisce con un Milan impantanato nelle sabbie mobili del suo attacco che non riesce a prevalere sulla difesa veronese.
Inizia la ripresa e l’arbitro concede subito un rigore al Milan.
Tira Serginho e sbaglia.
Sembra una partita stregata, segnata.
Ma è un gol di Inzaghi,a metà del secondo tempo, a riportare la situazione in parità.
Al Milan adesso serve un gol per trovare la Champions.
Le ammonizione fioccano, la partita si incattivisce un po’ ma è Andrea Pirlo nei minuti finali con uno splendido guizzo in area di rigore a sfruttare un assist di Kaladze, a dribblare Ferron e a depositare in rete un pallone che vale oro.
I minuti finali di sofferenza sono il giusto pegno da pagare per tre punti che valgono più del loro valore strettamente numerico.
Il Chievo infatti ha perso a Roma e il Milan adesso è arbitro del proprio destino.
La giornata successiva con un netto 3-0 i rossoneri liquidano un Lecce già retrocesso e festeggiano il ritorno sul palcoscenico europeo più importante dopo un’annata tutt’altro che facile.
Ancelotti ha portato a casa il suo primo, piccolo, grande obiettivo.
Il Milan è tornato in Champions, adesso si può lavorare per costruire una squadra importante, la base c’è già ed è ottima, bisogna solo aggiungere un po’ di qualità e rafforzare la difesa.
Carlo tutto ciò lo sa bene e con il solito ed immancabile sopraciglio sornione si gode il suo primo Milan, pronto ad inserire le giuste pedine e i giusti cambi tattici ad una squadra che ha tanto materiale grezzo che deve diventare puro.
Dedicare un intero capitolo di questa fantastica avventura ad una sola partita, per giunta non una finale di Champions, né una sfida scudetto, può apparire come una scelta bizzarra e poco comprensibile.
Tuttavia chi scrive ritiene che quel pomeriggio di Verona abbia rappresentato la pietra miliare del ciclo Ancelotti, perché ci sono partite che ti danno indicazioni e insegnamenti maggiori rispetto a intere stagioni.
Contro il Verona il Milan sembrava avesse trovato la classica giornata storta, una di quelle giornate in cui tutto gira male, gli avversari segnano con un gol della domenica, la palla non vuole sembrare amica e addirittura nemmeno su rigore riesci a pareggiare l’incontro.
All’improvviso quel giorno qualcosa è scattato nella testa e nel cuore dei giocatori e quell’orgoglio unito a una forza di gruppo che nei mesi si era cementata sempre più, fu decisivo ai fini della vittoria del Bentegodi.
Una vittoria senza la quale del ciclo Ancelotti non ci sarebbe stata traccia.
Una vittoria sottovalutata da molti nell’attribuzione di un determinante peso specifico.
Manchester e Atene sono stati i punti più alti di un grande ciclo, ma l’inizio, il momento chiave che riuscì a creare i presupposti di questo Milan si identifica in maniera piena con la gara di Verona.
I meriti di Ancelotti che si possono ravvisare in questa tribolata stagione sono relativi alla crescita di due giocatori che saranno in futuro due perni del suo Milan: Gattuso e Pirlo.
Il centrocampista calabrese ha trovato con Ancelotti una maturazione tecnica che non aveva ancora trovato. Non più soltanto giocatore di quantità, ma centrocampista che alla corsa e al sacrificio unisce il carisma, la personalità, il modo di stare in campo da leader, tutte cose che Ancelotti, anch’egli centrocampista da giocatore, ha trasmesso a Gattuso riuscendo a creare negli anni con lui un rapporto cha va al di là di un rettangolo verde, che contempla aspetti di umanità e di stima personale quasi unici nel calcio moderno fatto di rapporti superficiali.
In merito ad Andrea Pirlo invece il suo rapporto con Ancelotti fu più mediato, più da costruire nel tempo, all’inizio forse un po’ freddo.
Col passare dei mesi però Andrea riuscì a farsi apprezzare da Ancelotti che, complice l’infortunio di Rui Costa, piuttosto che rifugiarsi nel 4-4-2, il suo schema in fondo visto che è diventato allenatore grazie a una tesi sugli schemi e i movimenti d’attacco nel 4-4-2, decise di affidargli saggiamente le chiavi del centrocampo.
Due colonne del Milan Gattuso e Pirlo che hanno trovato in Ancelotti un padre calcistico di riferimento, tanto da definirlo entrambi nel corso degli anni l’allenatore più importante nella loro carriera calcistica.
L'anno di Manchester

La campagna acquisti estiva ha portato in dote Simic, Seedorf, Tomasson e Rivaldo mentre lo Slovan Liberec, squadra sorteggiata come avversaria nei preliminari, inizia a soffiare minaccioso alla porta.
Il Milan è al momento un insieme di tanti grandi giocatori, difficili da inserire in un contesto di calcio omogeneo e ancor più difficili da gestire vista l’abbondanza in certi reparti.
Basti pensare che ai nastri di partenza il Milan presenta ben 4 giocatori che possono giocare nel ruolo di trequartista: Pirlo e Rui Costa, reduci dal ballottaggio dell’anno passato, nonché Rivaldo e Seedorf, neoarrivati e non certo bisognosi di troppe presentazioni.
Il gioco ad incastro prevede poi un ponte levatoio che sale e scende con troppa faciloneria.
La difesa non è ancora affidabile, manca un leader vero, un giocatore di grande impatto fisico e di classe, capace di trascinare il reparto e di dare sicurezza.
Il sogno rossonero di quell’estate si chiama Alessandro Nesta ma l’obiettivo appare troppo difficile da raggiungere.
C’è la Juve si dice e poi Cragnotti spara alto come cifra.
La richiesta laziale sembra infatti toccare i 45 milioni di euro.
Il Milan è un puzzle bellissimo ma chi cerca di comporlo si pone una domanda: ci saranno davvero tutti i pezzi o questo puzzle rischia di rimanere un’incompiuta, bellissima senz’altro, ma priva del crisma della vittoria, del successo, che resta scolpito indelebile nella storia del calcio?
Mentre i tifosi e soprattutto la dirigenza del Milan si pongono questi quesiti, il buon Carletto sta preparando il ritorno di Milan-Slovan Liberec.
L’andata è finita 1-0 con un gol di rapina del solito Inzaghi.
Ancelotti in quella partita ha schierato la stessa formazione dell’anno precedente, con Ambrosini a protezione della difesa e Rui Costa preferito a Pirlo nel ruolo di rifinitore.
Succede però che in quella partita Sheva si fa male, lesione al menisco e 60 giorni di stop, e che nel trofeo Berlusconi di qualche giorno dopo Carletto stupisce tutti schierando una squadra con un solo mediano e con Pirlo nell’inedito ruolo di centromediano davanti alla difesa.
Dirà poi Gattuso qualche anno dopo con la sua consueta sincerità: “Quando il Mister ha messo in campo quella squadra contro la Juve io ho pensato che fosse impazzito”.
Ma Carletto non è impazzito, sta soltanto innovando un calcio italiano fino ad allora troppo conservatore e schematico.
Pirlo davanti alla difesa, il rombo a centrocampo con Seedorf sul centro-sinistra, un’idea di calcio nuova basata sul possesso della palla ragionato e finalizzato a verticalizzazioni improvvise per Inzaghi, autentico mattatore di quella squadra, sono i principi tecnici che ispiravano la sua nuova concezione di squadra.
Carlo a sorpresa riconferma quello schieramento anche contro il Liberec, contro cui il Milan perde 2-1, gol dell’immancabile Inzaghi, ma conquista una qualificazione decisiva.
Ad essa segue il ritorno di Costacurta e l’arrivo di Nesta, colpo di mercato dell’ultima ora, con un assegno da 30 milioni di euro staccato personalmente da Silvio Berlusconi.
E’ l’inizio del grande Milan.
I primi quattro mesi del Milan ancelottiano sono un piacere per gli occhi.
Il Milan stravince il suo girone battendo sia in casa che in trasferta il Baayern Monaco, campione del mondo in carica, e infliggendo un perentorio 4-0 al Deportivo La Coruna in casa sua.
In campionato il Milan diventa campione d’inverno grazie a un gol di Rivaldo contro il Piacenza nei minuti finali, che regala un primato solitario con lo splendido bottino di 39 punti su 17 gare.
Quel Milan è una macchina di gioco e gol così armoniosa che fatica a trovarvi spazio perfino Shevchenko.
Il quadrinomio Pirlo, Seedorf, Rivaldo, Rui Costa toglie visibilità all’ucraino che inizia ad immalinconirsi e a perdere lo spunto ben noto.
La macchina perfetta rossonera però inizia a mostrare le sue prime crepe a partire dall’inizio del 2003.
A quella squadra stellare erano state piano piano trovate le giuste contromisure. Le squadre avversarie si chiudevano dietro sfruttando il contropiede e imbottigliando il centro del campo, consci del fatto che quel Milan giocava con Simic e Kaladze terzini, ossia due centrali adattati in fascia.
Il Milan inizia così a perdere terreno dalle prime posizioni, rivince il suo secondo girone di Champions con più fatica e arriva alla partita decisiva con l’Ayax a corto di energie e di uomini.
Siamo ai quarti di finale della Champions League e la partita di andata ad Amsterdam è terminata 0-0, un punteggio non brutto ma pericoloso perché espone il Milan a dover attaccare senza subire reti.
Quel Milan si presenta alla sfida decisiva senza Gattuso e Pirlo squalificati, con Seedorf out e con Rui Costa rimesso in piedi solo poche ore prima della partita. Giocano Brocchi, Kaladze e Ambrosini a centrocampo.
La formazione è rabberciata, manca praticamente tutto il centrocampo titolare e non è disponibile nemmeno Serginho, l’uomo capace di cambiare la partita entrando a gara in corso.
Il turbinio incostante di emozioni che sovrasta San Siro è incredibile.
Inzaghi porta avanti il Milan, Litmanen pareggia e Shevchenko riporta i rossoneri in vantaggio.
Sembra fatta ma Piienar a dieci minuti dalla fine gela lo stadio con un gol di rapina, sfruttando una palla sporca in area di rigore.
I minuti finali di questa partita non sono descrivibili.
Chi li ha vissuti sa di cosa si parla.
Un silenzio irreale, il cuore in gola, il torello quasi irridente dell’Ajax, le sbruffonate di Ibrahimovic, il Milan che sembra non averne più.
Ma su una delle ultime palle buttate avanti dal Milan, Ambrosini è bravissimo a spizzare di testa, Chivu scivola e Pippo si ritrova davanti a Lobont, costretto ad alzare un pallonetto lungo una vita, un’infinità di secondi da mozzare il fiato, con la palla appoggiata in rete da Tomasson sulla riga.
E’ gol!
Ancelotti balza in piedi dalla panchina, colmo di abbracci, con Gattuso che lo sovrasta quasi facendogli inghiottire la sigaretta che stava fumando.
San Siro è in delirio, la gente si dà gli schiaffi perché ancora non ci crede.
E’ semifinale, è euroderby, il primo della storia.
La settimana di questa partita non è affatto semplice.
Si susseguono voci e dubbi sulla permanenza di Ancelotti al Milan.
La tensione pre Milan-Inter è fortissima, la gente fatica a prender sonno perché sa che quel derby può ridefinire certe gerarchie cittadine.
L’andata finisce 0-0 e il ritorno sembra mettersi bene per il Milan che sblocca la gara con un lampo bellissimo del ritrovato Sheva.
Ma il gol di Martins a dieci minuti dal termine rimette tutto in discussione con Abbiati che deve superarsi per deviare un tiro di Kallon nel finale e con un attacco forsennato tutto cuore dell’Inter, capace di far spendere energie nervose fuori dalla norma a tutti i rossoneri d’Italia.
Ma a Manchester ci va il Milan, a giocare la sua prima finale tutta italiana, contro la Juve di Lippi, che nel frattempo ha superato il Real.
Manchester è un approdo importante, uno snodo fondamentale per tutto il Milan che è a secco di successi da 4 anni e che non vince una Champions addirittura da 9.
E’ una partita che vale doppio, contro la squadra che in Italia rappresenta il potere, quasi una sfida all’ultimo sangue, un duello rusticano senza regole.
Al Milan, che gioca meglio, annullano un gol regolare di Sheva dopo pochi minuti e poi la partita scorre via, tra qualche lampo e tanta paura.
I rigori non sono altro che lo sbocco inevitabile, anche perché i rossoneri sono in dieci per tutti i tempi supplementari causa l’infortunio di Roque Junior.
Ai rigori i protagonisti sono i portieri con Dida e Buffon autori di grandi parate, ma è sul piede di Sheva il rigore decisivo, quello che regala ai rossoneri l’infinito.
E’ festa, è gioia, è libidine allo stato puro che fa saltare i tifosi in ogni angolo.
La vittoria della Coppa Italia tre sere dopo è solo un modo per festeggiare quella che per i milanisti è la coppa più bella.
Carlo Ancelotti ce l’ha fatta. Il brutto anatroccolo è diventato principe, il perdente di successo è adesso l’allenatore sul tetto d’Europa.
Ha superato le ironie, i pregiudizi, le cattiverie, le assurde e becere volgarità dei tifosi juventini nei suoi confronti.
Ha vinto perché ha saputo rimanere umile, perché ha creduto nei valori dello sport, della lealtà e della limpidezza e soprattutto perché si è dimostrato lucido doppiamente, scegliendo prima uno schema vincente (l’albero di natale) per poi avere la forza di correggerlo quando questo non funzionava più, inserendo fisse le due punte, con Sheva decisivo nella conquista della coppa.
La sua è una vittoria vera, è la vittoria di un uomo perbene, di un uomo di sport, di un allenatore autorevole ma mai autoritario, capace di far trovare gli stimoli e l’intensità giusta a un gruppo di giocatori difficile da gestire ma con tanta qualità.
L'anno dello scudetto
La vittoria della Champions non è una gioia normale.
Ti lascia dentro qualcosa di unico, un senso di leggerezza aulico che a volte ti porta un attimo lontano dal senso di realtà.
E’ questo un po’ il ritratto dell’estate del 2003 rossonera, un’estate fatta di sani sfottò, di una melodia che ricorre alle orecchie, si riassapora di nuovo il gusto di una vittoria che mancava da qualche anno.
Il clima di festa non è estraneo a Milanello dove i giocatori sembrano rimasti con la testa ancora a Manchester.
I voli pindarici si sprecano e l’estate milanista si caratterizza da una serie di amichevoli perse anche malamente ed una Supercoppa italiana beffardamente regalata alla Juventus in una minirivincita in versione statunitense.
Nonostante ciò i rossoneri portano a casa la Supercoppa Europea a fine agosto, battendo il Porto di Mourinho in una finale non bellissima ma molto tirata ed equilibrata.
Tre trofei in quattro mesi ma la sensazione, diffusa, di non essere ancora al top.
Il Milan infatti nel campionato appena trascorso ha palesato lacune evidenti in campionato , andando in difficoltà nelle partite in casa contro le piccole squadre che si chiudono.
Per qualcuno serve un ariete, per qualcun altro serve un giocatore sulla trequarti capace di far cambiare passo alla manovra.
I ventidue punti del girone di ritorno sono uno spettro che si agita con decisione dalle parti di Milanello e dintorni.
Ma dal Brasile è arrivato un giocatore che nessuno conosce, sembra quasi un bocconiano per come si è presentato all’aereoporto dopo ferragosto.
Ricardo Isecson Leite Kakà ha tutti i crismi del fuoriclasse e del predestinato.
Ad Ancona, prima giornata di campionato, conquista subito i tifosi del Milan con quel suo passo diverso, così tremendamente imprendibile, coi suoi tocchi magici, con la sua facilità di calarsi nella squadra.
Contro l’Inter poi segna, da predestinato, il suo primo gol in maglia rossonera, di testa, su assist di Gattuso.
Ma è solo qualche mese dopo, contro la Reggina a San Siro, che decide di prendersi davvero il Milan, di entrare di diritto e dalla porta principale al timone di comando della squadra.
Il suo gol del pareggio, dopo il vantaggio iniziale siglato da Torrisi, altro non è se non una gemma di rara bellezza, con un movimento da ballerino in mezzo metro e un colpo di punta da giocatore da biliardo.
Quello è il momento!
L’emozione che conquistò i tifosi, che fece intendere che era lui, quel ragazzo col viso così candido, colui che avrebbe deliziato negli anni la platea rossonera.
Nel mezzo, tra l’esordio di Ancona e la partita con la Reggina ci sono tanti avvenimenti che spiegano la stagione rossonera.
C’è l’affermazione in pianta stabile fra i titolari di Pancaro e Cafu, autentiche frecce delle fasce, c’è la scoperta di Tomasson come centravanti tattico, capace di giocare per Sheva e Kakà segnando anche un buon numero di gol, c’è l’infortunio di Inzaghi che privò il Milan tutta la stagione del suo bomber, c’è un gioco sempre più armonioso e spettacolare che si fa strada all’orizzonte, c’è una coppa del mondo per club persa sciaguratamente con il cambio Rui Costa per Kakà nel secondo tempo che lascia ancor spazio alle recriminazioni.
Kakà infatti ha cambiato quel Milan.
Non è più una squadra solo di possesso palla, ma è anche una squadra capace di cuocere a fuoco lento gli avversari e di decidere i ritmi della gara, poiché ha in Ricky e Sheva due giocatori capaci di cambiare la gara da un momento all’altro.
La partita di Roma con i giallorossi, la vittoria contro la Sampdoria a San Siro, il successo a Torino sulla Juve, il clamoroso derby vinto in rimonta, sono i picchi più alti e coinvolgenti del gioco della squadra, che si sente forte, sa di esserlo e gioca con una sfrontatezza che non ha pari.
Milan-Deportivo la Coruna, andata dei preliminari di Champions, finita col punteggio di 4-1 per il Milan, è senza dubbio una delle partite più belle della gestione Ancelotti.
La traumatica serata di quindici giorni dopo resta una delle macchie del percorso rossonero di Carletto.
Quella Champions, considerato anche il livello delle semifinaliste, sembrava fatta apposta per il Milan che in quel particolare momento non aveva rivali al mondo sul piano del gioco e della spettacolarità degli interpreti.
La stagione tuttavia termina con uno scudetto strameritato, il 2 maggio 2004 il Milan batte la Roma 1-0 a San Siro con gol di Sheva e la festa può esplodere.
E’ uno scudetto che porta la firma di tanti grandi autori e che ha esaltato il pubblico, cosa non facile oggi come oggi.
La stagione 2003-2004 però non passa alla storia soltanto per la vittoria del diciassettesimo scudetto della storia rossonera, ma anche in virtù di un crescente dibattito che si sviluppa attorno al Milan sul modo di giocare e sulle possibilità offensive relative alla rosa a disposizione di Carlo Ancelotti.
Nel Parlamento rossonero le posizioni che si confrontano sono fondamentalmente due: c’è il partito delle due punte sempre ed il partito dei fautori dell’albero di Natale.
La diatriba trova il suo più evidente epicentro mediatico alla fine del derby di ritorno, vinto in rimonta dal Milan.
I rossoneri perdevano 2-0 alla fine del primo tempo, un risultato casuale visto anche il modo fortuito in cui erano nati i gol dei nerazzurri, ma indicativo di una difficoltà offensiva che si era palesata già in partite precedenti.
Basti pensare al Milan Ancona di poche settimane prima.
L’Ancona era la cenerentola del campionato, la squadra con la peggior difesa e il Milan aveva chiuso 0-0 il primo tempo, senza riuscire a creare grosse difficoltà al portiere avversario e aveva sbloccato il risultato solo con un rigore ingenuo causato da Maltagliati.
Nel derby per rimontare il risultato fu decisivo l’innesto di Tomasson per Rui Costa, per dare più profondità al gioco e liberare il talento di Kakà.
Dopo la storica rimonta Berlusconi a fine partita tuonò contro l’allenatore, invitandolo a giocare sempre con due punti.
Carlo incassò, forse non gradì, il suo self control fu incredibile e nelle seguenti partite continuò ad alternare lo schema che riteneva più adatto al Milan, basti pensare che la gara scudetto fu giocata con due punte, mentre la gara precedente, a Udine, fu giocata con l’albero di Natale.
E’ indubbio che lo schema a due punte fosse più adatto alle caratteristiche di talento e di magia che quel Milan aveva ma Carlo riteneva che l’abete fosse lo schema migliore per controllare le partite visto che Kakà tutto era tranne che un giocatore di possesso palla, bensì un fantasista che puntava l’avversario ad ogni possesso del Milan.
La diatriba è continuata anche nelle stagioni seguenti, anche se con tratti più velati, rappresentando forse il momento più alto della dialettica rossonera all’interno della società e fra gli stessi tifosi.
Le considerazioni a sostegno delle due tesi erano interessanti e nascevano da visioni del calcio diverse. Controllare la partita o aggredirla?
Comunque al di là di queste divisioni quasi religioso-dottrinali di natura calcistica, considerato il livello di gioco degli scudetti successivi (i due juventini e i tre interisti), si può senza dubbio affermare che lo scudetto del 2004 rimane il più bello sul piano stilistico dell’ultimo decennio.
Il rammarico è il non aver almeno bissato questo tricolore considerata la forza della rosa a disposizione e la vastità di scelte all’interno di essa.
Il turn over quasi nullo rimane una delle maggiori imputazioni che la critica ha avanzato ad Ancelotti nel corso degli anni.
Carletto, fedele alla sua idea di calcio, ha sempre puntato su un gruppo di 12-13 giocatori ogni stagione, cambiando il meno possibile e puntando spesso più sull’esperienza che sulla freschezza.
Una scelta la sua molto ponderata ma che si è portata dietro delle inevitabili obiezioni.
Fermo restando che i campionati 2004-2005 e 2005-2006 rimangono confinati in una dimensione diversa dagli altri, essendo tutt’ora in corso un processo con pesanti imputazioni di illecito sportivo ai danni dei massimi vertici juventini dell’epoca.
Una stagione amara
La stagione 2004-2005 inizia subito con un trofeo alzato al cielo.
Paolo Maldini, in una calda serata di agosto, alza al cielo la Supercoppa Italiana, conquistata ai danni di una Lazio arrendevole, grazie a una tripletta di Shevchenko.
Qualcosa però nell’ingranaggio quasi perfetto di quel Milan ha iniziato a funzionare di meno.
I primi sentori sono dati dal pareggio in casa contro il Livorno, dalla sconfitta sempre in casa contro il Messina, da una fragilità difensiva determinata da un modo di stare in campo della squadra non propriamente perfetto.
Il Milan è troppo lungo e poco compatto tra i reparti, non ha il passo dei tempi belli e in campionato arranca.
L’ambientamento di Stam al centro della difesa non è così semplice come lo si immaginava, Crespo è nettamente indietro di condizione, insomma la campagna acquisti dell’estate non è stata incisiva come quella dell’estate passata.
Il Milan però ritrova anche se a fatica il passo da campionato.
L’armata rossonera non è spettacolare come l’anno precedente, è un po’ più bloccata, ma sa essere cinica e mettere i suoi giocatori nelle condizioni di dare il meglio.
Shevchenko proprio in quella stagione porta a casa il pallone d’oro e la cavalcata del Milan è lunghissima, piena di ostacoli e irta di scogli non previsti e poco aventi a che fare con lo sport.
Juve-Milan del dicembre 2004 è purtroppo una di quelle partite che con lo sport ha poco a che fare. Rigori negati, fuorigioco inesistenti, Kakà lanciato a rete fermato per ammonire Thuram.
Il calcio andrebbe sempre onorato ma quella sera non è stato così e così è purtroppo avvenuto in tante altre partite di quella stagione in cui il Milan poteva scavalcare la Juventus.
C’è un processo in corso su tali episodi ma nulla potrà mai risarcire i milanisti delle prese in giro dell’epoca.
Il Milan di quella stagione arrivò a giocarsi gli ultimi due mesi della stagione perdendo tutto, ma rischiando di vincere sia scudetto che Coppa Campioni.
Epiche sono state a tal proposito le doppie sfide in Champions contro Manchester e Inter. Qualificazioni meritate in entrambi i casi, con partite sempre controllate e ben gestite.
Contro il Manchester, sfida giocata senza Shevchenko che aveva subito la rottura dello zigomo solo tre giorni prima, il Milan diede sfoggio della sua capacità di tener botta all’avversario e di scegliere il momento giusto per dare la stoccata vincente.
Crespo fu decisivo in entrambe le partite così come lo furono anche Cafu, autore dell’assist per il gol dell’argentino che decise la gara di ritorno, e uno Stam formato gigante che forse stimolato dal confronto con il suo ex guru Ferguson, nella partita di ritorno divenne la calamita che attirava tutti i palloni, nonché il muro contro cui si infrangevano, vani, gli attacchi e le iniziative dei diavoli rossi di Manchester.
Contro l’Inter invece il Milan giocò una partita simile a quella di Manchester ma con una precisione e una spietatezza in zona offensiva ancora maggiore, con uno Sheva tirato a lucido, capace di decidere la qualificazione sia all’andata e sia soprattutto al ritorno con un gol di sinistro da fuori area di rara bellezza e di indescrivibile potenza.
Quando in 4 partite di Champions contro avversari di questo livello, prendi zero gol, significa che hai raggiunto un equilibrio di squadra da far invidia, che coinvolge tutti, dal portiere al centravanti.
Un’annata controversa sotto tanti aspetti, piena di emozioni e piena di depressioni.
Forse un otto volante può dare meglio la dimensione effettiva di questa stagione.
Di colpo a meno otto dalla Juve e all’improvviso a pari punti grazie a un gol allo scadere di Crespo con Lazio.
L’urlo in gola per il gol di Pirlo a Bergamo a tre secondi dalla fine che fa da contraltare con il pari beffardo con il Brescia in casa.
La depressione di Eindhoven, una partita che sembra compromessa e il gol di Ambrosini nel finale che regala il biglietto aereo per la finale di Instanbul.
Già proprio Ambrosini, emblema vero di questa stagione e degli errori in essa commessi.
La sua esclusione dall’undici titolare della partita dell’8 maggio contro la Juventus, è forse uno degli errori più grandi commessi da Ancelotti nei suoi otto anni rossoneri.
Il Milan era arrivato a quella sfida trovandosi a pari punti coi bianconeri, ma molto stanco e provato per via dell’impossibilità di allenarsi, tra un allenamento di scarico e uno di rifinitura, essendo sempre impegnato a giocare ogni tre giorni.
Ambrosini veniva da quel gol adrenalinico di Eindhoven e da un periodo di forma eccelso, così la sua esclusione dalla formazione iniziale rimane tutt’ora uno dei misteri più grandi della gestione Ancelotti.
Il Milan perse 1-0 per effetto di un gol di Trezeguet e, perso il tricolore, il pensiero e la testa di tutto l’ambiente era concentrato integralmente sulla finale di Champions.
Nessuno poteva immaginare quale sarebbe stato l’epilogo.
Instanbul non è un momento bello della nostra storia, anzi è forse il più tragico dal punto di vista sportivo.
Una partita perfetta rovinata da sei minuti di follia, una serata inaugurata dal gol di Maldini e che si conclude con il rigore tirato addosso a Dudek di Shevchenko.
Eppure proprio il gol del Capitano dopo nemmeno un minuto appariva come uno di quei presagi che ti segnalano che è iniziata una serata magica.
Il primo tempo di Milan Liverpool non è stato un match di calcio ma un manifesto del gioco del calcio, dove la perfezione viene raggiunta con la semplicità e l’intelligenza di un modo di stare in campo imperiale che si miscela a un attenzione e a una concentrazione assoluta.
L’azione del terzo gol di Crespo è forse una delle più belle azioni che si sono viste su un campo di calcio negli ultimi anni.
Nulla si è sbagliato in quel primo tempo, talmente perfetto da lasciar nelle menti di tutti i milanisti come una sensazione strana di gioia non piena, perché quando tocchi l’apice della perfezione, poi puoi solo andare incontro a un qualcosa di inspiegabile.
L’analisi di quei sei minuti di follia della serata di Instanbul ha diviso la critica in maniera forte.
Per qualcuno la panchina ha sottovalutato il gol a freddo del 3-1 di Gerrard che accorciava le distanze, non operando i giusti cambi utili per spezzare i ritmi degli inglesi.
Per un’altra parte della critica invece la componente della casualità ha influito molto, considerato anche lo sviluppo successivo della partita, col Milan che dopo il 3-3 ha ripreso ad attaccare e a giocare come se nulla fosse successo, convinto di riuscire comunque a portare a casa la coppa tanto desiderata.
Per una parte minoritaria della critica giornalistica infine le ragioni di quella sconfitta e di quella rimonta assurda sono da addebitare alla spocchia e all’eccessiva presunzione dei giocatori del Milan, inconsapevolmente sazi sul 3-0, convinti che quel risultato andasse solo amministrato, senza tener presente che gli inglesi hanno nella fierezza e nell’orgoglio i tratti essenziali del proprio Dna.
Fatto sta che la finale di Instanbul è diventata, negli anni, uno dei manifesti critici più importanti dei detrattori di Ancelotti, tanto che la posizione forte dell’estate 2005, in seno ai maggiori organi di informazione sportiva, era quella di un Milan a fine ciclo e di un allenatore che aveva fatto il suo tempo.
Una presa di posizione figlia, in larga parte, di un’onda popolare cavalcata e gestita a livello mediatico in maniera acuta e spesso parossistica.
Il Milan della stagione 2004-2005 infatti non aveva avuto la continuità e i picchi di gioco del Milan della stagione precedente, ma aveva avuto un cinismo, una compattezza, una capacità di stare sul pezzo, forse ancora maggiore, se pensiamo che è andato vicinissimo al double, scudetto e Champions insieme.
Chiaramente in un paese come l’Italia, legato a doppia mandata al Dio risultato e ai titoli portati a casa come parametro di giudizio di una stagione, quel Milan beffato nel finale, certamente da errori suoi, ma anche da una buona dose di sfortuna, era il facile bersaglio di un certo tipo di comunicazione, fatta più di slogan e di luoghi comuni che di effettivi contenuti tecnici.
Tra una stagione storica e una stagione beffarda il confine in fondo è stato labile, molto sottile, appeso ai fili di un destino che a volte si diverte a tirare i dadi, salvo poi restituirti ciò che ti toglie sotto forma di segnali che spetta a te cogliere.
Segnali che il Milan, con Ancelotti e il gruppo storico della squadra, han saputo cogliere nel momento in cui si sono presentati.
Galantuomo il destino del calcio, lui si.
Certamente poco avvezzo alle classiche polemiche da quartiere nelle quali si dibatte il nostro mondo calcistico, così puerile a volte da risultare stucchevole nella sua scarsa conoscenza delle dinamiche del calcio.
Instanbul non è mai stata per Ancelotti una macchia.
Carlo ha sempre considerato quella partita come una delle partite più belle della sua carriera di allenatore, preparata in maniera impeccabile e gestita, a suo giudizio, come meglio non si poteva.
Ancelotti negli anni non è mai stato schiavo di quel risultato bizzarro, ha provato, anche semplicemente con la sua immancabile ironia ed acutezza, a esaminarlo e a sventolarlo come un credito che prima o poi avremmo potuto e dovuto esigere dal destino del calcio.
La società lo ha coperto e lo ha tutelato, così come ha difeso tutta la squadra, conscia del fatto che quella di Instanbul dal punto di vista psicologico era stata veramente una botta tremenda.
Una botta tremenda dalla quale il Milan saprà rialzarsi, trovando nella forza del gruppo e dei cromosomi rossoneri la vera molla per l’unica impresa capace di far dimenticare questa macchia.
L'inizio della traversata nel deserto
C’erano una volta i fratelli Grimm, forse i migliori scrittori di favole per bambini, favole così belle che avevano la capacità di rapire chi le leggeva, immedesimandosi in uno dei protagonisti, patteggiando apertamente per un eroe.
Quella del Milan è stata una favola, perché quello che abbiamo provato ad Atene nel momento in cui l’arbitro ha fischiato la fine della partita è stato qualcosa che è difficile descrivere con poche parole, una sensazione di leggerezza e di commozione unita alla gioia e alla paura, si proprio la paura di non riuscire a vivere quell’attimo pienamente e intensamente, consci della sua finitezza e della incapacità tutta umana di fermare il tempo.
Il calcio non è solo schemi, tattiche, acquisti, cessioni, ragionamenti, ma è anche e soprattutto cuore e passione.
Il calcio è un insieme di emozioni che vale la pena vivere pienamente.
La  cavalcata rossonera nel deserto inizia così in una calda e afosa estate del 2005 con una delusione così cocente da smaltire che ognuno ricorre ai rimedi che conosce.
Quei sei minuti di follia però restano un boccone amaro che non si riesce a digerire, un imponderabile evento a cui non ci si abitua, che ha privato il Milan di qualcosa che sentiva appartenergli, che riteneva di meritare dopo una Champions da assoluto protagonista.
L’arrivo di Alberto Gilardino, in una piacevole serata di luglio, sembra essere il primo passo verso una lenta ma doveroso riscossa.
L’inizio di campionato però non è incoraggiante.
Il pareggio di Ascoli sotto un diluvio di pioggia e la sconfitta di Genova alla terza giornata mettono subito ulteriore pressione alla squadra rossonera.
Ancelotti tiene in pugno lo spogliatoio, ma sa benissimo che quel Milan ha perso qualcosa, è meno sicuro, meno sfrontato, un filino preoccupato degli eventi della partita.
L’Ancelotti versione 2005-2006 ha più connotati da psicologo che da allenatore, perché è la testa dei giocatori, la loro autostima, la loro memoria che va allenata, pungolata a dovere, rimotivata.
L’inizio di stagione di Gattuso, guerriero indomabile del Milan di questi anni, rasenta i limiti dell’ordine naturale delle cose.
Rino non sembra lui, ne è conscio, sente qualcosa dentro che si è rotto, Instanbul lo ha fiaccato e lo ha reso meno sicuro della propria forza.
Sarà proprio lo stesso Gattuso, con la sua fantastica ed ammirevole onestà intellettuale, ad ammettere qualche mese dopo tutta la sua insofferenza del momento, i suoi pensieri d’addio, il lungo percorso per ritrovare quella molla che sembrava non voler scattare più, lasciando un vuoto intorno a tutto l’ambiente.
Incostante è il termine più adatto ai primi mesi di stagione del Milan.
Un Milan capace di mettere sotto la Juventus con un secco 3-0 soltanto in 45 minuti, in una strepitosa serata di fine ottobre, con una prestazione super, dove pressing e determinazione diventano per una sera i connotati peculiari dell’undici rossonero.
Ma, nello stesso tempo, un Milan che soltanto tre giorni dopo rimedia una magra figura ad Eindhoven perdendo male (1-0 con gol di Farfan favorito da una disattenzione doppia firmata Kaladze-Dida) e rischiando di compromettere la qualificazione nel suo girone di Champions, poi superato grazie a due vittorie su Fenerbache e Shalke 04.
L’emblema di quel Milan è Dida.
Portiere insuperabile solo qualche mese prima, gattino impaurito pochi mesi dopo, quasi immobile di fronte ai gol avversari, capace di comunicare  continuamente un’insicurezza perenne alla difesa.
La saracinesca umana sembra essere stata sfondata, Dida ormai è diventato un problema che condiziona tutto il reparto difensivo, soprattutto sulle palle inattive.
Ma, portiere a parte, è tutto il Milan che si sente meno sicuro dei propri mezzi, meno faber fortunae suae per usare una formula latina risalente all’umanesimo rinascimentale.
Ha perso leggerezza e spavalderia quel Milan e si inizia a pensare che qualcosa debba cambiare.
Il rombo di centrocampo comincia a diventare un lusso da dosare, il 4-4-2 con Kakà e Seedorf sulle fasce inizia a diventare una soluzione importante soprattutto in trasferta (emblematico il 3-0 di Livorno prima di Natale), la stabilità della difesa diventa un “must” per una squadra che alla fine della stagione 2005-2006 avrà segnato più di cento reti complessive.
L’attacco funziona, è l’equilibrio generale della squadra che deve trovare una nuova rimodulazione.
Il Milan di quella prima fase di stagione è troppo sfilacciato tra i reparti, fatica a trovare una continuità di gioco forte per novanta minuti interi, spesso è costretto ad affidarsi a 20-30 minuti di buon calcio o ai colpi, immancabili, dei suoi più grandi e affermati solisti.
E’ infatti nella stagione 2005-2006 che si consolida e diventa ancor più eccezionale l’intesa, spontanea e naturale, tra Kakà e Sheva.
Un’intesa tale per cui il Milan si impigrisce un po’, forse inconsciamente, consapevole che prima o poi i due fenomeni avrebbero risolto le partite.
Di fatto nella prima parte di stagione, soprattutto in trasferta, l’azione offensiva della squadra viene poco supportata, lasciando i tre giocatori d’attacco spesso isolati al loro destino.
Questa scelta di Carlo subì molte critiche, in quanto si riteneva che il Milan si stesse modificando troppo, da macchina perfetta coi sincronismi sempre ben oliati e collegati tra di loro a complesso soltanto ben organizzato ma troppo dipendente dagli umori e dalle invenzioni di Kakà e Shevchenko.
L’infortunio di Maldini nella partita decisiva per il passaggio del turno di Coppa dei Campioni, nel dicembre 2005, apre improvvisamente nuovi scenari per un ripensamento della squadra.
Si apre la terza fase dell’era Ancelotti, con Cafu relegato al ruolo di riserva e un nuovo equilibrio difensivo che riesce a dare migliori garanzie a tutta la squadra.
Una fase nuova, meno conosciuta agli avversari, che si stabilizzerà con l’affermazione di Nesta e Kaladze come coppia centrale, con Stam a destra e Serginho a sinistra come terzino di spinta, proprio la posizione sempre sponsorizzata da Berlusconi, nella quale il terzino brasiliano si ritaglierà una delle stagioni più entusiasmanti della sua carriera.
Quel Milan, il Milan 2005-2006, nella seconda parte di stagione trova stimoli, gioco, equilibrio e convinzione.
Piacevolmente scorrono nella memoria i flash back di vittorie importanti, il 3-1 contro la Fiorentina in casa, la goleada contro il Chievo sempre a San Siro, lo spettacolare match di Champions contro il Bayern Monaco, terminato 4-1 a nostro favore, per non parlare del quarto di finale di ritorno contro il Lione, un revival della gara con l’Ajax di tre stagioni prima, con il cuore in gola per la tensione, l’ansia per i minuti che scorrono, l’urlo liberatorio al gol di Pippo e la festa finale a bordo campo con Galliani sceso ad abbracciare tutti i giocatori, uno ad uno.
Emozioni di calcio, emozioni del Milan.
La stagione 2005-2006 non ci porta in dono alcun trofeo.
La finale di Champions sfuma in una sfortunata semifinale con il Barcellona, con un gol ingiustamente ed inspiegabilmente annullato a Shevchenko.
In campionato invece il Milan si piazza a 3 punti dalla Juventus, a quota 88 punti.
Parigi rimane solo l’auspicio di uno striscione dei tifosi risalente a un anno prima, che non si concretizza tuttavia in realtà.
Resta però la certezza di essersela giocata fino in fondo e di aver onorato una stagione che poteva essere di deriva dopo la batosta di Instanbul e che invece ha visto il Milan protagonista, non trionfante è vero, ma spesso le vittorie sono questioni di centimetri, a volte di istanti.
Non vincere nel calcio italiano generalista e scolasticamente ancorato all’idea della vittoria come altare sacrificale della propria coerenza, è vista quasi come un’onta di cui doversi vergognare, una macchia indelebile che annulla tutto il lavoro, la passione e l’abnegazione che hanno portato a un risultato che non sia la vittoria.
Il pubblico, i tifosi del Milan però ebbero una sensibilità e una percezione delle cose diverse.
Quella stagione si chiuse infatti con uno stadio intero che inneggiava alla squadra, con applausi, sorrisi e orgoglio.
Nessuno purtroppo poteva prevedere la bufera che stava per abbattersi sul Milan…
L'estate di Calciopoli e la gioia di Atene
Che cosa sia stata l’estate di Calciopoli per i tifosi del Milan non è un’impresa semplice descriverlo.
Tornare oggi su vecchie ferite ancora aperte è una cosa che forse non ha alcun senso.
E’ sufficiente limitarsi ai dati di fatto, ossia che il Milan è stato accusato di truccare i campionati per arrivare secondo, che microresponsabilità di ordine sub-deontologico sono state trasformate in un’accusa di contro-sistema alla Juventus, che ad oggi le persone sottoposte al processo sportivo nel 2006 sono le stesse che sono imputate presso il Tribunale di Napoli, eccetto una, Adriano Galliani.
Durante quell’estate maledetta abbiamo assistito al peggio del giornalismo sportivo che andava in onda sotto le vesti neppur troppo velate di boia, la paura della serie B si materializzava ogni giorno che passava e ogni mattina si aveva il timore di aprire i giornali e di ascoltare qualsiasi notizia.
L’attacco vigliacco, meschino e penoso, mosso da ragioni non sportive, produsse una penalizzazione di otto punti e una Champions da riconquistare sul campo, cosa che avvenne, in una calda serata di agosto, con un Inzaghi formato gigante e una squadra orgogliosa, fiera e compatta, che si tagliò le vacanze per riconquistare ciò che di diritto sarebbe spettato al Milan.
Ma gli strascichi di quell’estate uniti all’inesorabile trascorrere del tempo, avevano segnato una squadra che si stava avviando alla fine di un ciclo, che aveva bisogno di nuovi innesti, di forze fresche e di linfa maggiore per supportare gli eroi stanchi di tante battaglie.
L’Inter rubò al Milan Ibrahimovic sotto il naso, arrivò un semisconosciuto come Oliveira per sostituire Shevchenko, il bomber unico e assoluto di quel grande Milan, capace di segnare 25 gol a stagione fuori dal contesto di squadra e capace di togliere spesso le castagne dal fuoco al Milan.
L’inizio di campionato, dopo i primi squilli di tromba con tre vittorie consecutive, iniziò a rivelare le prime crepe e a lasciare i primi evidenti malumori per una squadra incompleta e un po’ scarica, che aveva bisogno di essere rimotivata e rivista.
Quel rombo di centrocampo non reggeva più, la coesistenza Inzaghi-Gilardino era molto dubbia, l’infortunio di Serginho ci aveva tolto una delle nostre armi più preziose, l’equilibrio generale della squadra aveva perso vigore.
L’autunno del 2006 coincide insomma con uno dei punti più bassi della gestione Ancelotti.
Una brutta sconfitta in casa col Palermo, il derby perso, un pari scialbo ad Empoli, la sconfitta beffarda con la Roma a San Siro sono tutti risultati che non soltanto allontanano la squadra rossonera dal vertice della classifica, ma le tolgono anche sicurezza e voglia di fare bel calcio.
Fu così che dopo i primi quattro mesi di campionato, complice una sosta lunga e rigeneratrice, Ancelotti capì che quel Milan doveva mutar pelle per essere ancora competitivo.
La scelta fu di giocare con una sola punta, Inzaghi, Gilardino o anche Ronaldo che arrivò a fine gennaio, di liberare il talento di Kakà e Seedorf togliendo loro alcune incombenze tattiche di rientro e di sacrificio e di inserire un uomo in più a centrocampo, Ambrosini.
Fu proprio questa innovazione tattica, la famosa fase quattro dell’era Ancelotti, che risulterà determinante nella rincorsa rossonera verso l’utopia.
Si perché Atene per i milanisti, soltanto a gennaio, altro non era se non un’utopia, una magnifica e scintillante illusione che si sentiva il bisogno di alimentare perché il calcio, come la vita in fondo, è fatta di sogni.
Dopo aver passato il turno con il Celtic, soffrendo e rischiando di andar fuori, risolvendo la gara nei supplementari grazie a una perla magnifica di Kakà, il Milan aveva ripreso una buona marcia in campionato verso l’obiettivo quarto posto e aveva pescato il Bayern Monaco ai quarti di Champions.
La partita in casa contro i bavaresi fu ben giocata ma beffarda, con due uscite a vuoto del portiere Dida che resero vani gli sforzi di tutta la squadra.
Il 2-2 in casa significava una quasi certa eliminazione ma fu lì che scattò qualcosa nella testa del gruppo storico, fu lì che divenne decisivo il ruolo di Ancelotti, con il suo equilibrio e la sua saggezza.
Fu lì che vennero intravisti, seppur velati, quei famosi segnali che il destino gentiluomo doveva offrire a questa squadra.
A Monaco, Seedorf e Inzaghi regalarono al Milan uno dei successi più belli della sua storia, un successo vero, tosto, di sostanza, sudato fino all’ultimo minuto, un successo che catapultò la squadra rossonera di diritto verso la semifinale col Manchester United.
Dopo una partita d’andata spettacolare (con un Kakà in versione extraterrestre autore di due gol e di una prestazione eccezionale) ma amara a causa del gol finale di Rooney che diede al Manchester il successo per 3-2, arrivò il ritorno, il 2 maggio del 2007, in cui il Milan sfoggiò una delle prestazioni migliori della sua storia, la partita perfetta, dove nulla fu sbagliato, dove  Cristiano Ronaldo venne disintegrato da Gattuso, dove Seedorf salì in cattedra e dove Kakà mise l’ipoteca sul suo pallone d’oro.
La vera finale forse fu quella, quel Milan-Manchester 3-0 spettacolare, visto che la partita di Atene fu, come tante finali d’altronde, avara di emozioni e molto tirata.
Il Liverpool giocò meglio del Milan, molto nervoso e teso in campo, ma rispetto a Instanbul c’era un fattore nuovo, il fattore Inzaghi, quella variabile impazzita che manda in tilt il radar delle difese, che “sa segnare” persino di omero, che sa sempre che ogni attimo è quello buono per mettere la palla nel sacco.
Inzaghi fu la chiave indovinata per scardinare la difesa inglese, una scelta felice, preceduta il giorno prima da una telefonata beneaugurante e premonitrice fatta proprio a Inzaghi da Silvio Berlusconi in persona.
Nell’esultanza di Inzaghi dopo il gol del momentaneo 2-0 sul Liverpool c’è tutto, c’è la rabbia di un gruppo mai domo e la gioia di una tifoseria che ha voglia di riconoscersi in questa squadra.
Campioni d’Europa!
Un successo che assume le sembianze della pioggia manzoniana, che lava via tutte le ingiustizie dell’estate del 2006, che allontana le invidie e ripaga il Milan di quella sfortunata e beffarda finale di Instanbul.
Carlo Ancelotti ha quasi chiuso il cerchio della sua storia rossonera.
Gli rimane solo il Mondiale per club, titolo sfuggitogli nel 2003, che invece stavolta, con l’ennesima partita perfetta, riuscirà a portare a casa il 16 dicembre del 2007, con un perentorio 4-1 ai danni del Boca Juniors, altra rivincita.
Nel mezzo un’altra Supercoppa Europea conquistata ai danni del Siviglia.
Atene insomma è stata, con Yokohama sullo sfondo, l’ultima grande impresa di Ancelotti da allenatore del Milan, un ciclo iniziato alcuni anni prima, prendendo una squadra da Coppa Uefa e rendendola una squadra top mondo per tanti anni.
Ma il calcio come la vita ha le sue leggi e i suoi tempi, tutto ha un inizio e una fine, e così questo ciclo che ha portato gloria al Milan è giunto alla sua naturale conclusione.
Chi scrive non ha condiviso molte delle scelte di gestione degli ultimi due anni ancelottiani.
Inevitabilmente troppe gerarchie precostituite avevano preso il sopravvento su una conduzione tecnica molto ancorata al passato.
Carlo negli ultimi anni era diventato troppo morbido coi giocatori ed anche le sue intuizioni e la sua lucidità si erano via via attenuate.
Ma qui si sta parlando di un ciclo di vittorie e di emozioni che è stato condotto da un allenatore a cui volere bene è stato quasi naturale, con il quale è stato bello vincere, perdere, gioire, arrabbiarsi per i cambi, condividere quest’esperienza.
Nel chiudere gli occhi e nel ripensare a questo ciclo qualche lacrima scorre, è normale, è giusto che sia così.
Carlo ci ha dato tanto, è stato bello essere rappresentati per tanti anni da una persona come lui, dalla sua semplicità e dalla sua ironia mai offensiva e sempre bonaria.
La sua umanità è insostituibile, non esistono vittorie paragonabili ad essa.
Ma è inevitabile che, anche inconsciamente, senza quel sorriso pulito e quel sopracciglio che si inarca, i tifosi del Milan si sentiranno un po’ più soli.
 
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