Pensieri Sparsi... 08
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del 23/12/2008
2009,SEDETEVI E VIAGGIATE…
Viaggiare,non fermarsi.Cercare,non smettere.Il mondo in cui viviamo induce alla pigrizia reale e alla mobilità virtuale.Tutti sembrano inseguire febbrilmente qualcosa che non trovano.Più sono gli strumenti per risparmiare il tempo più noi sembriamo attratti da un buco nero di fretta.Telefoni cellulari,I-Pod, Internet sembrano fatti apposta per farci vivere in modo più semplice,per restituirci tempo.
Il mio augurio per il 2009 è che ognuno si prenda il proprio tempo:per viaggiare,per amare,per leggere un libro,per guardare un film,per fare l’amore.Prendete tutto il tempo che vi serve per voi stessi.
Buon Natale.
Ci vediamo nel 2009
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del 18/12/2008

ROMEO and ROMEO
Costretti a una dura convivenza fra le montagne del Wyoming,dove devono difendere un gregge dai coyote,i rudi giovani cowboy Ennis e Jack diventano amanti.Decisi a rimuovere l’avventura omosessuale,entrambi riprendono la loro vita,si sposano e hanno figli,ma basterà un nuovo incontro per rivelare a entrambi che il loro è vero amore.Così nell’arco di vent’anni continueranno a vivere la loro love story,che resterà però segreta e clandestina.
E’ la trama de “I Segreti di Brokeback Mountain”,passato di recente in rai,e che ha innescato una serie di polemiche .Il film è stato spogliato di tutte le scene più significative: una tra tutte quella del bacio tra Jake Gyllenhaal e il compianto Heath Ledger, premiata agli Mtv Movie Awards del 2006.
Vi risparmierò il carosello di opinioni:censura antigay,omofobia,oscuri accordi,interventi di personaggi che vorrei definire interlocutori. Vi dirò la mia: seppur in televisione si possano vedere tette e culi a qualsiasi ora, seppur nessuno censuri film spinti in seconda serata, a Brokeback Mountain hanno tolto tutte le scene di sesso, trasformandone così la storia. Perché questa ipocrisia?
La televisione è democratica, si dice, perché esiste un oggetto, chiamato telecomando, che permette, in caso non piaccia una trasmissione, di cambiare canale: allora perché censurare un film? Perché acquistarlo per poi trasmetterlo in seconda serata, decurtato di parti importanti per comprenderne il senso?
Prima o poi un bel discorsetto sulla televisione italiana andrebbe fatto;ma non è questo il momento.C tengo solo che i film vengano amati e rispettati.
I Segreti di Brokeback Mountain è qualcosa di molto diverso e di molto più interessante di un semplice western gay.E’ una specie di Romeo e Romeo dove poesia e melodramma s’intrecciano con una sensibilità che non rifiuta,ma trascende l’elemento gay.
La scena “incriminata”risulta forte ed esplicita,ma serve soprattutto ad esprimere le caratteristiche esistenziali dei due personaggi:rudezza al limite della violenza,giocosità adolescenziale,impetuosità,ma anche incapacità di accettare il desiderio e automatico rifiuto dell’omossessualità.Ma si tratta appunto di un'unica scena perché l’interesse sta altrove:valorizzare il magnifico paesaggio,quasi un impossibile paradiso sentimentale e usare al meglio la fisicità dei due perfetti protagonisti,l’ombrosità sempre più amara di Ledger,la solarità e l’ambiguità di Gyllenhaal,per raccontare un percorso intimo dal sesso all’amore,fra rimpianto e ostracismo sociale.
Con uno stile romantico e sincero.
Nel paese di veline,letterine,reality e programmi scadenti da far ribrezzo
Non rovinate anche la magia di un film.
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del 11/12/2008

I LUOGHI DELL’ANIMA
Via dalla pazza folla.
Ma non basta
Quando la vita sembra piccola,quando gli spazi attorno sembrano angusti e opprimenti,quando le persone sembrano vuote di anima e di senso,quando si ha bisogno di sé e non ci si trova più allora il mondo trova degli spazi non conosciuti,inediti.
Spazi di salvezza,di ascolto,spazi per cercarsi,guardarsi,trovarsi. Ci sono momenti nella vita in cui la solitudine è un obbiettivo e non un problema,in cui il rumore di cui si ha bisogno è quello dei propri pensieri,dei battiti del proprio cuore.C’è chi ha il coraggio di cercarsi lontano dalla pazza folla, di cercarsi dove la natura è rimasta come era,dove i suoni sono i suoni della natura,dove le leggi sono le leggi della natura. Fuggire verso il principe dei “non luoghi” della civiltà contemporanea:il mondo come è sempre stato, il mondo come sarebbe se gli uomini non lo avessero cambiato o semplicemente non fossero esistiti. Fuggire,tirarsi fuori.Rifarsi un mondo diverso,una vita diversa,un tempo diverso,un suono diverso. Farselo dove esistono,insieme,il tutto e il niente.Il mondo delle città è un mondo dove tutto è pubblico,tutto è rintracciabile,tutto è collettivo. Dove si può finire per soffocare. In fondo “Caos Calmo” è questa storia.E’ la storia di un uomo che si tira fuori. Che fa di una panchina il suo Luogo,che riorganizza il mondo attorno all’impensabile priorità di stare vicino a una figlia,a un dolore, a una assenza. “Into The Wild- Nelle terre selavegge” è un capolavoro. Il film di Sean Penn è la meravigliosa descrizione di queste fughe,la scelta di vita di un ragazzo che finisce gli studi e vuole cominciare a studiare se stesso. E’ uno dei film più emozionanti che mi sia capitato di vedere.Lo sono i silenzie le parole.Lo sono i giorni nella natura,dura e forte,lo è il senso del vuoto di chi è rimasto dov’era,ad aspettare un figlio perduto.Lo è soprattutto la devastante dolcezza di un uomo anziano che vorrebbe adottare quel figlio perduto,lo sono i suoi occhi rossi.
La società solitaria lo può essere anche per scelta,per libero arbitrio.Ma il film trascina lo spettatore nel meraviglioso inganno di fargli credere che quella di fuggire sia la scorciatoia per la felicità,che la più radicale delle opzioni
di isolamento sia capace di costruire un nuovo equilibrio,delicato e miracoloso.
Ma il film,e la storia vera che lo ha ispirato,chiudono anche questa porta sancendo che la natura può essere verde e cattiva,dolce e assassina.Ma è proprio alle parole ritrovate del ragazzo che è affidata la luce del film. Non esistono solo le meraviglie dei tramonti e lo sguardo dell’alce a fare vita. No,la felicità esiste solo se è condivisa.E  allora una scelta in fondo egoista, ”la mia vita sono io”,appare insufficiente per vivere.La felicità esiste solo se è condivisa.E noi serviamo a questo,solo a questo.
E’ questo il senso che ci fa stare insieme,passando i giorni della vita.
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del 04/12/2008

KEN PARK
(malessere estremo o cruda realtà?)
Ken Park, il cui nome anagrammato dai compagni di scuola diventa “Ken Krap”, ovvero “Ken la merda”,  è il personaggio che da il titolo al film dei fotografi-registi Larry Clark-Ed Lachman.
“Ken la merda “ ha poco più di sedici anni, i capelli rossi, le lentiggini, uno skateboard, una mini Dv e ,dopo appena due minuti di pellicola, si spara alla tempia, filmando il suo suicidio sulla “montagnola” assolata degli skaters di Vasalia, California.
Nella sequenza finale del film vediamo nuovamente Ken seduto su una panchina del parco, con la sua ragazza, in un flashback che ricostruisce il perché della sua scelta:
la ragazza è incinta e vuole tenere il bambino.
Il cerchio si chiude dopo 90 minuti di eccessi ed esagerazioni visive di ogni tipo, tra violenza, sesso ai limiti dell’hard, odio e amore estremi,scritti dal giovane talento dell’underground americano Harmony Korine.
Lo sceneggiatore di Kids e autore di cult movie come Gummo e Julien Donkey-Boy, ha preso spunto da alcuni diari e ritagli di giornale raccolti dal sessantenne Larry Clark, che ha vissuto per quasi tre anni con i giovani skaters di Visalia.
Così, mentre le major di Hollywood si affannano a evitare ogni tipo di divieto e censurano ogni possibile scena di sesso esplicito dai loro film, a Larry Clark sembra non interessi affatto non trovare una distribuzione nelle sale e uscire, negli Usa, direttamente nel mercato home video, proseguendo il suo percorso coerente, a volte morboso, cominciato negli anni ’70 con l’attività di fotografo, con immagini senza sottintesi ne tagli, che documentano il malessere e l’inadeguatezza dei ragazzini americani.
Morto Ken Park la storia ruota intorno ad altri quattro teen loser, amici del suicida, tre ragazzi (Shawn, Claude, Tate) e una ragazza (Peaches), e mette in scena, con crudo ed esasperato realismo, masturbazioni, piccole orge, un padre ubriacone e reazionario che
s’infila nel letto del proprio figlio, una giovane madre che si lascia leccare dal fidanzatino sedicenne della figlia, un ragazzo che uccide i nonni perché hanno barato a Scarabeo e un fanatico religioso vedovo che, dopo aver colto la sua “bambina” a peccare con un coetaneo
cerca di riportarla sulla retta via vestendola come la moglie defunta.
Il tutto sotto lo sguardo destabilizzante e disilluso di Clark e Lachman, che non rinunciano mai al gusto per il dettaglio estremo:
la scena più celebre è quelladell’asfissia autoerotica, in cui l’attore James Ransone, il disturbato Tate, si masturba con un cappio al collo per rallentare la circolazione sanguigna, davanti a una partita di tennis in tv.
L’inquadratura resta fissa su di lui seduto a terra, il volto paonazzo e il sesso tra le mani per alcuni minuti, come unico sottofondo sonoro il tonfo della pallina colpita dalle racchette e i mugolii delle tenniste, a cui si sovrappongono quelli di Tate.
Nessuno stacco di montaggio fino alla polluzione, fino a un ulteriore dettaglio sullo sperma e il pene ormai non più eretto.
Solo nel cinema porno è possibile vedere un’intera pratica di autoerotismo.
Il suicidio di Ken Park, l’onanismo di Tate, la timidezza di Claude e l’insicurezza di Peaches sono il frutto di genitori strafatti,
dallo stomaco gonfio di birra, il cervello atrofizzato dall’integralismo religioso o da troppe partite viste in tv.
Clark e Lachman riescono a esibirne il malessere estremo senza pudori né mezze misure, andando dritti al cervello in poltiglia di Ken, al corpo magro e dinoccolato di Claude, fino al seme di Tate.
Scelgono di esibire il cuore della scena underground dei ragazzini americani che hanno come solo credo la “Church of Skatan” (dove Skatan è una sintesi di skate e satana) e vivono in equilibrio precario trauna sessualità alternativa e la droga.
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del 27/11/2008

LA NEVE SE NE FREGA - Luciano Ligabue
 “Grazie per la neve che sta scendendo.Mi è sempre piaciuta,ma adesso mi sembra proprio puntuale. Tempestiva. Porta pulizia. Porta bianco. Costringe all’attenzione. Ha i tempi lunghi. Lima rumori e colori. Lima le bave dei sensi. Ce n’è bisogno. Ancora per un po’.”
Il mondo è pulito. Le risorse rispettate. I bisogni soddisfatti. Un soffice rigore governa l'esistenza. Tutto secondo i diritti e i doveri del Piano Vidor. Siamo in un altrove temporale e nel migliore dei mondi possibili, sia pur a fronte di un controllo totale. Il Piano Vidor ha a cuore il benessere e la felicità delle coppie e infatti DiFo e Natura sono felici, secondo programma. Lavorano, fanno l'amore, frequentano amici, si lasciano intrattenere dalle forme di spettacoloconsentite. Spendono insomma il tempo che è stato dato loro in sorte, con appassionata diligenza. Ma quel tempo, apparentemente così simile al nostro, è segnato da una profonda alterazione socio-biologica che ha a che fare con il mistero del nascere, del venire al mondo. DiFo e Natura sono destinati a imbattersi in quel mistero e ad aprire una fatale contraddizione nel paradiso del Piano Vidor. Non esiste un’età in cui non possiamo più chiederci nulla,in cui non possiamo più chiedere conto di quello che succede intorno a noi,dell’amore che abbiamo in corpo,della vita misteriosa che scorre,ogni battito un respiro,verso storie sconosciute,che hanno il vago sapore di essere già state vissute,ma anche l’innocenza di qualcosa che accade per la prima volta.
Senza dimenticare la vita che nasce e la vita che muore,due rebus da millenni in attesa di soluzione.  La neve se ne frega racconta questo e altro ancora:Luciano Ligabue nel suo romanzo,ora diventato anche fumetto,o meglio un romanzo a fumetti,ci mostra,sorprendendoci che siamo già entrati nel tempo della fantascienza,di un era fantastica e scientifica in cui la vita si manifesta sempre di più nella sua essenza.  Insomma,gli avvenimenti narrati non devono essere collocati in un ipotetico futuro prossimo venturo,ma al presente:stanno già accadendo. La neve se ne frega ci racconta una parabola moderna,ci racconta di cosa sono fatti i giorni e i nostri pensieri,i sentimenti e la neve,il riso e la luce,il pianto e il buio.Ci racconta come siamo incatenati e chi ci incatena con fili invisibili,come liberarci e come sottrarci da chi lavora con buona lena per la nostra infelicità.Ligabue,in questa storia ci regala anche un piccolo incantesimo rovesciato:si nasce vecchi e si sparisce giovani,capovolgendo l’idea di vecchia e gioventù. Quello che può sembrare un artificio letterario è in realtà un solido gesto poetico,qualcosa che fa ballare il cuore. Una volta si diceva che quando si diventa vecchi si torna bambini:e lo si diceva come qualcosa di inevitabile,come un segno di rincoglionimento. Ligabue ci fa capire che tornare bambini può essere un gesto rivoluzionario,anarchico,un graffio di libertà sui questo tempo malandato,il desiderio di vivere fino in fondo questa vita finchè fa male,finchè ce n’è. La neve se ne frega è un romanzo provocatorio, appassionato, generoso. Dribbla la fantascienza e inventa un mondo che finisce per dar forma a una innamorata nostalgia per l'uomo così com'è, per il mondo come noi lo soffriamo, lo conosciamo
e non sappiamo cambiarlo. E' un romanzo d'amore.
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del 29/11/2008

IL GIRO DEL MONDO (parte 3)
I LIBRI
Anche in questo caso è impossibile tracciare una linea di continuità tra le deci
ne di migliaia di pagine da ma lette. Gran parte della mia libreria è occupata d
ai volumi degli eccelsi narratori americani, soprattutto quelli che hanno raccon
tato, con inchiostro vivido come sangue, la seconda metà dello scorso secolo.
Ma tra i libri nel mio scaffale figurano anche i romanzi e i racconti di scritto
ri conterranei, numerosi saggi dedicati al cinema, alla musica e al teatro, racc
olte di poesia e una discreta collezione di fumetti.
Sono un lettore buongustaio insomma, che divora ciò che invoglia la sua curiosit
à ma sa assaporare la singola parola centellinandola sotto il palato.
Concludiamo il nostro giro del mondo oggi, con i libri che più mi hanno ossessio
nato, un tragitto familiare per quest’ultimo viaggio. Sempre pronti però alla sc
operta di nuovi mondi. E che il viaggio non finisca mai.
1 : Un sogno americano
Mailer Norman
Eroe di guerra, celebre personaggio televisivo, professore di psicologia all'Università di New York, nonché marito di un'ereditiera («una fanciulla che avrebbe accolto con indifferenza un diamante grosso come il Ritz»), Stephen Rojack è la personificazione del Sogno Americano. Nella sua invidiabile esistenza tuttavia alligna una strana tensione, una sorta di smania che una notte si trasforma in impulso al suicidio. E proprio nel tentativo di difendersene, Rajack finisce per strangolare la moglie. Cosí, nella città in cui, fino a poco tempo prima, aveva una posizione di massimo privilegio, Rojack si ritrova catapultato nei bassifondi, tra gangster, edifici fatiscienti, bar equivoci. Un romanzo che al suo apparire, nel 1965, scatenò negli Stati Uniti accese polemiche e che, mettendo a nudo i desideri sfrenati e le crudeltà inaudite celate dalla norma sociale, conserva, ancor oggi, tutta la sua carica eversiva.
 2 : Al di là del bene e del male
Friedrich W. Nietzsche
Nell'estate del 1886 Nietzsche cura a proprie spese, da Sils-Maria, in Engadina, la pubblicazione di Al di là del bene e del male. Tra le recensioni che più entusiasmarono il fi losofo tedesco vi fu quella di Joseph Widmann, pubblicata su "Der Bund" di Berna, il quale paragonò il libro a quei carri che, inalberando bandiera nera come segno di pericolo, trasportavano la dinamite attraverso le quiete valli svizzere passando per il tunnel del San Gottardo. Nietzsche comincia la sua guerra, dopo una guerriglia condotta a colpi di aforismi, contro tutti i pregiudizi morali e filosofici, contro l'illusionismo magico di parole e concetti. Un attacco che diventa più organico e sistematico, e che con la stessa intensità poetica segue il dionisiaco abbraccio alla vita selvaggia dello Zarathustra. Questo libro compendia 300 aforismi, tutti che si scagliano con irruenza e provocazione contro la morale precostituita, contro il perbenismo diffuso e stolido, contro i bigotti adagi popolari e convenzioni preesistenti. Un libro quasi di denuncia, nel suo tono brioso e sostenuto, nello stile frammentario, quasi da flusso di coscienza, con un continuo proponimento di nuove tematiche e nuove conclusioni, in un avvicendarsi di pensieri incessanti e riflessioni estremamente acute. Al centro dell'opera stanno alcuni aforismi brevi assai famosi e citati dai posteri, alcune massime decisamente aconvenzionali, anomale, ma sempre sublimamente ponderate.
 3 : Storie di ordinaria follia
Charles Bukowski
 Storie di ordinaria follia, di seguito riportiamo la trama e la presentazione dell'editore. La biografia di Bukowski include due tentativi di lavorare come impiegato, dimissioni dal "posto fisso" a cinquant'anni suonati, "per non uscire di senno del tutto" e vari divorzi. Questi scarsi elementi ricorrono con ossessiva insistenza nella narrativa di Bukowski, più un romanzo a disordinate puntate che non racconti a sé, dove si alternano e si mischiano a personaggi e eventi di fantasia. "Rispetto alla tradizione letteraria americana si sente che Bukowski realizza uno scarto, ed è uno scarto significativo", ha scritto Beniamino Placido su "La Repubblica", aggiungenso: "in questa scrittura molto 'letteraria', ripetitiva, sostanzialmente prevedibile, Bukowski fa irruzione con una cosa nuova. La cosa nuova èlui stesso, Charles Bukowski. Lui che ha cinquant'anni (al tempo in cui scrive questi racconti, attorno al '70), le tasche vuote, lo stomaco devastato, il sesso perennemente in furore; lui che soffre di emorragie e di insonnia; lui che ama il vecchio Hemingway; lui che passa le giornate cercando di racimolare qualche vincita alle corse dei cavalli; lui che ci sta per salutare adesso perché ha visto una gonna sollevarsi sulle gambe di una donna, lì su quella panchina del parco... Lui, Charles Bukowski, 'forse un genio, forse un barbone'. Anzi, 'io Charles Bukowski, detto gambe d'elefante, il fallito', perché questi racconti sono sempre, rigorosamente in prima persona. E in presa diretta." Un pazzo innamorato beffardo, tenero, candido, cinico, i cui racconti scaturiscono da esperienze dure, pagate tutte di persona, senza comodi alibi sociali e senza falsi pudori.
 4 : Ragazze cattive
Joyce Carol Oates
 La storia di una "gang" al femminile nella provincia americana degli anni Cinquanta. Cinque ragazze con un passato difficile, legate dallo stesso desiderio di fratellanza e ribellione, arse da un'indomabile furia liberatrice. Maddy Monkie, cronista del gruppo, Goldie, che dietro la femminilità nasconde un temperamento esplosivo, Lana, bionda tipo Marilyn, Rita, timida e umiliata, ma soprattutto Legs Sadowsky, eroina indistruttibile, la cui intelligenza nutrita di rabbia e spirito di vendetta, fa di lei una rivoluzionaria. Un sodalizio totale, che è patto di difesa e di aggressione contro il cuore buio della società americana, dove si annidano violenza, maschilismo e discriminazione.
 5 : Ritorno sulla terra
Jim Harrison
 Jim Harrison è uno dei maggiori scrittori americani. Non grande come Cormac McCarthy, Don De Lillo o Philiph Roth, ma uno importante, che qualche cosiddetto classico l’ha già scritto. Qualcuno lo ricorderà magari per essere l’autore di un racconto da cui è stato tratto il film “Revenge” con Kevin Costner oppure di un romanzo che ha fatto da sceneggiatura a “Vento di passioni”, altro film di cassetto, stavolta con Brad Pitt, ma in realtà meriterebbe di essere riconosciuto per ben altro: “Un buon giorno per morire”, “Luci del Nord” e “L’uomo dei sogni” su tutti. Nato e residente nel Michigan, pare in una fattoria, Jim Harrison è un uomo che si potrebbe considerare di quelli all’antica: ama pensare, rimuginare ed esplorare lentamente l’ordinaria bellezza della vita. È questo respiro, ponderato nel corpo e nella mente, che permea la sua scrittura. “Ritorno sulla terra” è il suo ultimo lavoro e porta forse a compimento questa caratteristica, già comunque presente nei precedenti: la storia mette l’uomo di fronte alla natura, alla sua natura e soprattutto alla sua mortalità. I protagonisti si trovano così a scoprire un paesaggio interiore che li invade e che a tratti li ammutolisce, gettandoli anche in territori ignoti in cui non sanno orientarsi. Donald è condannato dal morbo di Gehrig e detta alla moglie la storia della suafamiglia, che nella sua mente diventa una sequenza umana inesausta di persone in lotta con sé stesse, spesso a propria insaputa. L’unico momento di pacificazione è nel contatto con la terra e difatti i protagonisti tendono a cercare l’isolamento nei boschi, in una sorta di ritiro a la Thoureau che però produce risultat
i solo frammentari. A fianco di Donald, prima e dopo la sua morte, concorrono Cynthia, David, Claree K, tutti accomunati dallo spaesamento provato di fronte allo scenario troppo naturale a cui la scomparsa dell’amico li obbliga. Ognuno a suo modo si rifugia nella terra che sente più sua: il sesso piuttosto che un capanno o qualche opera di carità (come i kit di sopravvivenza che David distribuisce ai messicani che tentano di attraversare il confine con gli Stati Uniti). Quella di Harrison è una zona di confine interiore – per questo ancora più ardua da superare -, un passaggio obbligato per chi vuole sopravvivere: è il confine tra la vita e la morte, tra il sé e l’altro, tra la realtà e le proprie proiezioni. L’autore è bravo a calarsi nell’ordinario, persino negli istinti dei suoi personaggi, e a rendere la loro fatica di vivere, sempre sull’orlo dello sconforto: a tratti pare di leggere uno Svevo americano, con tutto il suo accessorio quindi di concretezze anche banali. Ancora una volta Jim Harrison ci pone davanti un panorama che merita di essere osservato ed esplorato.
 6 : Come diventare buoni
Hornby Nick
 Come si fa a diventare buoni? E soprattutto, che cosa significa essere buoni? Katie Karr non se l'è mai chiesto: una donna che ha scelto di diventare medico per aiutare gli altri e che ha cresciuto i figli ai valori morali più profondi non ha nemmeno bisogno di chiederselo. Finché quella donna non tradisce il marito. E allora il marito, David, decide di dare una svolta alla sua vita. Abbandona le arguzie sarcastiche con le quali non risparmiava nessuno, nemmeno la moglie e i figli, e rinuncia a versare veleno su tutto e tutti nella rubrica che firmava regolarmente su un quotidiano locale; insomma smette di essere "l'uomo più arrabbiato di Holloway" per diventare buono. Ma buono sul serio, facendo perdere a Kati e ogni punto di riferimento. Dopo avere dato una voce e un volto alla società media inglese contemporanea, raccontando le storie esemplari di un tifoso, un collezionista di dischi e un eterno adolescente toccato dalle gioie della paternità, Nick Hornby torna sulla scena con un nuovo divertente romanzo dedicato ai temi della famiglia e della vita coniugale. E questa volta sceglie di adottare quale "testimonial" e io narrante dell'intera vicenda una donna. Katie, così si chiama la protagonista di Come diventare buoni, conduce una vita monotona e senza prospettive, divisa tra il lavoro di medico generico, due figli problematici, il marito scrittore David, vero "artista della guerra coniugale", e un amante di nome Stephen. Fino al giorno in cui, grazie all'incontro con BuoneNuove, un D.J. alternativo, a metà strada tra il santone e il terapista, l'egoista e velenoso David, tanto acido da tenere sul giornale locale una rubrica di invettive intitolata "L'uomo più arrabbiato di Holloway", non decide di cambiare completamente. E si trasforma in un uomo nuovo, un uomo sorprendentemente buono. Niente più ripicche, minacce, cattiverie, scritti al vetriolo: al loro posto donazioni ai poveri, distribuzioni di cibo ai barboni del parco, offerte di ospitalità ai senzatetto, manuali di istruzioni su come distribuire equamente le ricchezze mondiali e persino il perdono della moglie traditrice. Catapultata in una dimensione che ha dell'irreale, Kate sarà costretta a rivedere le sue certezze e a riconsiderare la crisi del suo matrimonio. Attraverso i dubbi, gli interrogativi, le difficili scelte della donna, Nick Hornby fa riflettere su argomenti impegnativi come l'amore coniugale, i rapporti familiari, la sofferenza personale e quella altrui. Ma senza rinunciare ad uno humour disincantato, a volte venato d'amarezza, in grado di smascherare piccole e grandi debolezze, menzogne e ipocrisie.
 7 : Soffocare
Chuck Palahniuk
 "Se stai per metterti a leggere, evita. Tra un paio di pagine vorrai essere da un' altra parte. Perciò lasca perdere. Vattene. Sparisci, finchè sei ancora intero. Salvati. Ci sarà pure qualcosa di meglio alla TV". L'inizio di Soffocare spiazza il lettore, annunciando dalla viva voce del protagonista che quella che si sta per leggere è la storia di uno sfigato immerso in un mondo di sfigati. VictorMancini, figlio di un'eco terrorista ante litteram, studente di medicina fallito, sessodipendente, per sbarcare il lunario lavora come comparsa in un museo vivente: la ricostruzione per turisti di un villaggio di Padri Pellegrini del 1734. Ma la sua genialità emerge nello stratagemma che ha inventato per pagare il salatissimo conto della clinica in cui la madre è ricovarata da qualche tempo: ognisera si reca in un ristorante diverso con il fido Danny e, nel bel mezzo della cena, finge soffocare per colpa di un boccone andato di traverso. Regolarmente qualcuno si lancia a salvarlo, e immancabilmente questo qualcuno esce "trasformato " da tale esperienza e diventa una sorta di padre adottivo del protagonista, di modo che - immancabilmente - in occasione dell'anniversario dell'incidente gli invia dei soldi. Dopo anni di questa attività Victor si trova a ricevere quasi quotidianamente un gruzzolo da persone di cui ormai non ricorda nulla, ma che gli sono grate per aver dato un senso alle loro vite: "...A fingerti debole acquisisci potere. E al tempo stesso fai sentire le persone più forti. Lasciandoti salvare, tu salvi loro. Devi solo mostrarti fragile e riconoscente. Perciò fai lo sfigato, sempre e comunque. La gente ha tanto bisogno di sentirsi superiore a qualcuno. Perciò fai il sottomesso, sempre e comunque...". In tutto ciò, il nostro Vic trova anche il tempo di partecipare ad un gruppo in stile alcolisti anonimi per liberarsi dalla dipendenza del sesso, all'interno del quale gli intrecci e le evoluzioni erotiche tra i vari partecipanti fa da cornice ai pentimenti e promesse di smettere... cosa difficile, come si intuisce dalle parole di Victor: "Una cosa è certa: il peggiore dei pompini sarà sempre meglio, per dire, della più profumata delle rose... del più fantastico dei tramonti. Delle risate dei bambini. Io non credo che leggerò mai una poesia bella quanto uno di quegli orgasmi che ti mandano a fuoco, ti fanno venire i crampi al culo, ti inondano le budella. Di pingere un quadro, comporre un'opera, sono tutte cose che fai per riempire il tempo tra una scopata e l'altra". Ripercorrendo la propria infanzia, le tribolazioni di tutta una vita, le dipendenze che colpiscono lui e quelle che osserva nella gente che cammina sui marciapiedi della città ogni santo giorno, il grande Chuck Palahniuk con la voce di Victor traccia un affresco crudo, abrasivo, dissacrante, divertente, a tratti strabiliante nella sua lucidità con un linguaggio fuori da ogni schema.
Buona lettura
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del 13/11/2008

IL GIRO DEL MONDO (parte 2)
Di recente ho messo alla prova la mia cultura cinematografica : mi sono preso la briga di confrontare la mia memoria di spettatore coi titoli di un celebre dizionario del cinema. Ne è emerso un dato approssimativo che rende bene la misura di un interesse molto diverso dal semplice passatempo : nei miei primi ventisei anni di vita ho visto almeno tremila film. Così, a occhio e croce.
Il primo volto a riempire lo schermo è quello del giovane Marlon Brando degli esordi, magistralmente diretto da Elia Kazan in tre film che hanno fatto la storia del cinema : “Viva Zapata”, “Fronte del porto” e “Un tram che si chiama desiderio” Terry Malloy , Emiliano Zapata e soprattutto Stanley Kowalsky sono eroi controversi e a loro modo fragili, duri che hanno due cuori, uomini veri,con tutti i loro limiti che si trasformano in sex appeal per mezzo di un’interpretazione straordinaria. Tra i film della mia vita è impossibile non citare “Nashville” di Robert Altman, pellicola che racconta l’America degli anni Settanta come uno spietato documentario sulle sue contraddizioni.
L’ambientazione è quella di un festival country, ma la scelta costituisce qualcosa di più che un pretesto narrativo : a suo modo, uno dei primi “rockumentary” della storia.
Tra i miei eroi e gli eroi di quegli anni vanno ricordati gli ambigui protagonisti di Sam Peckinpah, personaggi negativi e socialmente inaccetabili : efferati rapinatori (Steve McQeen in “Getaway”!),assassini accecati dalla seta di vendetta (Dustin Hoffmann in “Cane di paglia”) e soprattutto “Pat Garrett e Billy The Kid”, resi immortali anche per merito della colonna sonora di Bob Dylan.
L’America più affascinante però, rimane probabilmente quella di Sergio Leone,
creatore di un West immaginario ma non meno reale di quello raccontato dai suoi colleghi d’oltreoceano.
Le sue storie, popolate da personaggi ambigui eppure mai sclerotizzati nei ruoli,trovano la loro massima realizzazione in un titolo : “Il buono,il brutto,il cattivo”. Leone ha utilizzato l’epica del western per raccontare i conflitti interiori dell’uomo: il senso dell’onore e la brama di potere, il coraggio e la viltà.  Un dissidio forse impossibile da risolvere, nemmeno nel duello finale: il duello è ,paradossalmente,il momento in cui l’uomo si ritrova a fronteggiare se stesso, proiettando nel nemico,come in uno specchio deformante,tutte le sue paure e i suoi limiti. Grande ammirazione poi esercita in me Stanley Kubrick,l’unico regista a essersi cimentato in tutti i generi:
dalla commedia all’horror,dal romanzo storico alla fantascienza.  La sua opera è fondamentale per comprendere l’arte della regia:”Spartacus”,”Arancia meccanica”,”Shining” sono testi sacri per chi si avvicina alla macchina da presa e voglia provare a raccontare una storia,quale che essa sia.
Non voglio dimenticare chi mi ha fatto sognare: tra una smorfia in bianco e nero di Charlie Chaplin e uno schizzo di sangue di David Fincher, tra i sogni danzati di un vecchio film con Fred Astaire e il noir subdolo e maledettamente perfetto di Hitckock,le mutazioni genetiche e le idee geniali di David Cronemberg  e la magia di “Into The Wild” capolavoro di Sean Penn, i ritratti unici delle storie di Clint Eastwood e le gang di Martin Scorsese,”Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders il coro di un’umanità silenziosa e ferocemente aggrappata alla vita,in cerca di una speranza o soltanto di un’anima misericordiosa che sappia ascoltare.
Grazie alla magia del cinema, possiamo credere che ci siano degli angeli, la fuori. Perché li abbiamo visti, grazie a Wenders.
E loro, non potranno dire di non aver sentito.
The End.
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del 06/11/2008
IL GIRO DEL MONDO (parte 1)
 C’è un giro del mondo che puoi fare senza uscire di casa ed è altrettanto eccita
nte e impegnativo di un viaggio attorno al globo.
Un giro del mondo fatto di luoghi che sembrano appartenerti fin dalla prima volt
a in cui ti ci imbatti e di posti che torni a frequentare,nel corso della vita,r
ipassandoci per caso o per scelta. Un giro del mondo che sta tutto in una stanza
:e tra quelle pareti,incontri che ti segnano la pelle e gli occhi,accenti strani
eri,colori e odori che rimangono vividi per una specie di “sempre”.
Un giro del mondo che dura una vita e qualcosa di più e non puoi condividere più
  di tanto. Perché quello è il tuo mondo. Il tuo soltanto. E lo tieni custodito g
elosamente in un posto segreto in cui puoi accedere soltanto tu quando hai bisog
no di prendere le distanze dal tuo dovere di essere ancorato al qui e ora.
Un mondo fatto di dischi,film,libri. Nel quale vai a nasconderti quando “quell’a
ltro mondo” non ti basta.
Fare una classifica dei tuoi dischi,dei tuoi film,dei tuoi libri equivale a redi
gere un bilancio provvisorio della tua vita. E non te la cavi con un pomeriggio.
Gli album che t hanno proprio ossessionato,i film che anche rivedendoli per la c
entesima volta non ti stancano,i libri da cui ritorni,sempre.
Be’ ho deciso di segnalare,in nome del magico numero 3, quelli che mi hanno prop
rio ossessionato.
Dopo un attimo di esitazione, magari qualcuno ricorderà un luogo familiare e mag
icamente farà un viaggio intorno al mondo con me, senza neppure essersene accorto.
 I Dischi:
 1 : Jeff Buckley – Grace ( 1994, Columbia )
Un opera unica che mette i brividi per l’intensità delle interpretazioni e per i
  presagi di un destino tragico,scritti tra i versi di “Eternal Life” e Dream Bro
ther”. Impossibile non provare commozione ascoltando i dolori di questo ragazzo,
urlati dalla sua voce immatura in “So Real”. La sua brevissima carriera, istanta
nea di uno stato di grazia purtroppo irripetibile.
 2 : Bruce Springsteen – Darkness On The Edge Of Town( 1978, Columbia)
Tre anni dopo “Born To Run”, Bruce è già considerate come il Salvatore del rock
“made in usa”. Ma i tempi cambiano in fretta e dopo esaltazione è ora di riflett
ere: il boss diventa portavoce di una “working class” che si ritrova appieno nei
  versi di “Factory”. E che continua ostinatamente a credere nella “Promise Land”
. Ruvido e robusto, come la carezza di un uomo di fatica.
 3 : Neil Young – After The Gold Rush ( 1970, Reprise )
“Certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei” intonava
  Luciano Ligabue tempo fa e non esistono parole migliori e più complete per defi
nire Neil Young. Disco ricco di spunti melodici e di grandi canzoni rock, da app
arire, a tutt’oggi, l’opera più completa del rocker di Toronto.
 Non vi nascondo la fatica che ho fatto per scegliere i tre album che mi hanno pr
oprio ossessionato. E’ quasi superfluo precisare che questa lista è costantement
e soggetta a variazioni e aperta a nuove entrate, ritorni di fiamma e rivelazion
i di ogni sorta.
Alla prossima settimana con i Film.
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Presentazione - In Italia per "cultura popolare" si intende di norma quella folk, preindustriale o comunque sopravvissuta all'industrialismo. "Cultura popolare" sono i cantores sardi o la tarantella. Chi usa l'espressione in un contesto differente, di solito si riferisce a quella che in inglese si chiama "popular culture". Qui da noi siamo soliti definirla "cultura di massa", espressione che ha un omologo anche in inglese ("mass culture"), ma il nome ingenera un equivoco, e inoltre c'è una sfumatura di significato tra "mass culture" e "popular culture".L'equivoco è che la "cultura di massa" - veicolata dai mass media (cinema, tv, discografia, fumetti) - non per forza dev'essere consumata da grandi masse: rientra in quella definizione anche un disco rivolto a una minoranza di ascoltatori, o un particolare genere di cinema apprezzato in una nicchia underground. Oggi la stragrande maggioranza dei prodotti culturali non è di massa: viviamo in un mondo di infinite nicchie e sottogeneri.La sfumatura di significato, invece, consiste in questo: cultura di massa indica come viene trasmessa questa cultura, vale a dire attraverso i mass media; cultura popolare pone l'accento su chi la recepisce e se ne appropria. Di solito, quando si parla del posto che la tale canzone o il tale film ha nella vita delle persone ("La senti? E' la nostra canzone!"), o di come il tale libro o il tale fumetto ha influenzato la sua epoca, si usa l'espressione "popular culture". Il problema è che il dibattito italiano sulla cultura pop novanta volte su cento riguarda la spazzatura che ci propina la televisione, come se il "popular" fosse per forza quello, mentre esistono distinzioni qualitative ed evoluzioni storiche, altrimenti dovremmo pensare che Sandokan, Star Trek, Lost, il TG4 e La pupa e il secchione sono tutti allo stesso livello, o che Springsteen, i REM, Frank Zappa e Shakira vanno tutti nello stesso calderone, o che non esistono distinzioni tra i libri di Stephen King e quelli delle barzellette su Totti, dato che entrambi li ritrovi in classifica. Ci sono due schieramenti l'un contro l'altro armati - e dalle cui schermaglie dovremmo tenerci distanti: da un lato, quelli che usano il "popolare" come giustificazione per produrre e spacciare fetenzie; dall'altra, quelli che disprezzano qualunque cosa non venga consumata da un'élite.
Sono due posizioni speculari, l'una sopravvive grazie all'altra. Quello che proverò a fare io ,nel mio piccolo monolocale,è di "alzare la voce alla Cultura"...non escludendo nulla...ma mi auguro,provando a tracciare un percorso nel quale le due posizioni si incontrino...Ambizioso???????
Entrate nei mie "Pensieri Sparsi" e giudicate...Vi aspetto..
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